Intervista ad Andrea Cotti
A cura di Claudia Proietti
Oggi, su Giallo e Cucina, abbiamo il piacere di ospitare Andrea Cotti, scrittore e sceneggiatore di grande talento e versatilità. La tua vasta produzione letteraria spazia dai romanzi per ragazzi al genere giallo e noir.
È stato particolarmente significativo il tuo contributo come sceneggiatore e autore della fortunata serie de “Il Cinese” (2018) e “L’Impero di Mezzo” (2021), edita da Rizzoli, opere che narrano le vicende del commissario Luca Wu.
Di recente pubblicazione, a giugno 2025, è il tuo nuovo titolo: “Febbre Alta”. Un noir avvincente che si snoda tra le esistenze di quattro personaggi apparentemente distanti, i cui destini sono però inesorabilmente destinati a intrecciarsi e sovrapporsi. Il loro comune denominatore è un malessere fisico che funge da apripista a più profondi malesseri emotivi, psicologici e sociali. La vicenda si sviluppa nell’arco di un paio di giorni e il ritmo incalzante della narrazione tiene il lettore incollato alle pagine fino all’epilogo, un finale capace di spiazzare anche i più perspicaci esperti del genere.
Iniziamo subito con le domande.
CP Nella tua carriera poliedrica, hai dimostrato di essere un artista della parola estremamente versatile: hai spaziato tra romanzi per ragazzi (come Stupido e Che brutto nome mi hanno dato), poesie, radio e, naturalmente, le sceneggiature per TV e cinema (ricordiamo L’Ispettore Coliandro, Squadra Antimafia, Un gioco da ragazze). Come gestisci il passaggio tra i diversi linguaggi letterari e le loro molteplici declinazioni e applicazioni?
AC Cerco di dedicarmi per determinati giorni soltanto a un progetto. Non sono capace, nello stesso giorno, di scrivere un paio di capitoli del romanzo e delle scene di una sceneggiatura perché sono linguaggi molto diversi. Ho bisogno di avere giornate dedicate o a una cosa o a un’altra. Che si tratti della stesura di un romanzo, della scrittura di una sceneggiatura o di un lavoro di editing che faccio per conto di qualcun altro, ho bisogno di dedicarmici singolarmente con la giusta attenzione. Poi può capitare che una giornata che si vuole dedicare a una tipologia di scrittura venga stravolta nei programmi, ma in linea generale cerco di dedicarmi a una declinazione della scrittura per volta, evitando laddove possibile di sovrapporre i generi letterari ai quali mi dedico.
CP Rimanendo in tema di cinema e TV, due dei tuoi romanzi — Un gioco da ragazze e Stupido (sceneggiato col titolo Mar piccolo) — sono diventati film. Qual è stato il tuo ruolo in questo processo di adattamento cinematografico delle tue opere? Hai trovato più difficile adattare qualcosa di tuo rispetto allo sceneggiare un’opera scritta da altri autori?
AC Adattare romanzi in chiave di cinema o serie TV è forse la cosa più difficile di quanto si pensi da fuori, perché la trasposizione tra linguaggi diversi rende spesso necessario fare scelte anche drastiche. Lavorare sui propri materiali è più facile, perché si conoscono meglio la storia e i personaggi, e il meccanismo diventa più automatico: si sa come farli muovere, cosa pensano e come ragionano.
Dall’altra parte, quando viene chiesto di apportare cambiamenti a volte anche drastici e radicali, lo scrittore che diventa sceneggiatore fa un po’ di resistenza. Diciamo che in generale la trasposizione da romanzo a film o serie TV è forse il compito più difficile per uno scrittore/sceneggiatore.
Se devo decidere tra adattare materiale mio o quello di altri, è più difficile trasporre materiale altrui. Quando faccio un cambiamento drastico a qualcosa che ho scritto io, so comunque come riannodare i fili; quando lo faccio su un romanzo scritto da qualcun altro, riannodare quei fili significa dovermi inventare ex novo delle cose. Mi è richiesto un lavoro in più: pensare e mettere dentro qualcosa di mio, innestandolo sul materiale scritto da un altro.
Ed è quasi una certezza che l’autore non condivida determinate scelte, a meno che non sia abituato ad avere i propri romanzi trasposti al cinema o in televisione, e che allora sappia come funziona il gioco. In quel caso, almeno la metà delle volte approva. Ma se l’autore è alla prima esperienza, andrà convinto del fatto che il cuore di ciò che ha scritto rimarrà intatto, ma che tagli, cambiamenti e accorpamenti di grandi pezzi di storia sono necessari.
