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Oggi parliamo con Massimo Lugli

Con una transazione quasi naturale, il mestiere del giornalista si è evoluto in quello dello scrittore di successo e Massimo Lugli continua a regalarci storie nere raccontate con la forza e la profondità che solo chi le ha vissute in prima linea può offrire.

Diamo il benvenuto a Massimo Lugli e iniziamo col ringraziarlo per aver accettato questa intervista per Giallo e Cucina.

Massimo non ha bisogno di presentazioni e averlo come ospite è una bellissima e straordinaria occasione per addentrarci nelle profondità della cronaca nera romana e nazionale, ma anche, e soprattutto, nel genio narrativo di uno dei suoi interpreti più acuti.

Massimo, per oltre quarant’anni sei stato gli occhi e la penna della Repubblica, ti sei immerso nelle vicende più oscure, complesse e intricate della capitale e anche in casi di interesse nazionale. Hai trasformato i fatti più brutali in un giornalismo di precisione e di impatto, ma la tua capacità di osservazione e la tua profonda conoscenza dell’animo umano non si sono mai fermate alla mera cronaca. Con una transazione quasi naturale, il mestiere del giornalista si è evoluto in quello dello scrittore di successo, portando passione, fiuto investigativo e sensibilità, nei generi giallo e noir. I tuoi romanzi sono vere e proprie immersioni in un passato recente che ancora oggi ci chiama a interrogarci su storie che devono essere raccontate con la forza e la profondità che solo chi le ha vissute in prima linea può offrire.

Il tuo ultimo romanzo, “La banda dell’Arancia Meccanica” (Newton Compton), è un tuffo inquietante nella Roma di fine anni ’70 e primi ’80, quando la parte più ricca della città fu terrorizzata da una gang spietata con rapine che sfociano in violenze brutali, stupri e torture, trasformando le case in veri e propri “teatri dell’orrore”.

Il romanzo svela l’agghiacciante impunità della banda, guidata da un ex poliziotto, e il sospetto che ci fossero coperture o falle nel sistema che permisero loro di agire indisturbati per anni. Accumularono bottini enormi, ma il vero danno fu il panico diffuso e le vite devastate.

Con la tua abilità di giornalista di cronaca nera e romanziere, elevi questi fatti a letteratura, offrendo non solo una ricostruzione avvincente, ma anche un’analisi della società di quell’epoca. Il libro è un monito sulla fragilità della sicurezza e sulla facilità con cui la violenza può emergere, costringendoci a confrontarci con un passato scomodo.

CP La prima domanda riguarda proprio questa tua ultima opera nella quale tu riporti, in maniera romanzata e liberamente ispirata, i fatti intercorsi tra il ’79 e l’’83 nella parte più in della Capitale che si scoprì improvvisamente esposta e vulnerabile. Quelli però erano gli anni di piombo e c’era, purtroppo, un clima generale di terrore a cui era impossibile abituarsi. Tanto che, forse, le malefatte di questa banda nello specifico sono rimaste un po’ in ombra. Ecco, hai, in qualche modo, sentito il bisogno di dare nuova luce a quegli eventi con questo tuo nuovo romanzo?

ML Sì, è proprio così. Effettivamente, la vicenda della banda dell’Arancia Meccanica fu veramente clamorosa, ma non ebbe la risonanza che potrebbe avere oggi. Questo perché erano anni particolari, anni in cui a Roma c’era stata una feroce guerra di mala intorno alla metà degli anni ’70 con l’arrivo della gang dei Marsigliesi, la Banda delle Tre B (Bergamelli, Bellicini e Berenguer), che avevano proprio cambiato gli equilibri e anche il modo di essere della malavita romana. I Marsigliesi erano implosi, cominciava a sorgere l’astro nascente della Banda della Magliana, molti dei quali erano stati a fianco dei Marsigliesi e li ammiravano molto. Eravamo in pieno terrorismo, sia Rosso che Nero, c’era stato il rapimento Moro. Quindi è ovvio che Roma fosse traumatizzata, una città quasi militarizzata, in cui c’erano posti di blocco dappertutto, la gente girava armata, c’era paura dei rapimenti, dei sequestri di persona.

