Oggi Presentiamo...

Peppino Mazzotta

Speciale Giallo Grosseto 2026

Intervista a cura di Dario Brunetti

Siamo lieti di ospitare su Giallo e Cucina Peppino Mazzotta, nato a Domanico (Cosenza) attore di cinema, teatro e di tante fiction televisive, in particolare Il commissario Montalbano, dove riveste il ruolo dell’ispettore Giuseppe Fazio a partire dal primo episodio Il ladro di merendine del 1999 fino all’ultimo episodio del 2021 Il metodo Calamanotti.

DB La seconda edizione di Giallo Grosseto è dedicata al maestro Andrea Camilleri, Peppino come è iniziata la tua avventura con il commissario Montalbano per la regia di Alberto Sironi?

PM Avevo fatto un provino un anno prima con Alberto Sironi per un altro film, ma non ero riuscito a realizzarlo perché avevo degli impegni teatrali, inizialmente pensavo che se la fosse presa, invece quando l’anno dopo compose il cast per Il commissario Montalbano, mi richiamò e feci un provino per il ruolo dell’ispettore Fazio, quindi mi scelse e da lì incominciò l’avventura.

DB Hai dei piacevoli ricordi del maestro Camilleri che porti ancora nel tuo cuore e ai quali sei particolarmente legato?

PM Andrea Camilleri l’ho conosciuto in situazioni ufficiali, nelle conferenze stampa piuttosto che manifestazioni dove andavamo insieme o in Rai per festeggiare gli ascolti. Di Andrea ho un ricordo che si mescola con un vissuto personale con cui chiacchieravo di tutto quel che è il significato che concerne la letteratura, infatti penso di aver letto quasi tutti i suoi romanzi e ne è diventata una questione familiare anche per questo aspetto.

Per me è stato un notevole punto di riferimento perché era una voce importante e diceva sempre cose giuste aiutandomi a capire quel che succedeva intorno. Lo ritengo e secondo me lo è ancora, una figura fondamentale a cui torno quando mi sento confuso rispetto alle cose che ci accadono e che non riusciamo a spiegarci fino in fondo.

DB Ci racconteresti Peppino qualche simpatico aneddoto sul set del commissario Montalbano che ti lega sia a Luca Zingaretti che a Cesare Bocci?

PM Noi eravamo un gruppo piuttosto goliardico e scherzavamo molto sul set e di mezzo ci andava sempre il cibo e durante le pause io andavo a comprar loro un buon gelato e sia Luca che Cesare ricambiavano. Ci coccolavamo moltissimo col cibo comprandoci le cose che sapevamo che ci piacevano. In Sicilia poi tutto è molto buono e nel comprare c’era sempre l’imbarazzo della scelta.

DB Nel corso degli anni Il fenomeno Montalbano ha ottenuto uno straordinario successo a livello mediatico, letterario e turistico. Quali sono i fattori chiave che hanno contribuito a fare di un’opera letteraria un fenomeno culturale globale?

PM La serie di Montalbano è stata un esempio per tanti aspetti, ad esempio per come si può prendere un territorio bello ma poco conosciuto e farlo diventare una meta turistica molto ambita, devi considerare che la Ryanair ha aperto una linea Londra-Comiso per le grandi richieste che c’erano. La dimostrazione che una fiction può fare la fortuna di quel luogo dando successo alla stessa e viceversa.

Il successo è dato prima di tutto da Andrea Camilleri attraverso le sue opere e alla grande capacità di creare questi personaggi ai quali si affeziona praticamente subito e alla Sicilia che lui racconta, una regione molto autentica alla quale presta uno sguardo molto attento e poi c’è Alberto Sironi che ha fatto una scelta registica molto rischiosa che invece si è rivelata molto efficace. Creare questa Vigata che non esiste, un luogo sostanzialmente vuoto, dove non ci sono macchine e traffico, dove non c’è gente e si è sposata molto con la metafisica dei romanzi di Andrea e questo mix unito ai luoghi, alle musiche di Piersanti che dopo Morricone è considerato uno dei più grandi musicisti italiani e anche ai caratteristi siciliani, dei bravissimi attori che sono venuti a prestare la loro opera dando un’impronta significativa al film. Tutti questi elementi messi assieme hanno decretato la fortuna del prodotto televisivo considerando che già Andrea Camilleri prima della realizzazione della serie portava all’incirca 1 milione e mezzo- 2 milioni di lettori e questi si sarebbero sicuramente moltiplicati.

