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I maestri del giallo

SEISHI YOKOMIZO
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La proposta di un giallista del Sol Levante, stavolta, ci appare giustificata dal dato oggettivo – nella produzione italiana dell’ultimo triennio – dell’interesse delle grandi case editrici per i romanzi gialli giapponesi, da Marsilio a Sellerio, da Einaudi ad Adelphi, da Piemme a Newton Compton. E un interesse così marcato e nuovo ci consiglia una breve premessa, per inquadrare storicamente il fenomeno, avvertendo subito che il giallo nipponico è nato, soprattutto dagli anni  ’20 del secolo scorso, dall’amore per il mystery anglo-americano, conseguenza dell’apertura commerciale del Paese all’Occidente (e quindi anche alla sua cultura) a partire, com’è noto, dalla Convenzione di Kanagawa del 1854, favorita dal commodoro Perry. Lo stesso Edogawa Ranpo, considerato dalla critica il fondatore del noir giapponese, ce lo rivela subito come il prodotto della fusione tra la cultura autoctona nipponica e il Giallo occidentale. Anche lo pseudonimo adottato, Edogawa Ranpo, che è trasposizione fonetica del nome di Edgar Allan Poe, risulta un omaggio significativo a un modello ispiratore (al pari di Conan Doyle).

Negli anni Venti, dunque, sia la società sia la letteratura giapponese riflettono la scelta lacerante tra una tradizione millenaria e la via verso l’occidentalizzazione. E in quest’epoca di grandi contrasti s’inserisce l’esordio narrativo di due scrittori importanti quali Ryunosuke Akutagawa col celebre Rashomon del 1915 (breve giallo sui generis reso famoso dal film di Kurosawa del 1950 e riproposto da Rizzoli nel 2025) e Tanizaki Jun’ichiro coi suoi Racconti del crimine del 1920, riediti da Marsilio nel 2025. Ma anche gli anni ’30 e ’40 riconfermano la dipendenza nipponica dal Giallo occidentale, con l’entrata in scena nel 1946 del nostro Autore, di cui ci avviamo a parlare.

Seishi Yokomizo nacque a Kobe il 24 maggio 1902 da una famiglia abbiente proprietaria di una farmacia. Appassionato fin da ragazzo di storie d’indagine, s’impiegò nel 1921 presso la Banca Daiichi e in questo periodo pubblicò il suo primo racconto – non di genere giallo – sulla rivista “Shin Seinen” (“Nuova Gioventù”), edita fino agli anni ’50, di cui più tardi sarà anche il direttore e su cui ospiterà traduzioni di racconti polizieschi stranieri. Nel frattempo continuò gli studi laureandosi in farmacia presso l’università di Osaka, con l’intenzione di continuare con la tradizione di famiglia, anche se scettico sulla possibilità di continuarne il commercio di farmaci di preparazione tradizionale, visto l’avanzare incalzante della medicina moderna.

Indotto dal suo amore per la scrittura e su suggerimento dell’amico Edogawa Ranpo, già famoso in patria, si trasferì a Tokyo e nel 1926 fu assunto presso la casa editrice Hakubunkan, dove lavorò come curatore ed editor di parecchie pubblicazioni. Durante quel periodo promosse la pubblicazione di molti autori di thriller, avvicinando il genere al grande pubblico, finché nel 1932 si dimise per dedicarsi completamente alla scrittura.

I suoi primi lavori da giallista risalgono al 1934 – quando Yokomizo era convalescente presso le montagne di Nagano dopo aver contratto la tubercolosi – ma risultano inediti da noi: Fuoco fatuo e Memorie del detective Sashichi detto Bambola, con il primo limitato da una censura politica allora molto severa con un genere narrativo considerato immorale.

Con lo sviluppo della seconda guerra mondiale, le sue condizioni di salute peggiorarono, per mancanza di cure adeguate alla tubercolosi. Per sfuggire ai raid aerei lui e la famiglia vennero sfollati a casa del padre a Kurashiki, nella prefettura di Okayama, dove vissero in condizioni di povertà. Ma alla fine del conflitto Yokomizo riprese con successo la scrittura crime, attirando un pubblico sempre più vasto, creando le condizioni per quella che sarà definita la “seconda età dell’oro” (di matrice occidentale) del mystery giapponese e influenzando per circa un quarantennio il panorama culturale del Paese, soprattutto quello audiovisivo. L’anno cruciale risulta il 1946, quando, sulla rivista letteraria “Hoseki”, pubblicò a puntate Il detective Kindaichi – destinato a diventare il protagonista di oltre venti romanzi e 24 film – del quale Sellerio ha proposto ai lettori italiani ben cinque indagini, tra 2019 e 2024, nella bella collana “La Memoria”:

1) Il detective Kindaichi, 2019;

2) La locanda del gatto nero, 2020;

3) Fragranze di morte [due romanzi brevi], 2022;

4) Il teatro fantasma [due romanzi brevi], 2023;

5) Il detective Kindaichi e la maledizione degli Inugami, 2024 (già tradotto dal francese col titolo L’ascia, il koto e il crisantemo nel Giallo Mondadori n. 1969, 1986).

