La giallista che presentiamo stavolta, a differenza di altre colleghe cultrici di omicidi di carta, ha affrontato professionalmente il crimine e ha calato nei suoi romanzi molto delle sue esperienze dirette sul campo. Dorothy Uhnak infatti – nata Dorothy Goldstein nel Bronx, New York, il 24 aprile 1930, e morta a Greenport, New York, l’8 luglio 2006 – dopo aver frequentato il City College e il John Jay College of Criminal Justice della sua città natale ed essersi sposata nel 1950 con l’ingegner Tony Uhnak (da cui ebbe una figlia, Tracy) – fu una delle prime donne a entrare, nel 1953, al Dipartimento di Polizia di New York, e in 14 anni di carriera si occupò della piccola criminalità metropolitana. Passata successivamente ai Servizi Speciali, meritò tre promozioni per il suo operato investigativo contro organizzazioni illegali e crimini contro il Comune di New York, ricevendo inoltre ben due medaglie al merito per servizi “al di là del dovuto”, nonché l’Outstanding Police Duty Bar (massima onorificenza del Dipartimento) per aver arrestato un noto violentatore che aveva fatto sette vittime.
Nel frattempo la Uhnak aveva cominciato a progettare il suo passaggio alla narrativa, proprio sulla scorta della sua pratica diretta di poliziotta. Uscì così, nel 1964, il suo primo libro, Policewoman, scritto quando era ancora in uniforme: una sorta di autobiografia che sintetizzava le sue esperienze professionali, e insieme un esempio – diremmo oggi – di saggistica creativa. Narrato con chiarezza, ricco di aneddoti e fortemente realistico, Policewoman costituì un solido libro d’esordio e al tempo stesso la base per gli imminenti, successivi romanzi.
Nel 1967 la Uhnak si dimise dal Dipartimento di Polizia. L’anno dopo ricevette dal John Jay College la laurea ad honorem in Scienze Criminali e pubblicò il suo primo romanzo, The Bait (mai tradotto in Italia) che ricevette gli elogi del critico Anthony Boucher, si aggiudicò l’Edgar Award del Mystery Writers americano come miglior giallo d’esordio e inaugurò così un nuovo “sottogenere”, imponendosi come la prima poliziotta a scrivere un romanzo poliziesco con protagonista una poliziotta (in anticipo su ex poliziotti diventati scrittori, quale ad es. Joseph Wambaugh, a cui viene spesso paragonata).
A The Bait seguirono altri due polizieschi con protagonista la detective (parzialmente autobiografica) Christie Opara, che i lettori italiani possono conoscere in due Gialli Mondadori del 1972, n. 1210 e 1273: Christie Opara, agente investigativo di primo grado (The Witness, 1969) e Christie Opara: l’archivio nel cervello (The Ledger, 1970), entrambi tradotti da Laura Grimaldi. Ma come si presentava ai lettori questo nuovo personaggio? Bionda, occhi verdi, corpo da adolescente, apparentemente innocua e vulnerabile, ma con una calibro 38 nella borsetta che sa usare al meglio, e costretta molto spesso a dimostrare a se stessa e agli altri di essere all’altezza dei suoi colleghi dell’altro sesso.
La trilogia di Opara, riletta oggi a oltre mezzo secolo di distanza, conferma notevoli punti di forza, quali la buona caratterizzazione delle figure, l’intensità drammatica dello stile e lo scarno, coinvolgente realismo delle vicende. Dopo tre romanzi, tuttavia, quella che poteva essere una serie proficua si interruppe. Ma chi poté essere responsabile della prematura scomparsa della detective Christie Opara? Mario Puzo, disse qualcuno. Perché, incoraggiato dall’enorme successo commerciale de Il padrino di Puzo, l’editore della Uhnak, Michael Korda della Simon & Schuster si rivolse a lei proponendole di scrivere un lungo romanzo poliziesco. Il risultato fu Law and Order del 1973 (inedito da noi), un’epopea multigenerazionale sui poliziotti di una grande città. Con le sue 504 pagine il libro raggiunse il successo e segnò l’ingresso della scrittrice nella classifica dei bestseller. Il “New York Times” definì il romanzo “crudo, duro e autentico”, il “Philadelphia Bulletin” “molto coinvolgente”, il “Los Angeles Times” “leggibile e avvincente”, mentre il “New Yorker” espresse un giudizio più negativo: “il cast è infinito, la violenza nauseante e sfruttata fino all’osso.”
La pressione e il prestigio che a questo punto gravavano sulla Uhnak, chiamata a replicare il suo successo, la condussero al successivo The Investigation, 1977 (L’inchiesta, Mondadori 1978), suggestivo e inquietante thriller urbano, scritto in prima persona dal protagonista, Joe Peters, un detective del NYPD prossimo alla pensione, che racconta il caso strano e angoscioso di Kitty Keeler, accusata d’aver ucciso i suoi due figli piccoli. Ma la donna è davvero colpevole? “La cupa ambiguità del romanzo, forse il migliore della Uhnak, sembra lasciare la spinosa questione al lettore di gialli” (Ed Lynskey). Un giallo, insomma, “ben congegnato, sufficientemente misterioso, che a tratti raggiunge quel sapore cinico e duro alla Hammett o Chandler a cui sembra aspirare” (Barbara Geib).