Di queste rapine (alcune con stupro), che furono più di 700, poi in effetti noi non ne venimmo a sapere, perché erano state denunciate un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Allora non c’era un sistema di archiviazione digitale, tutto era cartaceo. Quindi magari c’era stata una denuncia al commissariato di Ponte Milvio, un’altra ai Carabinieri della Cassia, un’altra chissà dove. Tutto questo non era attribuito a un unico gruppo malavitoso. I Carabinieri lo scoprirono quasi per caso, ma ci volle parecchio tempo e quindi noi giornalisti ne scrivemmo solo dopo l’arresto di Agostino Panetta e degli altri complici. Poi la cosa deflagrò quando si scoprirono i nomi dei VIP che erano stati coinvolti e avevano ricevuto la visita di questi rapinatori.

CP Nel tuo romanzo, così come nei fatti di cronaca di quegli anni, ciò che salta all’attenzione è la mancanza di denunce a causa di una certa “vergogna sociale” che, in un certo senso, ha costretto queste personalità di lustro a nascondere le nefandezze che avevano subito, soprattutto quando si è trattato di umiliazioni o – ancor di più – di stupri, anche molto brutali. Un po’ come se determinati personaggi di spicco non potessero essere in nessun modo “profanati” da quella volgarità incarnata da criminali da quattro soldi. Tu credi che questo pudore sociale abbia fatto gioco a organizzazioni come quella oggetto del romanzo? E, in seconda battuta, pensi che questo concetto si possa in qualche modo attualizzare? Che ci sia a volte ancora un po’ una sorta di vergogna nel rendere pubblico un sopruso grave come uno stupro?

ML Erano tempi molto diversi. Ancora non c’erano neanche le sezioni speciali che si occupano di violenza sessuale, non c’era un know-how degli investigatori che quindi rivolgevano spesso delle domande molto brutali alle vittime degli stupri.

In questo caso particolare, è rimasto il dubbio che molti non abbiano neanche denunciato la rapina, oltre che lo stupro. Ricordiamo che lo stupro fu ammesso da Panetta e dai complici, che parlarono di almeno sette violenze. Le vittime non sporsero denuncia, dissero che non era vero, che non erano state molestate. Poi allora lo stupro era ancora un reato contro la morale e non contro la persona, si procedeva d’ufficio, e quindi con nessuna condanna.

Però è emblematico, per esempio, quello che successe a Fabio Testi: la moglie non fu toccata. Testi in qualche modo li ammansì, gli offrì lo champagne, poi essendo un personaggio noto, i rapinatori erano addirittura in soggezione. Lui non sporse denuncia lì per lì perché si era messo d’accordo con i banditi. Dopo tre giorni, gli disse: “Ditemi quanto vi offre il ricettatore e ve li ricompro io i gioielli”. Ci furono anche un paio di telefonate, poi i ladri ebbero paura che fosse una trappola e la restituzione non avvenne mai. Per quel motivo Fabio Testi sporse denuncia – lo ha raccontato lui – dopo due o tre giorni.

Inoltre, questi criminali agivano tutti a viso scoperto, nessuno ha mai parlato di passamontagna, eppure non si riusciva a incastrarli, anche se uno era un poliziotto e gli altri erano pregiudicati; quindi, in qualche modo potevano essere riconosciuti. Mettevano giusto i guanti per le impronte digitali, ma non si coprivano il viso, perché erano sicuri di instillare una tale paura nelle persone che assoggettavano, che non ci sarebbero state descrizioni precise.

CP Secondo Pasolini, che ha affrontato il tema in diverse sue opere, il Male non risiede solo nell’azione malvagia in sé, ma anche nella passività, nell’incapacità di agire per il bene e, soprattutto, nel conformismo. Pasolini vede inoltre nella borghesia quella classe dominante che perpetra il male attraverso l’omologazione culturale e rinuncia alla propria identità vedendo nella classe dominante la vera incarnazione del male. Secondo questa visione i cattivi “cagnacci di borgata” agiscono più o meno consapevolmente da giustizieri. Nei crimini commessi, non solo dalla banda dell’Arancia Meccanica – ma anche nella banda della Magliana – quindi da gente di origini umili, tu pensi si sia agito con l’intento di usare la violenza per ristabilire un nuovo ordine delle cose, secondo un senso di riscatto estremo?

ML Io penso di sì, soprattutto in questa vicenda, più che in quella della Banda della Magliana, perché quelli erano veramente gangster e puntavano a un predominio criminale sulla città.