È normale anche che l’autore cerchi di salvaguardare il lavoro di anni, ma la cosa importante è capire che lo sceneggiatore non è lì per rovinare il romanzo, ma per cercare il compromesso tra la versione dello scrittore e il taglio cinematografico: una via di mezzo funzionale tra i due linguaggi.
CP Nella saga de Il Cinese e L’Impero di Mezzo tu hai approfondito la mafia cinese sviscerando la realtà periferica e metropolitana di Roma. Con Febbre Alta, invece, ti sei addentrato nella criminalità di provincia e nelle mafie in qualche modo migrate nella Bassa Emiliana. Cosa ti spinge a esplorare questo lato oscuro del nostro Paese? Inoltre, com’è stato passare dal descrivere la criminalità di una metropoli come Roma a quella di un’ambientazione più provinciale, in particolare la tua terra d’origine?
AC È la consapevolezza e l’idea che il racconto della criminalità sia il racconto che in realtà descrive il Paese inteso come nazione. Noi abbiamo almeno tre grandi mafie internazionali, non una, tra cui una è probabilmente la più potente al mondo: la ‘ndrangheta. È forse la mafia più potente, l’unica con la quale i narcos trattano con assoluta deferenza e rispetto. È un primato che abbiamo. Se queste organizzazioni fossero volte al bene, sarebbero organizzazioni straordinarie.
Raccontare la mafia vuol dire raccontare l’Italia. È un tema che è uscito dalle attenzioni della politica, forse perché ci sono altre urgenze anche più importanti, ma la politica se ne occupa ben poco.
Tuttavia, possiamo pensare che se questo giro fosse convertito in economia legale, avremmo un Paese ricco. Io credo che chi scrive Crime possa in qualche modo raccontare il fenomeno criminale del nostro territorio. Certo, se scrivo di un femminicidio non ho bisogno di raccontare il tessuto criminale di quel contesto, però ci sono storie che si sfiorano e si innestano con le realtà mafiose; allora, poi, diventa interessante andarle a esplorare
CP Hai dichiarato che la storia di Febbre Alta trae origine da un racconto che avevi scritto per un’antologia, intitolato “Malanni”. Puoi parlarci del processo che ha portato un racconto a dilatarsi nello spazio e nel tempo, fino a diventare un romanzo vero e proprio?
AC Il processo è nato, come spesso succede nella vita, dal caso. Stavo riordinando cartelle sul computer e ho ritrovato questa cartella che si chiamava “Racconti”. Io, in realtà, di racconti in vita mia ne ho scritti molto pochi.
Mi sono andato a riaprire questa cartella perché non mi ricordavo esattamente cosa ci fosse dentro. Conteneva una decina di racconti, e uno di questi era ‘Malanni’, che ricordavo essere finito dentro un’antologia.
Me lo sono riletto e mi sono reso conto di una cosa che era vera già anche allora: in quel racconto in realtà c’era nascosto un romanzo. Magari non un “romanzone” come Il Cinese, non un romanzo da quattro-cinquecento pagine, ma c’era un romanzo perché ciò che raccontavo era una minima parte di quello che in qualche modo dava vita a quella storia.
Quindi mi è venuta voglia di esplorare il mio stesso racconto e andare a vedere cosa c’era dietro. Erano cose che perlopiù mi erano girate in testa ma che non avevo messo su carta, perché il racconto doveva avere una certa lunghezza.
Così, sono andato a ripescare nella memoria le cose che non avevo incluso nel racconto e poi ce ne ho aggiunte altre, perché poi ci prendi gusto e ti diverti a inventare ancora, mettendoci qualcosa che non c’era. Il processo è stato questo: recuperare il racconto, accorgersi che c’era ancora tanto da dire sulla storia, andare a cercare nella memoria quello che non avevo messo e divertirmi a inventare altro.
CP Il tema della malattia nel tuo romanzo assume varie declinazioni: non è solo fisica o mentale, ma incarna le diverse accezioni del termine. In quest’ottica di realtà malsana, possiamo considerare che nel tuo romanzo ci sia anche l’intento di affrontare il potere criminale presente nel nostro Paese, o in particolare nella realtà di provincia, come esso stesso una forma di malattia sociale?
AC Nel romanzo non viene toccato solo il potere criminale mafioso, ma vengono toccati anche altri poteri criminali. Prima dicevo che forse l’Italia è l’unico Paese al mondo ad avere forse tre mafie d’eccellenza, ma possiamo anche aggiungere che ha avuto le logge massoniche, gruppi terroristici e un sacco di formazioni che poi hanno deviato verso il crimine.
