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Palato da Detective

Fred Vargas – Sulla pietra – Einaudi
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È noto: parecchi tra gli investigatori letterari sono degli inguaribili epicurei.
Vien da pensare che sublimino con la buona tavola quel loro starsene in mezzo a crimini, furti e delinquenza in genere. E forse è proprio così. Prendiamo ad esempio Pepe Carvalho di Montalban, precursore in tema di giallo e cucina! O gli arancini che la “cammarera Adelina” frigge per Montalbano, che si dispera perché Livia lo vuole portare a Parigi! O ancora Nero Wolfe, chef così raffinato da competere con il suo cuoco in una gara di ricette all’ultima forchetta. E che dire della moglie del commissario Kostas Charìtos, creato dalla penna di Petros Markaris? I Gemistà della signora Adriana pare siano un’apoteosi. Insomma, la lista è lunga, ne ho citati solo alcuni. Vedremo di darle, ad ogni uscita, un’occhiata insieme
.

Oggi affrontiamo una cucina particolare, la cucina bretone. Ci accingiamo a leggere l’ultimo libro della Vargas con una lente diversa, quella del gourmet. Ma prima di leccarci i baffi con i manicaretti del nord, alcune considerazioni, nate dalla lettura, sono doverose:

Può esistere Sherlock Holmes senza il dottor Watson? Poirot senza il capitano Hastings? E Topolino senza Pippo? Sì, ma farebbero fatica. Quindi sembra strana la scelta di Fred Vargas che, arrivata alla decima avventura del commissario Adamsberg decide, chissà perché, di non affiancargli la sua spalla Danglard. E Adamsberg fa fatica. In due sensi. Fa fatica a risolvere il caso e fa fatica ad appassionarci al suo caso. Ma c’è un’ulteriore variazione: quasi tutto il romanzo, che si svolge in Bretagna, ha come centro focale la sala di un ristorante. Il padrone del ristorante si chiama Johan e, quasi per caso, il suo locale viene scelto come centrale operativa per l’equipe di Adamsberg in trasferta (salvo Danglard) per risolvere un caso che più intricato non si può. In compenso, per la prima volta, in questo libro il cibo assume un’importanza che non aveva mai avuto nei precedenti libri dell’autrice francese. E per questo noi di “palato da detective” abbiamo subito approfittato di questa chicca, quale migliore curiosità nel trovare interesse culinario dove mai ci saremmo aspettati.

Fred Vargas - Sulla pietra – Einaudi

Leggiamo un estratto. Ci troviamo nella locanda che tradurrei in “Dei due scudi”:

Il padrone, Johan, la cui voce alta e forte si sentiva fin dal tavolo, collocato lontano dal bancone e accanto a un grande caminetto, si avvicinò con il taccuino in mano per dar loro il benvenuto, poi abbassò il tono all’improvviso per illustrare quasi in un bisbiglio il tenore della cena che si proponeva di servire, enumerandone la composizione e i vini per accompagnarla. Se non gradivano quel menu, era possibile un’alternativa, che descrisse con la stessa minuzia discreta e appassionata. Considerate le porzioni abbondantissime che vedevano negli altri piatti, optarono tutti per il menu del giorno, ma senza antipasto. Un po’ offeso, Johan si allontanò con la comanda.

– Perché bisbiglia?

Matthieu sorrise e bisbigliò di rimando: – Per istinto di protezione. È spasmodicamente affezionato alla qualità e alle specificità della sua cucina. Ne parla sempre sottovoce, come se temesse che una spia gli rubi i segreti di Stato. Tutte ricette che non sono scritte da nessuna parte se non nella sua testa. Un consiglio: non interrompetelo quando vi descrive i piatti in modo circostanziato, gli dareste un dispiacere.

– E non ha paura che un cliente li memorizzi?

– No, troppo complicato, e omette apposta certi particolari chiave aggiungendone altri falsi. Lo so dal cuoco. È come un messaggio in codice. Perciò le sue creazioni sono impossibili da riprodurre.

 

Johan servì un giro di Chouchen (una sorta di idromele bretone N.d.R.) e Berrond gli chiese se c’era un pezzo di salame da mettere sotto i denti. Dieci minuti dopo Johan posò sul tavolo un bel piattone di minicrepes, la sua specialità.

– Farei volentieri il bis di paté di coniglio.

– I carciofi mi fanno schifo.

 – Prima assaggi la vellutata di Johan e vedrà che non ci sono solo carciofi.


Insomma, l’Auberge des Deux Ècus, oltre a essere una delle migliori locande del paesino (immaginario) bretone di Louviec, diventa il centro operativo della lunga missione anti-criminale di Adamsberg, ma l’innesto di un gruppo di poliziotti parigini in un contesto diverso non sortisce gli effetti sperati. Tant’è che, durante l’indagine, avvengono altri sei o sette omicidi. Insomma, una trama per buongustai, ma farraginosa e poco risolta sotto il profilo del giallo. Meno male che ci restano i manicaretti preparati per l’occasione dal gigantesco oste di Louviec. Per chi volesse conoscere Fred Vargas, al suo meglio, consigliamo la serie degli Evangelisti o i primi libri con Adamsberg come protagonista come “L’uomo dei cerchi azzurri”, “Parti in fretta e non tornare” o “L’uomo a rovescio”.

 

La ricetta: Anatra all’arancia

In un tegame capiente fate scaldare l’olio, quindi unite il grasso in eccesso dell’anatra messo da parte, fatelo stufare per qualche minuto. Adagiate l’anatra e rosolatela a fuoco medio da una parte e dall’altra; dopodiché sfumate con il Grand Marnier e irrorate con il fondo di cottura. Intanto tagliate a fettine le arance  e quando l’anatra sarà ben rosolata, trasferitela in una pirofila da forno dai bordi abbastanza alti e riempitene l’interno con tre fette d’arancia, il timo e il rosmarino.

Spennellate dunque l’anatra con i 40 g di burro fuso, salatela, pepatela e versate sul fondo della pirofila circa 50 g di succo d’arancia, il vino bianco e 20 g d’acqua. Prima di trasferirla in forno, coprite l’anatra con un foglio d’alluminio che bucherellerete con i rebbi della forchetta per facilitare la cottura e per non far bruciare la superficie della vostra anatra. Trasferite in forno statico preriscaldato a 200° e cuocete l’anatra con l’ausilio di una sonda finché non avrà raggiunto i 70° al cuore: ci vorrà circa 1 ora e 10 minuti.

 

Buona lettura e buon appetito.

 

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