Recensione a cura di Dario Brunetti
Susana Martín Gijón è una scrittrice spagnola che nel corso degli anni si è contraddistinta per la serie poliziesca dedicata alla coppia di protagoniste Annika Kaunda-Camino Vargas e per il thriller storico. La casa editrice Ponte alle grazie pubblicò nel 2024 il romanzo 1580: morte a Siviglia e nel settembre del 2026 il suo nuovo thriller storico dal titolo La priora.
La storia è ambientata nel 1585 a Granada, in un convento di carmelitane scalze gestito dalla priora Ana de Jesus in cui è avvenuto un tragico e inquietante evento; nel chiostro del convento giace un uomo morente completamente nudo che pronuncia solo poche parole: «Gli smeraldi volanti».
Questa frase criptica da decodificare diventa il filo conduttore che darà vita a un’indagine da parte di Ana de Jesùs, che deve difendere l’onore delle mura del convento delle carmelitane scalze.
Trame oscure, tesori nascosti, eresie religiose e cadaveri che tenderanno a salire di numero, il convento si trasformerà in un labirinto di spie e inquisitori che cattureranno l’attenzione del mistico e venerato San Juan de la Cruz (Giovanni della Croce) e del poeta e docente Juan Latino.
Il convento perderà la sua funzione originaria di preghiera e si appresterà a diventare una prigione invisibile nella quale i personaggi saranno intrappolati in una morsa labirintica.
La purezza del tempio andrà smarrendosi a vantaggio di una forza oscura e malvagia che si consumerà tra i corridoi, le celle e il chiostro.
Un assordante silenzio avvolgerà le mura del convento e la disperata ricerca della verità dei nostri protagonisti diventerà un estenuante lotta per la sopravvivenza in cui nessuno potrà avere la sensazione di sentirsi al sicuro.
La priora è un thriller storico magistralmente narrato da Susana Martín Gijón che avvalendosi di una documentazione certosina, è riuscita a costruire una storia di fantasia con dei personaggi realmente esistiti toccando le giuste corde del brivido e della suspense.
La chirurgica precisione della ricerca storica coesiste con i meccanismi del thriller ad alta tensione, donando originalità e credibilità a una storia corale dove spiccheranno le eccellenti figure di Ana de Jesùs, fedele discepola di Santa Teresa d’Avila e di San Juan de la Cruz che, per l’occasione, si trasformeranno in improvvisati investigatori.
Assumendo il ruolo di investigatori, le imponenti figure dei due personaggi non perderanno quell’aura di misticismo; anzi, diventeranno paladini di un mondo che va difeso e protetto dalle ingiustizie e da quei torbidi intrecci che colpiscono inesorabilmente i luoghi di culto e di preghiera.
La Gijon, attraverso l’inebriante fascino del mistero in cui la ricerca della verità diventa l’unico e solo possibile espediente che riesce a donare luce e speranza nel prossimo, guidando i personaggi verso un cammino di autentica fede interiore.
Quel cammino di fede interiore San Juan de la Cruz lo fece verso la salita sul Monte Carmelo che rappresentava il simbolo della perfezione spirituale ripetendo la celebre frase: “Nada, nada, nada, y en el monte nada” (niente, niente, niente in cima al monte niente).
Questo grandissimo concetto del mistico spagnolo racchiuso in questa frase significa che per raggiungere l’amore verso Dio e la totale libertà dello spirito, bisogna spogliarsi sia dei beni materiali che spirituali. L’accentuazione per ben tre volte del niente vuol dire accettare il proprio stato d’impotenza che si nutre del suo stesso stato di abbandono: solo così l’anima si purifica e si appresta a incontrare Dio e l’eterno infinito.
Dio rappresenta il tutto.