Certamente l’Italia soffre di questi malanni. Se tu metti assieme le tre o quattro mafie più potenti, metti assieme i movimenti degenerati nell’azione terroristica e metti assieme i servizi segreti che ogni tanto, anziché giocare nella nostra squadra, giocano per altre squadre; se ci metti dentro le logge massoniche, la P2 e quelle che hanno agito, come Gladio, e tutte queste componenti, ti accorgi che è quasi miracoloso che in Italia si viva ancora in una quasi imperfetta e arrancante democrazia.
Ci sono state una serie di “morbi” che hanno colpito il corpo Italia. Altro che antibiotici, sono tante le malattie di questo Paese.
CP Tra i quattro personaggi descritti in Febbre Alta, ce ne sono due che rappresentano poli opposti: Santino Fiore, un assassino e sicario dei servizi a fine carriera, e Vittoria Melis, una poliziotta giovane, idealista e testarda che cerca la verità con zelo, anche a caro prezzo. In che modo, secondo te, le loro solitudini si riflettono l’una nell’altra? E in che modo tutti i personaggi del tuo romanzo arrivano ad avere un fil rouge che li collega tra loro?
AC In realtà, e me lo fai pensare adesso con questa domanda, Santino Fiore e Vittoria Melis non sono ai poli opposti. Entrambi fanno qualcosa che credono essere giusto, solo che uno lo fa nel lato oscuro del potere e l’altra lo fa nel lato in luce del potere. Poi, ovviamente, in entrambi i lati ci sono molte più sfumature di quelle che ci piace di solito guardare, però entrambi credono in quello che fanno, altrimenti non potrebbero farlo.
Santino Fiore non nasce con la pulsione di andare in giro ad ammazzare la gente: viene arruolato nei servizi in seguito a un’azione eroica fatta da carabiniere. Lui nasce come un eroe, tanto che i servizi vanno da lui e gli dicono: ‘Tu sei molto bravo e hai delle qualità per le quali puoi esserci utile’, e da lì lo arruolano.
Vittoria Melis, invece, entra in questa storia dopo aver fatto un’indagine molto tosta. Quando la incontriamo, ha appena concluso questa indagine e non l’ha fatta per chissà quale motivo, ma perché ci crede, crede che quello sia il suo dovere.
Quindi, in realtà, entrambi fanno qualcosa in cui credono, ma proprio questo li rende soli nel loro percorso, perché quasi mai le persone agiscono in base a ciò che credono. Quasi sempre le persone agiscono in base a ciò che credono essere giusto per loro, ma per loro è molto diverso dagli altri. Invece, loro due si muovono in base a una pulsione che possiamo chiamare morale.
Tutti e quattro i personaggi, seppure in modo diverso, si muovono in base a delle pulsioni che hanno dentro e che li indirizzano da qualche parte.
Uno tra i quattro è il più sbandato, il povero Cristiano Doni, che ho scoperto essere anche molto apprezzato: è simpatico a tutti, e questo mi fa un’enorme tenerezza perché io l’ho descritto come un poveraccio, un cialtrone di paese sempre incazzato che ha un lavoro di… diciamo… sgradevole. Eppure, in qualche modo risulta simpatico a tutti.
Forse l’unico che non segue questa traiettoria morale è proprio Cristiano, ma gli altri tre sì. E Cristiano è la variabile impazzita in mezzo ai tre.
Quindi, il filo rosso che li lega è intanto il destino. Noi facciamo piani, la vita è quello che accade mentre noi siamo impegnati a farli. Tutti e quattro sono legati da un filo invisibile che è quello del caso. È il caso e le scelte del loro passato che li hanno portati tutti e quattro a San Giovanni in Persiceto. Dopodiché, almeno tre su quattro sono legati da qualcosa in cui credono o in cui hanno creduto fino a quel momento.
CP La tua scrittura, decisamente cinematografica, è stata spesso definita come un tipo di noir in cui l’azione si intreccia ai sentimenti, e dove si denota una spiccata ironia anche nel descrivere situazioni serie e cruciali. Inoltre, il tuo stile è caratterizzato da una peculiare essenzialità, una sorta di parsimonia narrativa. Questa scelta di applicare la tua esperienza di sceneggiatore, trasformandola in un elemento stilistico cruciale, è stata una scelta naturale oppure l’hai voluta implementare consapevolmente in questo romanzo?
AC In realtà è stato un passaggio consapevole, ma non parte dall’influenza che ha la scrittura del cinema e della visione sulla mia scrittura narrativa. È chiaro che io scrivo sceneggiature da quando avevo meno di trent’anni; ne ho cinquantaquattro, sono venticinque anni che scrivo sceneggiature; quindi, se non ci fosse nessuna influenza tra la scrittura di sceneggiatura e quella narrativa sarei una specie di automa.
