Suttree è uno di quei libri che non vorresti mai finire di leggere. Non perché consola, ma perché ti costringe a restare. A guardare. A stare dentro il fango senza scorciatoie.
È un romanzo che parla del limite: della sofferenza, del corpo che cede, della fame, dell’alcol, della perdita. Ma soprattutto parla di ciò che resta alla fine. Dell’esistenza che galleggia sopra acque torbide, scure e profonde, maleodoranti, eppure ostinatamente vive. Una vita vissuta senza giustificarsi, senza spiegarsi, senza chiedere perdono.
McCarthy segue Cornelius Suttree tra baracche, carceri, bordelli, malattie e amicizie miserabili lungo il fiume Tennessee. Ma benché si serva delle vicende di emarginati, disperati e pover.
Suttree non è un romanzo sull’emarginazione. È un romanzo sulla solitudine.
Non quella romantica o scelta, non quella imposta dall’esterno, ma quella più radicale e universale: la solitudine che riguarda tutti. Perché nella vita, che tu sia ricco o povero, sano o malato, alla fine sono solo cazzi tuoi.
Con la franchezza descrittiva che lo distingue, McCarthy racconta la condizione umana senza compiacimento né pietà facile. Non giudica, non redime, non assolve. Guarda. e guarda con rispetto. Suttree mette il lettore davanti allo specchio: un riflesso sporco, deformato, ma onesto.
Ed è qui il paradosso più potente del romanzo: pur raccontando la tristezza, la degradazione e la morte, riesce incredibilmente a infondere una realistica speranza. Non la speranza delle soluzioni, ma quella della resistenza. Del continuare a stare al mondo, anche quando il mondo non promette nulla.
Suttree non salva. Ma accompagna. E a volte, è l’unica cosa che conta.