Panetta e i suoi erano animati da una specie di odio di classe. Non erano politicizzati, però allora la politica si respirava nell’aria. Panetta era un poliziotto, figlio di poliziotto, con un’infanzia parecchio difficile, un personaggio molto indisciplinato, molto sui generis. Nel libro ho cercato di mettere proprio in rilievo questo suo odio per i ricchi, una specie di senso di ingiustizia: “Ma perché loro hanno avuto tutto e io non ho avuto niente? Non è giusto, allora mi prendo tutto”.

La vicenda di Panetta inizia con un paio di rapine fatte per strada in maniera molto rozza: agguantava una persona “per bene”, cioè ben vestita, che sembrava facoltosa, gli dava un sacco di botte, gli strappava quello che aveva addosso e via. Cominciò che era già stato mandato via dalla polizia, soltanto una volta usò il tesserino, ma non era più un agente.

Però sicuramente questa cosa gli è nata dentro. Ricordiamo che lui ha prestato servizio alla Celere, che oggi si chiama Reparto Mobile; quindi, ha partecipato a numerosi scontri di piazza. La tesi di Pasolini, cioè che i figli degli operai (rappresentati dai poliziotti, molti di origini umili) dovevano fare la rivoluzione a scapito dei figli della borghesia, secondo me in questo particolarissimo caso è una componente attiva. Anche se, a differenza di altri che poi si sono politicizzati in carcere, Panetta e compagnia non fecero mai professione di fede comunista o cose di questo genere, erano grezzi, dei “coatti” che volevano i soldi.

CP Il tuo romanzo “La banda dell’Arancia Meccanica” evoca chiaramente il celebre film e il libro omonimi, affrontando con una chiarezza impressionante temi come rapine, aggressioni, stupri e torture. La brutalità e la gratuità di queste violenze sono narrate con un realismo talmente crudo da essere quasi doloroso per il lettore, eppure tu riesci a non cadere mai nel sensazionalismo, mantenendo un profondo rispetto per le vittime. Nel tuo lavoro di scrittore, che affonda le radici nella cronaca, quanto ha contato il bisogno di recuperare il rispetto e l’identità delle vittime nella tua ricerca della verità? Cos’era a guidarti: la notizia in sé, gli esseri umani coinvolti, o forse una fusione di entrambe le cose?

ML Io direi la terza: la fusione delle due cose. Perché io cerco, nei libri, di fare quello che in un pezzo da giornale non si riesce a fare: mettere in risalto l’aspetto umano di una storia. E qui di aspetto umano ce n’è moltissimo: dalla parte delle vittime, ma – in qualche modo – anche dalla parte degli assalitori. Ho cercato, attraverso le testimonianze di allora – che appunto non parlano di abusi subiti – di rendere l’idea del terrore percepito, delle pistole spianate, delle botte, delle umiliazioni continue, delle interminabili ore.

Il film Arancia Meccanica era di qualche anno prima e l’appellativo a questa banda lo diedero i giornali. Quando i Carabinieri del Tenente Carlo Felice Corsetti – che fece l’indagine e li arrestò tutti – tennero la conferenza stampa, mi ricordo che la notizia venne riportata su tutti i giornali titolata, appunto, così. Non fu un titolo che dettero i Carabinieri, ma lo pensammo noi giornalisti, perché la situazione era esattamente quella: sconosciuti che ti piombavano in casa e diventavano per una notte intera i tuoi aguzzini. Molte delle violenze erano motivate dalla volontà di assoggettare completamente le vittime e costringerle a consegnare gli oggetti preziosi. In tutte le case facoltose c’erano nascondigli, casseforti nascoste spesso sotto le mattonelle. Avrebbero dovuto buttare giù muri per trovare i nascondigli. Allora si facevano consegnare tutto, molto spesso per esempio minacciando i bambini, prendendoli in pigiama e mettendogli la pistola al petto, oppure violentando le donne davanti ai mariti.

Tuttavia, la fase degli stupri iniziò in un secondo momento. Vennero a trovarmi a Repubblica le figlie dell’editrice Adelina Tattilo, aggredita anche lei. Le due ragazze, seppur bellissime, non furono aggredite e mi raccontarono che i rapinatori le avevano fatte mettere in salotto, puntando loro “solo” la pistola. Gli stupri iniziarono dopo, quasi per caso. Panetta raccontò di essere stato in qualche modo “provocato” da una signora che era stata aggredita, trovata con l’amante. Lei non voleva che il marito incontrasse l’amante e per convincerli a mandarlo via, si sarebbe offerta. Probabilmente questo dato è falso, però è certo che degli stupri si parla dopo un certo periodo, non avvengono contestualmente.