Diciamo, però, che è una scelta diventata consapevole con la scrittura de ‘Il Cinese’. Il romanzo, in una primissima stesura, era di quasi seicento pagine. Quando mi sono reso conto che avevo in mano una storia ‘cicciona’ – proprio per numero di eventi e avvenimenti – che avrebbe portato a un romanzo molto corposo, ho deciso di essere il più semplice e sintetico possibile nella scrittura, perché altrimenti sarebbe stato un attimo arrivare a mille pagine, e non era assolutamente pensabile avere in mano un mostro di quella dimensione.
Quindi c’è stata una scelta consapevole nel dire “less is more”: scrivi tutto nel modo più sintetico possibile, e da lì si arriva poi alla sceneggiatura. In questo aiuta molto l’inglese, perché rende l’idea di come in una riga si riesca a dire tutto, che è quello a cui ho mirato nella scrittura de Il Cinese. La lingua inglese permette di esprimere quanto più possibile con pochissimo utilizzo di parole.
La scrittura per cinema e televisione ti allena a cercare di raccontare una cosa complessa in due righe. Quindi c’è consapevolezza nella ricerca di una scrittura che in sintesi riesca però a essere ricca, efficace ed equilibrata.
Sull’ironia, aggiungo questo: ‘Il Cinese’ e ‘L’Impero di Mezzo’ sono due romanzi senza dubbio drammatici, crime, anche se hanno, attraverso lo sguardo di Wu e il rapporto coi suoi colleghi, molta ironia. Però è un’ironia filtrata dallo sguardo del personaggio.
Nel caso di ‘Febbre Alta’, siccome mi sono concesso di scrivere in terza persona e di stare io un po’ più in alto sui personaggi, mi sono concesso un po’ più di leggerezza: uno sguardo più leggero, un po’ più dissacrante anche rispetto a certe situazioni che poi invece sono dolorose. Perché nel romanzo ci sono in realtà cose molto intense, ma mi sono permesso di raccontarle con un pizzico di leggerezza.
CP In una delle tue interviste, hai dichiarato che ne Febbre Alta il caso (inteso come fato) ha un ruolo cruciale. La narrazione stessa, in terza persona singolare, ti ha permesso di agire un po’ come un deus ex machina. È corretto dire che il Caso, inteso come destino, sia il quinto protagonista di questa tua ultima storia? E quanto è importante, secondo te, l’imprevedibile — ciò che sembra scritto che debba succedere al di là di ogni previsione o piano?
AC Il caso è assolutamente il quinto protagonista: caso, destino, fato, come vogliamo chiamarlo. Io credo che sia fondamentale in qualunque narrazione, ma perché, alla fine, è fondamentale nella nostra vita. Davvero, io credo che la nostra vita sia quello che ci succede mentre noi siamo impegnati a fare altro.
Vivo a Monza, in Brianza, ho una bambina di sette mesi e un anno fa non avrei mai immaginato di vivere a Monza, in Brianza, e avere una bambina di sette mesi. Quindi funziona così, e per i quattro personaggi del mio romanzo è più o meno la stessa cosa.
Tutti e quattro, soprattutto tre, hanno fatto i loro piani, ma anche il buon Cristiano Doni in realtà ha un piano in testa: quello di conquistarsi un lavoro migliore, una casa, l’indipendenza. Mentre loro fanno i piani, la vita slitta. Mille piccoli imprevisti fanno deragliare i progetti e il finale del romanzo, credo, sia la perfetta rappresentazione di come mille piccoli slittamenti creino l’imprevedibilità che ci aspetta.
CP Siamo arrivati all’inevitabile domanda: “Che cosa bolle in pentola?” Ci sono progetti imminenti, nuove idee in via di sviluppo, o sei in procinto di ultimare qualcosa di già avviato?
AC Sono in procinto di iniziare un nuovo romanzo, sempre ambientato a San Giovanni in Persiceto, con ancora protagonista Vittoria Melis e con l’ispettore Bianco, il personaggio che in ‘Febbre Alta’ fa una comparsa. Mi piacerebbe raccontare una storia con protagonista Vittoria Melis da una parte e Davide Bianco dall’altra.
Ho una scaletta o una traccia di massima che però, per il momento, è centrata solo su Bianco. Invece, voglio reinserire Vittoria Melis perché mi è piaciuta e voglio tenerla con me. Dipende, però, molto dalle scelte editoriali.
Grazie infinite ad Andrea Cotti per essere stato con noi.