Quattro anni dopo, nel 1981, la Uhnak pubblicò False Witness (Falsa testimonianza, Milano, Sperling&Kupfer 1983), la cui trama ruota attorno a Lynn Jacobi, una tenace assistente procuratrice distrettuale che si occupa di un caso di aggressione e tentato omicidio ai danni di una nota conduttrice di un talk show televisivo. Della Jacobi – ancora una volta narratrice in prima persona e paragonata a Christie Opara nelle sue battaglie – l’ossessione di conquistare la poltrona di procuratore distrettuale, mentre si destreggia tra rivali predatori, rischia quasi di sabotare il suo processo… Mentre in Victims del 1986 (Vittime, Milano, Interno Giallo, 1994; Il Giallo Mondadori n. 2472, 1996) – ispirato dal vergognoso caso di cronaca di Kitty Genovese, una ragazza accoltellata a morte mentre decine di vicini ignoravano le sue grida d’aiuto – la poliziotta Miranda Torres e il giornalista Mike Stein appaiono frustrati nei loro tentativi di risolvere l’omicidio di una giovane infermiera, Anna Grace. Qui la narrazione, per la critica, ha saputo creare una suspense intensa e ritmata, ma il finale, tendente a una sorta di ambiguità surreale, risulta un po’ deludente, e se l’abilità narrativa della Uhnak si conferma anche qui, “la sua visione della giungla urbana è così insistente da perdere la sua capacità di convincere” (Jacques Barzun).
Gli ultimi due romanzi della Uhnak, purtroppo inediti in Italia, apparvero ai critici come opere più solide. The Ryer Avenue Story, uscito nel 1993, non è un romanzo poliziesco come Law and Order, ma piuttosto un omaggio al luogo in cui l’autrice è cresciuta nel Bronx, accanto al 46° Distretto, con atmosfere che ricordano il Martin Scorsese delle sue ambientazioni cinematografiche a New York. La trama ripercorre le vite di un gruppo di ragazzi prodigio del quartiere di Ryer Avenue. Uno viene eletto senatore con aspirazioni presidenziali, uno diventa vescovo cattolico con ambizioni papali, uno è un leader politico israeliano menzionato come prossimo Primo Ministro. Ma tutti condividono un oscuro segreto, la complicità in un delitto perpetrato anni prima proprio in Ryer Avenue, e uno di loro, il malvagio Willie Paycek, li minaccia di ricattarli con la rivelazione della verità. Nonostante l’ampiezza narrativa e il gran numero di personaggi (la stessa Uhnak fa una breve apparizione nei panni di un’agente di polizia discriminata per una gravidanza negli anni ’50), l’autrice mantiene un controllo notevole del plot per tutta la sua durata, e il tono eroico del romanzo trascina il lettore dentro “una storia potente e avvincente” (“Library Journal”), che diventa di fatto una saga.
Nell’ultimo romanzo, infine – Codes of Betrayal, del 1997 – la Uhnak appare tornata ai suoi temi polizieschi di fiducia e ai suoi personaggi forti preferiti. Qui infatti Nick O’Hara, un poliziotto del NYPD caduto in disgrazia e costretto a lavorare sotto copertura per riscattarsi, quando scopre, lungo il percorso, che il ramo mafioso della sua famiglia ha ucciso suo padre, si impegna con coraggio ad aiutare il governo a costruire il caso contro di loro. Ben ritmato e ben scritto, con pagine commoventi e una trama avvincente, questo romanzo “potrebbe riportare la Uhnak nell’olimpo degli autori di gialli” pronosticò a caldo “Booklist”, mentre un altro critico autorevole, George Dove, ha osservato che la Uhnak è in fondo “una scrittrice sperimentale che ha provato nuovi approcci con ogni suo progetto”, lontana da “qualsiasi formula rigida”. E benché la sua visione si sia fatta un po’ più cupa e dura negli ultimi titoli, lei “ha accolto questa trasformazione come un’esperienza liberatoria che le ha permesso di scrivere con maggiore accuratezza del suo passato nella polizia” (un passato, spesso, anche spiacevole).
Se ai gialli della Uhnak – tradotti in 15 lingue, a testimonianza della loro longevità internazionale – non è mai mancato il favore dei lettori, pessimo è stato invece il rapporto con la TV e con il cinema. Da The Bait e The Lodger furono tratti soltanto, nel 1973 e ’74, due episodi pilota, rispettivamente per una serie TV non prodotta e per la serie Get Christie Love! (1974-75). Anche i libri Law and Order, The Investigation e False Witness sono stati adattati per la televisione, fornendo le basi il primo per un omonimo (e anonimo) film del 1976 (con Darren McGavin, Keir Dullea, Robert Reed e Suzanne Pleshette), il secondo per il film TV Kojak: Il prezzo della giustizia, diretto nel 1987 da Alan Metzger (con Telly Savalas e Kate Nelligan), e il terzo per un altro film TV, Le regole del gioco, diretto nel 1989 da Arthur Seidelman e interpretato da Phylicia Rashad, Philip Michael Thomas, Teri Austin e tanti altri sconosciuti.