CP Il passaggio dal giornalismo investigativo al mondo romanzato, sebbene basato su eventi reali, ha richiesto senza dubbio un profondo cambio di prospettiva. Quali sono state le maggiori libertà che hai incontrato in questa transizione e, al contempo, quali le maggiori sfide o difficoltà che hai dovuto affrontare?

ML Inizialmente, la maggiore difficoltà è stata “allungare il brodo”, dimenticarmi di quell’abitudine alla stringatezza, all’andare al sodo che è classico di un pezzo da giornale. Per quanto io abbia iniziato a lavorare con giornali a nove colonne, dei “lenzuoli” per cui si scrivevano degli articoletti di 150-160 pagine che oggi sono impensabili, ma comunque sempre un pezzo del giornale era. E poi, per esempio, il dialogo: per un’intervista o un pezzo di informazione è tutto, mentre in un romanzo è quasi il contorno. Se descrivo la situazione, tipo che a un certo punto beve un bicchier d’acqua o fuma una sigaretta, è diverso. Più che le informazioni, conta il contesto.

Penso che nel corso dei miei 27 libri pubblicati ho fatto un percorso. Se leggo i miei primi romanzi, all’inizio erano molto più giornalistici, anche come prosa. Poi, successivamente, ho cercato diciamo di trovare uno stile che fosse più mio, più personale. Ci sono riuscito o non ci sono riuscito? Penso di sì, anche se poi col tempo io mi sono più dato al genere true crime, mentre all’inizio scrivevo più di fantasia. Adesso cerco sempre di raccontare delle storie che, in qualche modo, sono avvenute e di romanzarle, perché è quello che piace agli editori: il true crime, sostanzialmente.

Poi c’è stato il periodo dei libri con Antonio Del Greco che sicuramente fanno parte di questo genere; ho cercato di miscelare realtà e fantasia. In alcuni casi bisogna tenersi più sulla linea, tipo la Banda della Magliana, Via Poma, un pochino la trama, però quando ho l’occasione di parlare di vicende meno conosciute come questa o quella di cui mi sto occupando adesso nel libro che sto scrivendo. A quel punto, io mi lascio parecchio andare, con le briglie sciolte all’immaginazione. Anche perché sono passati molti anni, non c’è bisogno di essere precisi, è più, appunto, un romanzo, però diciamo che almeno un 30-40% di realtà c’è sempre.

CP Spesso si dice che il cronista scriva la “brutta copia della storia”. Nel tuo caso, si potrebbe aggiungere che tu scrivi anche la “copia reale” della storia. Riesci a riportare una versione nuda e cruda degli eventi, approfondendola e donandole uno spessore letterario che traspare vividamente dai tuoi romanzi. Credi che la tua “scuola della strada” e la cronaca nera ti abbiano permesso di scavare così profondamente nella psicologia umana e di entrare il più possibile nei tuoi personaggi? E soprattutto, qual è la lezione più importante che hai imparato raccontando il crimine e, più in generale, narrando la versione più oscura della natura umana, la violenza e il male? Cosa ti lascia e ti ha lasciato negli anni raccontare una tale brutalità?

ML Ho conosciuto tantissimi banditi, assassini, gangster. Molti li ho intervistati, sono andato a trovarli in prigione. Nomi come Gianni Lo Zingaro, Marcello Colafigli, Daniel Nieto – sequestratore di Giovanna Amati – e altri. Recentemente ne ho conosciuti parecchi essendo stato tutor di un concorso letterario per detenuti, il Premio Goliarda Sapienza; una bellissima iniziativa. Andavo nelle carceri a conoscere queste persone che scrivevano, a dar loro consigli, a interagire. Al tempo stesso, ho conosciuto tantissimi poliziotti e carabinieri con cui ho avuto e ho ancora solidissime amicizie, quasi fraterne, tipo con Antonio Del Greco.

Tutto questo mi ha dato un’enorme esperienza e un enorme background che mi ha aiutato tantissimo nella scrittura.