Yokomizo morì a Tokyo il 28 dicembre 1981. E solo un anno prima, in suo onore, fu bandito da Kadokawa Shoten e Tokyo Broadcasting System il Premio letterario Yokomizo, che viene tuttora assegnato annualmente a un giallo inedito e vede in palio un milione di yen, una statuetta del personaggio Kindaichi, la pubblicazione e la  trasposizione in film o serie TV.

Ma che tipo è questo detective privato Kindaichi? Giovane, piuttosto alternativo nell’aspetto, spettinato, anonimo, in apparenza svagato e distratto, così impacciato da rasentare a volte la balbuzie, maniacale, affetto da più d’un tic, trasandato nel vestire fino alla sciatteria (tanto da venir scambiato talora per un mendicante) e con un ufficio perennemente in disordine, Kindaichi è un soggetto diverso, una sorta di anti-eroe lontano da modelli stereotipati, una sorta di tenente Colombo in salsa nipponica (come giustamente osserva il critico Alberto Mittone). Lontano dal Poirot azzimato di Agatha Christie, dal Philo Vance inappuntabile di S.S. Van Dine e dal Lord Whimsey nobile e snob di Dorothy Sayers, questo detective particolarissimo mostra però un’intelligenza acuta di fronte a casi inestricabili e, pur sbagliando talvolta nel ricomporre i puzzle delle sue inchieste, ammette l’errore, ricomincia e alla fine, scavando nella dimensione umana dei personaggi coinvolti, sonda e scopre i moventi delle azioni criminose.

Ne Il detective Kindaichi, primo della serie, il protagonista deve scoprire l’autore di un efferato omicidio “a porte chiuse”, che è a dir poco un classico del genere poliziesco grazie a Maestri come Leroux, Leblanc, Dickson Carr, Agatha Christie, esplicitamente omaggiati anche da Yokomizo. Se la trama qui può apparire un poco cervellotica e complicata (non complessa), va apprezzata invece l’atmosfera goticheggiante, l’ambientazione nella casa così prettamente giapponese e l’insolita figura del detective, acuto e intuitivo nel giungere alla soluzione del caso. E Yokomizo, in questo testo del 1946, coglie anche l’occasione di segnalare come la narrativa di genere non sia riuscita a educare i lettori alla razionalità come strumento di lettura della realtà, per abbracciare una nuova idea di Giappone lontana dalla propaganda bellica, lanciando una sorta di appello: “La nostra attuale miseria deriva dal fatto che i giapponesi non leggono romanzi gialli quanto dovrebbero. Lo dico a rischio di sembrare egoista. Ma dobbiamo ammettere di aver trascurato di mettere in pratica il pensiero e l’agire razionale. Attenersi a questi romanzi, che hanno sostenuto il pensiero logico sin dalla loro nascita, rappresenta un dovere per tutti noi che ci definiamo scrittori di romanzi polizieschi, e dobbiamo scrivere romanzi per illuminare i nostri lettori. Solo quando tali opere si materializzeranno e molti sostenitori saranno disposti a seguire il nostro esempio, potremo iniziare a costruire una nuova cultura giapponese.”

Nell’ultimo romanzo edito da Sellerio – Il detective Kindaichi e la maledizione degli Inugami, del 1949 – terminata la seconda guerra mondiale, l’illustre famiglia Inugami vive in una villa a Nasu sulle rive di un lago, quando Sahee, il grande vecchio, muore lasciando un vuoto di potere. Entra così in scena Kindaichi, convocato preventivamente da un avvocato, secondo cui il testamento “contiene tutto ciò che serve per far scoppiare un putiferio fra tutti gli eredi, scontri in cui il sangue non potrà che essere lavato con altro sangue.” Ma arrivato a Nasu, Kindaichi scopre che questo avvocato è stato ucciso, forse avvelenato, e ben presto si accorge che l’eredità è il motore di intrighi tentacolari. Il vecchio è morto lasciando tre figlie e quattro nipoti di cui tre maschi, senza contare il figlio dell’unica donna veramente amata da Sahee, cui questi aveva regalato gli emblemi della famiglia (un’ascia, un crisantemo e la tradizionale cetra, il koto), e chi li avesse avuti avrebbe avuto titolo per amministrare il patrimonio di famiglia.