DB Gli spettatori essendo abituati a vederti recitare nelle parti da buono sia in tv che al cinema, non si immaginerebbero Peppino Mazzotta nelle vesti da cattivo. Per citare qualche film: il pluripremiato “Anime nere” di Francesco Munzi, dove interpreti un imprenditore colluso con la criminalità calabrese e soprattutto nella fiction “Solo” dove impersoni un boss dell’Ndrangheta. Come si passa dal volto rassicurante dell’ispettore Fazio a quello di un boss spietato e quali sono nella recitazione gli elementi chiave che determinano questo processo di trasformazione?

PM A seconda del personaggio che si va a interpretare, si va a cercare dentro di sé qualcosa che può essere utile, nel caso di Fazio, ho preso molto dalla mia parte più positiva e ottimista, il personaggio di “Anime nere” è più un uomo che si trova in una situazione difficile da gestire, ma non è un vero e proprio cattivo, mentre Corona che in “Solo” è il boss, rappresenta il cattivo per eccellenza ed è il male assoluto e quindi in quel caso, vai a cercare dentro di te altri aspetti degli umori che sono il pessimismo, la rabbia che tendiamo a sfogare e per Corona per questo legame che ha con la famiglia, questo senso di ossessione di difenderla a tutti i costi, lo porta a commettere le peggiori azioni.

DB Enigma – Radio Argo Suite – Le anime morte – sono tre produzioni di altissimo rilievo nelle quali ti sei notevolmente contraddistinto risultando tra le figure più apprezzate del teatro italiano contemporaneo. In una precedente intervista hai dichiarato che il teatro è “il polmone” per rigenerarsi da tv e cinema. Il teatro è il luogo in cui mettere le proprie radici per la carriera di attore diventandone la palestra e trasformando il ruolo che si interpreta in qualcosa di viscerale che consente anche di fare luce su quelle zone d’ombra in cui risiede l’animo umano?

PM Una volta si diceva così, adesso ci sono attori molto bravissimi al cinema che però non hanno mai recitato a teatro, dipende da cosa scegli e dal tipo di personaggi interpreti, sicuramente il teatro che per alcuni è una passione, per altri invece è un’ossessione.

Per me è un’ossessione da cui non riesco a liberarmi, ovviamente ti obbliga ad avere una presenza fisica e interna molto forte perché il palcoscenico la richiede e questo aspetto forma la tua espressività ed è un qualcosa che diventa utile quando si interpreta un personaggio al cinema.

Ci sono personaggi e film nel cinema dove non è necessario avere una grande tecnica e una consapevolezza perché appunto contano molto di più coincidere con quel che si interpreta e agire in maniera spontanea; ci sono altri personaggi molto più complessi al cinema che si possono interpretare perché sono più articolati e bisogna affrontarli in un certo modo e a quel punto se si è fatto teatro ti può tornare molto utile. Se ti capita un personaggio con l’aderenza e la somiglianza che hai come individuo e la spontaneità dell’interazione può anche non servire il teatro. E’ chiaro però che personaggi che ti somigliano ne puoi fare un po’ poi finisci con l’interpretare ruoli diversi che ti devi costruire e in quel caso il teatro ti sarà per sempre utile.

DB Il 21 maggio è andato in onda per la Rai un film per la regia di Graziano Diana dal titolo “Un futuro aprile” incentrato sulla strage di Pizzolungo dove interpreti Nunzio Asta padre di Margherita, una bambina di undici anni che il giorno 2 aprile del 1985 perse la mamma e i due fratellini in un attentato mafioso che aveva come obbiettivo colpire il giudice Palermo sopravvissuto all’agguato. Com’è stato gestire questo ruolo così delicato dal punto di vista emozionale?

