Oggi Parliamo Con...

Daniele Vicari

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Nelle sale cinematografiche con il film Orlando 2022 con Michele Placido, Angelica Kazankova, Fabrizio Rongione, Federico Pacifici, Denis Mpunga, Christelle Cornil, Lola Deleuze, Chiara Scalise, François Neicken, Celine Andrè, Daniela Giordano.

AB – È con immenso piacere che diamo il benvenuto su Giallo e Cucina a Daniele Vicari, regista e sceneggiatore, di recente nelle sale italiane col suo ultimo lavoro Orlando. Il film racconta la storia di un vecchio contadino della provincia di Rieti, interpretato da Michele Placido, che dopo la morte del figlio si ritrova a Bruxelles con una nipotina a cui badare. Al lutto si aggiunge il ricordo delle ferite del passato, ma anche lo scontro col futuro, rappresentato dalla giovane Lyse e dalla nuova vita nella metropoli belga. Perché c’è un gran bisogno di questa storia in questo momento?

DV – Penso che Orlando e Lyse siano due persone che sarebbe bello incontrare davvero, perché hanno qualcosa da dirci sull’amore e soprattutto sull’amare. In questo momento noi abbiamo messo i sentimenti tra parentesi e ci siamo fatti travolgere dal consumismo, dalla tecnologia, dall’informazione, siamo passivi dinanzi ai grandi cambiamenti. Amare invece è un verbo attivo, è una azione, muove le cose, cambia il mondo intorno a noi. Dobbiamo attivarci per riprendere in mano le nostre vite. Ho realizzato Orlando proprio perché in questo momento freddo, privo di passioni, carico solo di rabbia impotente, amare può essere una cosa “rivoluzionaria”.

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 AB Orlando è innanzitutto una storia d’amore: la storia di un nonno e una nipote che si conoscono, non si capiscono ma vogliono imparare a esserci l’uno per l’altra. È molto tenero vederli scambiarsi spesso di ruolo, laddove Orlando appare più cocciuto mentre Lyse sembra ostentare calma e responsabilità, salvo poi tornare ognuno nella propria dimensione, inseguiti dallo spettro dei traumi che hanno subito e delle decisioni importanti che devono prendere. Vuoi parlarci di questi due personaggi, soprattutto in virtù del lavoro svolto con Michele Placido e la straordinaria emergente Angelica Kazankova?

DV –Penso che l’incontro tra Michele e Angelica abbia sprigionato una energia molto bella e positiva che ha illuminato il film e lo ha fatto diventare una cosa viva. I film, come le persone, possono essere vivi, energici, oppure flaccidi e stanchi. Orlando e Lyse fanno vivere il film e gli spettatori si appassionano alla loro storia. È davvero bello partecipare agli incontri con il pubblico proprio perché gli spettatori parlano di questi due personaggi avvertendoli come “persone”, come se li conoscessero e volessero conoscerli di più. Il lavoro fatto sulla recitazione è stato per me emozionante, perché è vero, i caratteri di nonno e nipote si completano a vicenda. Lo scontro inevitabile tra due persone molto determinate diventa occasione per mettere a fuoco il senso stesso dell’esistenza di questi due esseri soli ma desiderosi di non esserlo. Orlando con la sua lunga vita a contatto con la terra e una storia che viene dal secondo dopoguerra, un carattere duro e spiccio e Lyse invece è una ragazzina del presente, combattiva, persino coriacea, ma bisognosa d’amore più forte di quanto sembri.

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AB – Nonostante la dolcezza e i sentimenti di cui è pieno, Orlando racconta una città e una società molto fredde. La fotografia di Gherardo Gossi restituisce con puntualità ed espressività una Bruxelles fatta di ampi spazi e luoghi grandi e inospitali, in un’atmosfera generale tra il realistico e l’iperbolico. Immaginando l’influenza che possa aver avuto la tua formazione da documentarista, ci racconti come avete dato vita al mondo di Orlando?

