Suttree
Per vivere Suttree pesca pesci gatto nelle acque limacciose del fiume Tennessee. E sul fiume vive, in una baracca galleggiante ai margini della città di Knoxville, fra ratti reali e metaforici. Ci si è trasferito dopo aver abbandonato un’esistenza di privilegi borghesi e pastoie religiose; l’ha fatto per vivere. Ora nel suo nuovo mondo impara ciò che il fiume insegna: che nel tutto in movimento – quel flusso ora grigio, ora bruno, nero, marrone, color peltro, ardesia, inchiostro o carbonio della cloaca maxima – “il colore di questa vita è acqua” e perciò solo “le forme più primitive sopravvivono”. Alcune di esse finiscono impigliate nelle sue reti di pescatore e, volente o più spesso nolente, Suttree deve tentare di portarle in secca, magari immergendosi con loro in liquidi a più alta gradazione. Prima fra tutte la forma di uno spassoso troglodita come Harrogate, giovane topo di campagna con una passione contronatura per i cocomeri e una determinazione tanto candida quanto feroce a trasformarsi in ratto di città. A fianco di questo novello Huckleberry Finn e dei suoi guai Suttree impara altri colori dell’infinito scorrere.)
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Suttree è uno di quei libri che non vorresti mai finire di leggere. Non perché consola, ma perché ti costringe a restare. A guardare. A stare dentro il fango senza scorciatoie.

È un romanzo che parla del limite: della sofferenza, del corpo che cede, della fame, dell’alcol, della perdita. Ma soprattutto parla di ciò che resta alla fine. Dell’esistenza che galleggia sopra acque torbide, scure e profonde, maleodoranti, eppure ostinatamente vive. Una vita vissuta senza giustificarsi, senza spiegarsi, senza chiedere perdono.

McCarthy segue Cornelius Suttree tra baracche, carceri, bordelli, malattie e amicizie miserabili lungo il fiume Tennessee. Ma benché si serva delle vicende di emarginati, disperati e pover.

Suttree non è un romanzo sull’emarginazione. È un romanzo sulla solitudine.

Non quella romantica o scelta, non quella imposta dall’esterno, ma quella più radicale e universale: la solitudine che riguarda tutti. Perché nella vita, che tu sia ricco o povero, sano o malato, alla fine sono solo cazzi tuoi.

Con la franchezza descrittiva che lo distingue, McCarthy racconta la condizione umana senza compiacimento né pietà facile. Non giudica, non redime, non assolve. Guarda. e guarda con rispetto. Suttree mette il lettore davanti allo specchio: un riflesso sporco, deformato, ma onesto.

Ed è qui il paradosso più potente del romanzo: pur raccontando la tristezza, la degradazione e la morte, riesce incredibilmente a infondere una realistica speranza. Non la speranza delle soluzioni, ma quella della resistenza. Del continuare a stare al mondo, anche quando il mondo non promette nulla.

Suttree non salva. Ma accompagna. E a volte, è l’unica cosa che conta.

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