La scomparsa dell’Ottocento di Marco P. L. Bernardi è un romanzo che lascia il segno non tanto per la sua componente investigativa, quanto per la profondità del disagio morale che suscita nel lettore. È una storia che affascina, sorprende e, al tempo stesso, inquieta profondamente, ponendo interrogativi scomodi sul rapporto tra intelligenza, potere e responsabilità etica.
L’incipit, ambientato nel 1946, è di grande impatto narrativo: un ragazzino fragile e malnutrito viene investito da un tram mentre tenta di sfuggire a un gruppo di coetanei. La scena è costruita con precisione e tensione, tanto da catturare immediatamente l’attenzione del lettore e sospenderlo in una domanda essenziale: vita o morte? È un inizio fortissimo, credibile e ben calibrato.
Il racconto si sposta poi nel 1976, in una Torino viva e riconoscibile, attraversata dall’attesa per una domenica calcistica decisiva. In questo contesto emerge la figura di Ennio Alfieri, ex avvocato disilluso dalla giustizia, che diventa il perno dell’indagine e il filtro attraverso cui il lettore ricostruisce una vicenda rimasta sepolta per trent’anni. Accanto a lui agiscono personaggi ben delineati come don Mario, prete atipico e profondamente umano, e il vicecommissario Ranieri, presenza razionale e concreta.
Il vero centro del romanzo, tuttavia, non è l’indagine in sé, ma l’assenza di Ottorino Ottolenghi, detto Ottocento. Più che un personaggio, Ottocento è un enigma, una figura che aleggia sulla narrazione e che catalizza l’attenzione del lettore. Il desiderio di capire cosa sia realmente accaduto a lui prende progressivamente il sopravvento su qualsiasi altra dinamica narrativa, relegando l’aspetto investigativo in secondo piano.
Bernardi costruisce il romanzo come una lenta ricomposizione della memoria: amicizie d’infanzia, legami familiari, rivalità e silenzi si intrecciano in una trama che riflette sul concetto stesso di giustizia. Il libro non cerca scorciatoie né soluzioni consolatorie. Anzi, procede con una “semina” costante che prepara il lettore a un finale spiazzante.
Se l’incipit colpisce per la sua forza e credibilità, il finale lascia volutamente disorientati. Non tanto per una questione di coerenza narrativa, quanto per l’abisso etico che spalanca. La sensazione conclusiva è di rabbia, sgomento, incredulità. Non uno orrore rivolto al romanzo, ma a ciò che esso mette in scena: la possibilità che la vita delle persone venga trattata come una partita a scacchi, dove l’intelligenza diventa strumento di dominio e annientamento morale.
La scomparsa dell’Ottocento non è un giallo classico né un semplice romanzo di mistero. È una riflessione amara e disturbante sul potere della mente quando è svincolata da qualsiasi principio etico. Un libro che non cerca di piacere a tutti, ma che ha il coraggio di non assolvere nessuno — nemmeno il lettore.