PM Non è stato semplice perché venivo da un lutto e avevo perso mamma da poco, poi abbiamo girato nei posti che sono quelli reali dov’è avvenuto proprio l’attentato, su quella strada e in mezzo a quelle case, gli arredamenti che appartenevano ai signori Asta e tutto questo chiaramente complica la situazione e diventa fortemente suggestivo e anche molto doloroso perché vedi il divano dove si è seduta la donna con i suoi bambini e dove c’eravamo anche noi per girare il film. Non è stato semplicissimo da questo punto di vista perché la vicenda in sé è molto toccante e stare negli stessi posti dove la tragedia è avvenuta lo è altrettanto e un ruolo era necessario far emergere il dolore e quindi ero molto concentrato e in uno stato d’animo che mi tenesse sempre in contatto con i miei dolori che ho potuto prestare al personaggio di Nunzio Asta.

DB Nunzio Asta dopo la morte della moglie e dei suoi bambini va alla ricerca dei colpevoli di quel terribile agguato ma al tempo stesso cerca di tramandare riuscendoci quel senso di giustizia proprio a sua figlia Margherita. Quanto è importante trasmettere questo valore soprattutto alle nuove generazioni affinché si vada incontro a un cambiamento sociale?

PM Io credo che da questo punto di vista considerando dove sta andando il mondo che sembra stia finendo in un posto fatto di arroganza, di prepotenza, di abusi, di mancato rispetto di ogni regola e di ogni diritto e quindi è molto importante per noi sentire la necessità di costruire una comunità che sia più armonica e dove tutti si rispettano e al tempo stesso rispettano le regole diventando valori da trasmettere ai più giovani perché altrimenti finiranno in un abisso che li spinge verso un’altra direzione, almeno il contatto diretto che si instaura con i genitori con i parenti o gli amici spinge i ragazzi in una direzione più corretta, perché oggi i social e tutto quel che viene comunicato nei telegiornali e che circola intorno a loro è disastroso.

Per me diventa importantissimo prendere parte a film del genere e fare da tramite con personaggi come Nunzio Asta, è vero che è stato un uomo che ha cercato la giustizia fino alla fine, ma è stato anche costretto perché ha vissuto una tragedia enorme e davanti a una situazione del genere o si soccombe e si rimane uomini spezzati oppure si reagisce; però credo che la giustizia debba cercare anche persone che non necessariamente abbiano subito tragedie così grandi cioè anche per scelta e non per necessità e quindi bisogna trasmettere questi valori il più possibile cercando di far percepire (io ho due figli giovani) loro che sono cose importanti e autentiche; poi a volte si rischia anche di finire nella retorica e i ragazzi di oggi la respingono e quindi bisogna far capire loro che sono valori trasmessi col sentimento, non sono semplicemente concetti belli da esprimere.

DB In questa famiglia c’era la bellezza della semplicità fatta di gesti normali e l’attentato segna la perdita dell’innocenza per Margherita. Nel film c’è una frase molto bella che Nunzio trasmette a Margherita “Tutto ciò che si può rompere, lo si aggiusta”. Questo insegnamento oltre a essere il punto focale e imprescindibile dell’opera rappresenta proprio la filosofia di Nunzio Asta nel quale anche la verità è qualcosa che si può ricomporre?

PM La posizione di Nunzio Asta è obbligata che lo costringe a trovare una via d’uscita altrimenti un uomo dopo una tragedia del genere decide di farla finita.

Per quanto riguarda la frase citata, non so se realmente l’abbia mai detta o sono gli sceneggiatori che l’hanno inventata, però è una bella frase, molto significativa e secondo me può diventare il manifesto per la vita di Nunzio Asta che non ha mai accettato che qualcosa si è rotto in maniera inequivocabile e ha cercato di ricomporre i pezzi di un’esistenza facendolo in due modi: il primo, nell’aspetto più tecnico seguendo tutti i processi e l’iter giudiziario e cercando prove che poi ha portato ai magistrati e ha conservato tutta la documentazione necessaria e il secondo, è stato nei confronti della figlia, facendo in tutti i modi di darle un futuro affinché non pesasse troppo questo lutto che aveva colpito anche lei; infatti ad un certo punto lui ha un’altra compagna per la quale verrà molto criticato in paese, come la stessa donna ha subito delle critiche, ma in effetti, secondo me, questa scelta la fa per la figlia affinché possa tornare a una vita più famigliare più o meno normale e avere una figura sia maschile che femminile di riferimento e ha avuto ragione lui nonostante le malelingue del paese perché poi alla fine Margherita si è molto affezionata a questa donna che è stata un grande figura per lei e Nunzio Asta è riuscito a darle una guida, un punto fermo su cui contare oltre che a quello materno.