La donna però era stata costretta a disfarsene, per sventare il pericolo che il figlio venisse eliminato come potenziale erede. Ad alimentare l’odio e la lotta di potere influisce poi il testamento, secondo cui l’erede della maggior parte del patrimonio è la giovane e bella Tamayo, nata dall’ennesimo rapporto extraconiugale dell’attivissimo Sahee, e quindi chi tra i nipoti l’avesse sposata avrebbe ereditato l’impero industriale. Compare poi, di ritorno dalla guerra con una maschera di gomma perché sfigurato da una granata, un altro nipote che si conferma tale grazie alle impronte digitali. La convivenza nel palazzo è turbata però dall’omicidio di molti giovani presenti: uno decapitato, con la testa posta su un manichino tra i crisantemi, mentre il corpo verrà rinvenuto in un lago; un altro legato a una sedia e strangolato con una corda; un altro ancora collocato a testa in giù nel lago gelato, con le gambe divaricate a simboleggiare un’ascia…

Il plot in questione appare disperato, come disperata era la situazione del Giappone di quegli anni devastati dalla guerra, con la famiglia Inugami che ne diventa una metafora, come ricorda lo stesso Yokomizo (“dietro la storia c’è sempre un legame con la storia del Giappone”). Nelle pagine il giovane sfigurato nel conflitto rientra a casa come i tanti militari dopo la resa; le impiegate e le commesse durante la guerra vengono obbligate a lavorare in negozi di abbigliamento o fabbriche di munizioni, come nel racconto L’orchidea nera (in Fragranze di morte). In queste storie si racconta anche la miseria che spinge ad arrangiarsi, come per chi presta o affitta i bambini alle prostitute in strada per distogliere l’occhio vigile della polizia.

Nei gialli di Yokomizo sono evidenziate anche le istituzioni portanti del mondo giapponese, come la religione. Ne Il corvo, infatti (racconto ne Il teatro fantasma), l’azione si svolge in  un eremo vicino a un santuario shintoista in declino, ma pervaso da un’aura di sacralità, di proprietà di una famiglia che attende da tre anni il ritorno del primogenito, scomparso o fuggito dopo aver lasciato una lettera enigmatica. Il mistero che si svolge nello spazio sacro si arricchisce così di una dimensione spirituale, mentre, via via, una fuga inspiegabile dal perimetro del tempio, una missiva criptica rinvenuta sull’altare, la blasfema uccisione di un corvo messaggero della divinità del tempio fanno penetrare l’indagine in una vena esoterica. Alla fine Kindaichi scopre una verità inaspettata, mentre sullo sfondo gli eventi sono mossi dalle passioni e dalle credenze di un Giappone ancora immobile, lontano dalla frenesia della vita cittadina.

Nelle storie di Yokomizo emerge dunque la descrizione suggestiva della società nipponica dell’epoca, con i suoi coni d’ombra, i suoi spazi marginali, i traumi subiti, come la ferita ancora sanguinante della difficile esperienza bellica. Un’epoca che sta svanendo, dunque, appare descritta con uno stile semplice, con dialoghi alimentati dalla suspense e sorretti dall’intento di dimostrare che a ingannare sono spesso le apparenze. Anche le grandi proprietà terriere, le aree rurali funzionano come “camere chiuse”, in cui misteriosi eventi e strani comportamenti dilagano, nascosti alla vista del resto del mondo. Le comunità di campagna funzionano come feudi autonomi, col capo della comunità e i suoi parenti che agiscono come in una ristretta monarchia che governa la vita dei sudditi.

L’autore, in definitiva, nelle sue storie di crimini e misteri rappresenta la società nipponica con le sue ingiustizie, gli effetti della guerra, la trasformazione degli ambienti e degli stili di vita. E non a caso si intercettano luoghi che hanno segnato la storia del Paese, come le ex colonie giapponesi in Asia, le zone adiacenti i bombardamenti atomici, i castelli del periodo feudale cui subentrano le città sempre più popolate e in cui pullulano bordelli pieni di prostitute e gente di malaffare, night club con spogliarelliste e clienti privi di scrupoli. Viene mostrato insomma un Giappone reduce da un conflitto che ha generato morti, perdite finanziarie e traumi emotivi imparagonabili a quelli delle guerre del passato, e ogni sopravvissuto è costretto ad adottare una nuova visione del mondo senza garanzie di stabilità. In tutto questo Yokomizo non nasconde l’influsso letterario dell’Occidente, utilizzando sì i meccanismi tipici del Giallo europeo, ma adattandoli alla nuova realtà in cui si trova a vivere e aprendoci una finestra su quel mondo (che permane motivo d’interesse per noi lettori italiani).

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