Recensione a cura di Alessandro Biasco
Regia di Lars von Trier
Film del 2003 con Nicole Kidman, Paul Bettany, Stellan Skarsgård, Lauren Bacall, James Caan
Genere Drammatico
Un paio di anni fa, parlando di Peter Pan all’interno della rubrica Ti consiglio un film (tra un libro e l’altro), raccontavo di quanto fosse fiorito il cinema fantastico proprio all’inizio degli anni 2000. Il digitale sempre più sfruttabile e sperimentabile decretò il successo mondiale dell’avvio di Harry Potter e Il signore degli anelli, ma anche del ritorno di Star Wars. Mondi vastissimi e impossibili, per la prima volta tangibili. Ma il 2003 non è solo grandi effetti e fondali. Il 2003 è Elephant, è Lost in Translation, è Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera. È un momento di cineasti che riflettono sull’immagine cinematografica e sottraggono, mostrano il percepito dietro il non detto e il non visto. Per non perdere la messa a fuoco sull’umano, diventa necessario togliere tutto l’aggiunto per vedere con più chiarezza quello che è rimasto.
La maggior parte dei “kolossal” hollywoodiani oggi vengono “girati” in teatri completamente vuoti per poi sottopagare orde di artisti digitali che vanno a disegnare da zero infiniti elementi, inclusi gli stessi attori. Lars von Trier, ventidue anni fa, gira un film in un teatro vuoto, punto. Pochi oggetti, scenografia ridottissima e non estesa, tanto mimo ed effetti sonori. Questo è Dogville: un paesino sulle Montagne Rocciose, dove tutti si conoscono e non succede mai nulla, ma non solo. Dogville è una serie di linee tracciate col gesso, scritte in corrispondenza di vie e abitazioni, sagome che indicano la posizione di animali e piante, qualche asse di legno. Dogville è un non luogo onirico aperto e spazioso, dove vive gente semplice con poche pretese e una quotidianità solida. L’immaginario viene turbato dall’ingresso in scena di Grace (Nicole Kidman), dark lady di cui sappiamo solo che è in fuga da certi gangster. Un problema per tutti, ma non per Tom (Paul Bettany), che da tempo cerca di convincere i suoi compaesani a spendersi insieme per mettere a frutto gli sforzi della loro comunità. Dare qualcosa per qualcuno: così Grace, neanche tanto lentamente, riesce a rompere la diffidenza con cui viene accolta, iniziando una vita sempre più in sintonia con i ritmi e le personalità di Dogville. O almeno così pare.
A Dogville non esistono pareti e, come lo spettatore, anche a Grace sembra di star osservando una collettività un po’ scorbutica, ma in fin dei conti pacifica e disponibile. Eppure la verità di Dogville non è sotto il sole e si rivela con una dirompenza graduale e aggressiva, come un attentissimo calcolo di opportunismo e rapacità. La messa in scena è complessa e articolata proprio perché tutti sono sempre in scena dentro l’occhio della cinepresa: anche di notte, se qualcuno passeggia per la strada principale, l’intera popolazione è nei letti, chiusa in bella vista nelle case, in un gioco di perturbante intimità pubblica. Una strada che porta il nome di Elm Street, che in omaggio al Nightmare di Wes Craven ci anticipa gli eventi spaventosi che potrebbero avere luogo.
Lars von Trier accantona una parte del Dogma 95, quella più legata all’empirismo della raffigurazione, per abbracciare, con immutata provocazione, un astrattismo che mira a restituire la fedeltà realista dell’umano e del sentimento. L’epica che ne consegue è una discesa agli inferi, il resoconto della tenebra interiore che si propaga inesorabile dietro le opportunità e le scelte, nonché della possibilità della luce di rischiarare un’anima nera e abissale.
A mio parere, Dogville è un’esperienza complementare a uno dei film chiave sulla fine del Novecento, ovvero Gummo di Harmony Korine, del 1997, capolavoro e pietra miliare del cinema indipendente americano. Laddove in Gummo la miseria si mostra tramite un’intensa sintesi grafica e materica, in Dogville la distanza della surrealtà figurativa è la corda che trascina lo spettatore dentro all’orrore nel momento in cui si consuma, quando la scenografia perde la sua natura didascalica e diventa il pentagramma su cui i tuoi occhi compongono la lugubre melodia che ti sfonda i timpani, fino ad agguantarti le viscere.
Non c’è scampo, non si può fermare, nessuno può sentirti urlare: Dogville non esiste.
Tutto questo è possibile grazie alla sensibilità di Trier, acuto osservatore e commentatore della parabola statunitense, nonché abile narratore dal respiro nordeuropeo, che nel chiasmo raggiunge la giusta profondità per toccare la carne viva delle ferite di interi popoli. Dancer in the Dark custodiva delle verità agghiaccianti, Dogville si arma per nasconderle ulteriormente, ma non esistono muri che contengano il senso di dolore e fallimento, né la lussuriosa gola senza fondo e il bieco desiderio di onnipotenza. Ne risulta un trattato sul potere e sulle sue responsabilità, uno dei più efferati e crudeli, che descrive una società in cui abbiamo dimenticato cosa sia il rimorso.
Si sanguina guardandolo.

