Recensione a cura di Lorenza Giraud
Giacomo Pinelli, con questo felice ritorno, firma un romanzo storico che osserva il fascismo da una prospettiva inusuale, laterale e quotidiana. Rinunciando al racconto dei grandi eventi e dei protagonisti della storia ufficiale, l’autore concentra lo sguardo sugli effetti che il regime esercita sulle vite comuni, insinuandosi nei rapporti personali, nelle aspettative sociali e nelle scelte dei singoli. Più che il potere in sé, la narrazione indaga il modo in cui esso agisce sulle coscienze, spingendo gli individui ad adattarsi o a opporre resistenza.
Al centro del romanzo campeggia la figura di Rodolfo Maggi, rampollo della borghesia pavese che, segnato dalla Grande Guerra, fatica a trovare una propria collocazione nella nuova realtà del dopoguerra. Immerso in una zona grigia di esitazioni, compromessi e concessioni, Rodolfo attraversa relazioni familiari complesse, amicizie segnate da visioni inconciliabili e desideri taciuti, restando prigioniero della propria passività.
Ai personaggi di invenzione si intrecciano con naturalezza figure realmente esistite, presenti in modo discreto ma emblematico. Tra queste emerge quella del chimico Giorgio Errera, tra i pochissimi accademici che nel 1931 rifiutarono di giurare fedeltà al regime. La sobrietà con cui Pinelli restituisce il suo gesto ne amplifica la forza: più che una rappresentazione eroica, Errera assume il valore di una presenza morale silenziosa ma decisiva, capace di insinuarsi nel precario equilibrio del protagonista.
È infatti proprio l’incontro con il professore a incrinare progressivamente questa immobilità, avviandolo verso una lenta maturazione interiore, in cui conformismo, neutralità e dissenso cessano di essere categorie astratte per assumere il peso concreto delle scelte quotidiane.
Con una scrittura elegante e controllata, fondata su un lessico preciso e dialoghi essenziali, Pinelli alimenta una tensione eminentemente etica e psicologica, evitando con cura ogni facile retorica per rappresentare la sospensione morale attraverso una fitta trama simbolica.
La chimica diventa metafora dell’esistenza e delle sue trasformazioni, mentre il regime, con la sua pressione incessante, più che uno sfondo storico è il reagente che innerva il conflitto tra gli individui e il potere, modificando equilibri, accelerando reazioni, imponendo scelte. In un contesto di distruzione culturale e uniformazione ideologica, il restauro dei libri assume il valore di una silenziosa forma di resistenza attraverso il sapere. Ada, la cognata enigmatica e affascinante, incarna invece l’idealismo sacrificato in nome della sicurezza.
Senza ricorrere né alla monumentalità del romanzo storico né alla semplificazione morale, Pinelli ci consegna una narrazione raccolta e stratificata, capace di mostrare come la violenza del potere non si manifesti soltanto nell’obbedienza imposta dalla paura, ma anche nei silenzi, nei compromessi e nelle rinunce quotidiane dietro cui le coscienze rischiano lentamente di assuefarsi fino a smarrirsi.