DV – Con Gherardo ogni volta azzeriamo la nostra visione del cinema per tuffarci nella storia che dobbiamo raccontare. Orlando aveva bisogno di una interpretazione fotografica in grado di restituire lo spaesamento di un uomo che dalla campagna del sud Europa viene sbalzato in una metropoli del nord. Avevamo bisogno quindi di obiettivi che ci permettessero di stare vicino ai personaggi senza perdere mai l’ambiente nel quale si muovono, ecco che l’uso dei grandangoli, analoghi a quelli che abbiamo sui telefoni cellulari, che quindi hanno un sapore al quale siamo abituati, ci ha permesso di far stare lo spettatore dentro “la storia” anche da un punto di vista “eidetico”. Questo bellissimo termine poco usato spiega bene l’attitudine anzi la facoltà mnemonica di uno spettatore, fondata sulla percezione visiva, cioè noi partecipiamo alle storie non solo attraverso ciò che vediamo ma attraverso “come” lo vediamo. Gli obiettivi che con Gherardo abbiamo utilizzato ci permettono quasi di “assaggiare” lo spaesamento di Orlando, così il tono fotografico che pian piano perde il blu freddo e acquista colori caldi fino al tramonto d’oro che si riflette sugli stessi gelidi palazzi dell’inizio. Insomma la fotografia è “narrativa”.

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AB – All’inizio del film è presente una dedica a Ettore Scola, un nome che a qualche spettatore più giovane potrebbe suonare nuovo. Oggi, cosa può raccontare il cinema di questo autore alle nuove generazioni, e, perché no, cosa possono riscoprire gli spettatori più attempati?

DV – Ettore ci ha lasciato un patrimonio cinematografico straordinario, i suoi film costituiscono un patrimonio di conoscenza della nostra storia. Basta vedere Una giornata particolare per comprendere come la nostra storia nazionale, difficile e conflittuale, abbia piegato i destini degli individui fino a spezzarli. Ettore e i grandi artisti come lui sono irrinunciabili. Ma la dedica si riferisce alla nostra amicizia, ho avuto la fortuna negli ultimi anni della sua vita, di condividere con lui la costruzione di una scuola di cinema, pubblica e gratuita, la Gian Maria Volonté, una impresa che vale una vita intera. Fare questa cosa con Ettore è stato un privilegio, per questo ho dedicato a lui un film che, penso, avrebbe voluto vedere.

 

AB – Negli ultimi anni hai lavorato, insieme a Emanuele Scaringi, alla regia della serie L’alligatore, ispirata all’omonima saga di Massimo Carlotto, scrittore che abbiamo spesso trattato su Giallo e Cucina. Ti trovi più a tuo agio a dirigere storie ideate e scritte da te o trovi stimolante approcciarti a materiale preesistente? Quali sfide avete incontrato adattando Carlotto al linguaggio audiovisivo?

DV – Emanuele è un regista con grandi potenzialità, ci siamo divertiti a raccontare un mondo difficilmente raccontabile, perché i personaggi di Carlotto e gli ambienti delle sue storie sono molto singolari, il suo è un Hard Boiled tutto “in soggettiva” e i personaggi leggermente “sopra le righe” non si adeguano al naturalismo della gran parte delle nostre serie. Quindi è stato necessario creare un mondo “speciale” attraverso i costumi, la scenografia, la fotografia, la musica, un mondo del tutto estraneo al mondo reale ma allo stesso tempo specchio di quello. Lavorare con Carlotto è stato proprio bello, perché è un uomo profondamente intelligente e privo di inibizioni, con un immenso desiderio di esprimersi.

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 AB – Grazie di cuore a Daniele Vicari per il tempo che hai dedicato ai lettori di Giallo e Cucina. Ti saluto chiedendoti se stai lavorando ad altri progetti e se tornerai al cinema o in TV.

DV – Sto completando un documentario di montaggio, con riuso di materiali di archivio e sto scrivendo una sceneggiatura… ci vedremo presto!

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