 DB Giallo Grosseto è una rassegna letteraria basata sul genere crime e nel 2022 uscì il tuo secondo libro edito Rizzoli nel quale sei coautore con Igor Esposito dal titolo L’azzardo, un romanzo che mescola la commedia con il noir e che vede protagonista Leandro un uomo capace di dipingere i grandi capolavori del passato. Come nasce l’idea di questo testo e ci sveleresti qualcosa della trama?

PM L’idea nasce dalla collaborazione decennale che io e Igor abbiamo sul piano della scrittura, lui ha scritto testi per me e viceversa e abbiamo scritto testi insieme, ci scambiamo tutto quel che scriviamo, ci correggiamo l’uno con l’altro senza che nessuno si offenda e quindi c’è tra di noi un rapporto molto lungo da questo punto di vista che pian piano ha costruito l’idea di mettere insieme un materiale che poi inizialmente non pensavamo potesse diventare un romanzo, poi a un certo punto questo testo è stato letto da un agente letterario che ci ha detto che poteva nascere un romanzo e ci siamo organizzati per farlo divenire tale.

E’ un romanzo anomalo difficilmente classificabile come genere, l’hanno considerato un noir perché racconta la storia di una rapina che poi finisce male, c’è una storia legata al calcio scommesse e quindi tocca fatti di cronaca reale, però sostanzialmente tutta la trama è una sorta di pretesto che consente di raccontare la vita di questi due personaggi molto diversi tra loro; uno Leandro che è un pittore che su commissione riproduce quadri di grandi capolavori, poi ci sono altri denominati Lanzichenecchi che sono uniti da un unico vizio che li accomuna che è legato alle scommesse calcistiche. Ognuno di loro a sua volta ha una sua storia, uno è un argentino scappato dalla dittatura, un altro è un grande ballerino e insegnante di tango, un altro è un attore che ha smesso per sempre di recitare ed è soprannominato Marlon Brando e quindi la sua vita dà occasione di parlare di teatro ed è qualcosa che accomuna sia me che Igor, c’è un banchiere che è un mancato scrittore che ha scritto un romanzo che non è mai stato pubblicato e questo aspetto ci consente di parlare di letteratura che è un’altra passione che abbiamo io e Igor e infine c’è un cuoco napoletano che si è trasferito a Mantova e lavora in un ristorante della zona ed è soprannominato Vesuvio e ci dà occasione di parlare del cibo e insieme al già citato Leandro ruberanno un Tintoretto incustodito che sta in una chiesa di Venezia e questo prende spunto da un fatto realmente accaduto che poi non riusciranno a rivendere. Questo aspetto ci ha dato la possibilità di parlare di arte e architettura classica prendendo in prestito le competenze di Igor che è insegnante di storia dell’arte e quindi conosce bene la materia. Una trama gialla articolata e ricca di colpi di scena che si susseguono e con un finale che lasciamo ai lettori.

DB Grazie Peppino per essere stato ospite di Giallo e Cucina nel nostro spazio dedicato alle interviste.

PM Grazie a voi!

 DB Concludo però con un’ultima domanda, ci sveleresti qualche progetto futuro, avremo la possibilità di rivederti presto?

 PM Al momento c’è solo la ripresa del progetto teatrale Enigma che si rifarà dalla prossima stagione e qualche data di Radio Argo in giro per i teatri greci e romani che ci sono in Italia e poi nient’altro, sinceramente non si è profilato nulla all’orizzonte e invece dalla scrittura, scrivo tutti i giorni e cerco di tirare fuori dal cassetto qualche progetto con la speranza che si possa realizzare.

 

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