Ha vinto il Premio Tedeschi 2026, il riconoscimento storico che Mondadori dedica al miglior giallo italiano inedito, tra i cui vincitori negli anni compaiono nomi che sono poi diventati punti di riferimento del genere, «Il sottosuolo di Praga» di Marco Scarlatti, pubblicato su Il Giallo Mondadori di luglio 2026.
Nella Praga innevata dell’Impero asburgico, un Franz Kafka, ancora lontano dalla celebrità che lo attende, si trova a indagare su inquietanti fatti di sangue. L’idea di partenza, raccontata dallo stesso autore, nasce da una domanda quasi da filologo prestato al giallo: possibile che negli scritti di Kafka non ci sia alcun riferimento, magari passato sotto allegoria, a un fatto di sangue realmente accaduto? La risposta che l’autore ha costruito diventa ciò che spinge l’intero romanzo.
Scarlatti si dichiara ammiratore di Kafka fin dalla metà degli anni Ottanta, da quando acquistò la raccolta completa dei suoi racconti su una bancarella dell’usato sul Lungotevere, a Roma. È un dettaglio che indica non un omaggio costruito a tavolino per l’occasione, ma il punto d’arrivo di una frequentazione di quarant’anni con l’opera dello scrittore praghese.
Un romanzo di scrittori, prima ancora che di delitti
Nelle intenzioni dichiarate, il libro nasce come racconto di un’amicizia tra scrittori, ambientata tra locali fumosi, luci di lampioni sulla neve, l’antico cimitero ebraico e il rumore dei carri sul selciato, un’atmosfera che restituisce la Praga di inizio Novecento come materia viva del racconto, personaggio a sé.
L’indagine si arricchisce inoltre di una figura del folklore praghese, il Golem, che fa da presenza simbolica sullo sfondo, e si intreccia con le tensioni storiche che animavano allora la comunità ebraica di Praga, tra le prime spinte sioniste e chi vi si opponeva, un dibattito reale e documentato negli ambienti intellettuali dell’epoca, che il romanzo utilizza come contesto storico piuttosto che come tesi.
Il cuore del romanzo, però, si fonda su un’idea più ambiziosa: chi scrive entra in contatto con mondi che vanno oltre la semplice facciata delle cose, dice Scarlatti, la scrittura è una porta. Da ciò la scelta di affidare l’indagine proprio a Kafka, ma non come investigatore occasionale prestato al giallo, bensì come il precursore di una letteratura del fantastico che non è mai pura invenzione fine a sé stessa, ma veicolo di un messaggio allegorico. E l’allegoria, verificata alla prova della lettura, regge fino in fondo, confermando quanto il genere possa ancora sorprendere e arricchirsi, se c’è una storia forte e una conoscenza autentica della materia letteraria di partenza, oltre allo stile curato.
Un romanzo che onora il Premio Tedeschi che l’ha consacrato, che usa la figura di Kafka come chiave interpretativa autentica, dimostrando che il giallo italiano contemporaneo può farsi, senza timori, anche riferimento culturale.