Però aggiungo anche che ho avuto la fortuna di fare il cronista in una fase in cui il giornalista era veramente a contatto con la realtà. Oggi si parla con gli uffici stampa, si segue l’evoluzione dei casi seduti alle conferenze stampa. Allora si andava sui posti, nessuno allontanava un giornalista dalla scena del crimine, anzi, noi ne eravamo parte. Noi eravamo accettati, io saltavo le transenne. Eravamo continuamente a contatto con le persone, sia da una parte che dall’altra. Mi capitava, per esempio, quando c’erano arresti di brigatisti, di andare prima dai Carabinieri a parlare e poi andare a casa loro e sentire l’altra versione: era perfettamente lecito e accettato. Avevamo contatti anche con tantissimi malavitosi, alcuni dei quali poi sono rimasti o finiti in qualche modo. Io sono stato in contatto epistolare con un bandito per decenni.

Alla fine, la mia idea è quella taoista di Yin e Yang: la gente non è fatta di cattiveria o di bontà, di onestà o rispetto delle leggi. Tutti noi siamo Yin e Yang, abbiamo una punta scura e chiunque di noi a mio parere può trasformarsi in un delinquente se le circostanze lo favoriscono. La natura umana non è mai univoca, ci sono sempre vari aspetti che vanno colti nei personaggi che uno racconta e penso che la mia esperienza di giornalista di nera in questo sia stata fondamentale. È il merito che io mi riconosco e che, nel mio piccolo, mi viene riconosciuto da chi legge i miei libri.

CP Ora andiamo sul “territoriale”. Nel 1998 hai pubblicato “Roma maledetta: cattivi, violenti e marginali metropolitani”, un tema – quello dei marginali – che hai sempre ripreso nelle tue storie. Poi sei passato al romanzo vero e proprio, con opere come “La legge di lupo solitario” e “L’istinto del lupo”, fino alla serie di Marco Corvino e ai romanzi tratti da casi di cronaca celebri, come quelli su Pasolini, Via Poma o i ragazzi del Circeo. Roma, in questo contesto, emerge un po’ come un quadro di Caravaggio: un chiaroscuro dove l’ombra permette di notare la luce, una fonte inesauribile di fatti scabrosi, sia nella sua storia antica che in quella moderna. Perché, a differenza di altre metropoli italiane, Roma sembra mantenere così vivo e costante questo suo lato oscuro, nonostante sia il fulcro della politica, della religione e del turismo? E, soprattutto, non credi che sia, a suo modo, un vero e proprio co-protagonista, silenzioso ma determinante, nei tuoi romanzi?

ML Sempre. Roma è al centro di me, anzi mi sarebbe molto difficile scrivere senza di lei. Metto anche altre ambientazioni, ma sostanzialmente la mia ambientazione preferita è sempre Roma, perché la conosco, perché è particolare. Roma ha una delinquenza particolare, l’ha sempre avuta.

Nel senso che gli schemi – che sono anche affascinanti – che noi usiamo per raccontare la ’Ndrangheta, la Camorra, la Mafia siciliana, la quarta mafia, non funzionano per Roma, perché quelle sono tutte organizzazioni criminali in qualche modo strutturate. Roma no, Roma non ha mai voluto capi, anche nel periodo della Banda della Magliana, non c’era questa “cupola” che viene descritta adesso.

Roma è una città molto particolare, ed era ancora più particolare negli anni ’70, che io ricordo bene e che racconto. Molti miei romanzi sono ambientati in quella fascia temporale, un po’ perché ricordo la mia giovinezza, ma anche perché in quegli anni Roma era una città davvero strana: con le corse in motocicletta, i combattimenti clandestini dei cani, i delinquenti “puri” che spacciavano, la politica e tutto il resto.

È un gran calderone Roma, che ha mille facce e che bisogna conoscere bene. Tanta gente, che ci abita da decenni, questa città non l’ha ancora capita. Lo spirito dei romani è una cosa particolarissima: noi siamo abituati a tutto, ci lasciamo passare e scorrere tutto, abbiamo questa quasi “taoistica indifferenza”. “Tanto passerà!” Passerà la Banda della Magliana, il terrorismo, la corruzione, passerà tutto. E tutto si riproporrà in forme diverse, che poi è quello che sta succedendo adesso. Vedo che molti miei colleghi cercano di raccontare una Roma che non c’è, una Roma completamente parcellizzata dalle bande criminali: un quartiere è di Michele Senese, un altro è della Camorra e così via. Non è così, non l’hanno capita questa città, perché agiscono in base a schemi, ma Roma gli schemi non ce li ha, non li conosce.

Aggiungo che non amo particolarmente ambientare i romanzi in epoca contemporanea, perché, se devo raccontare un’indagine, mi devo imbarcare in tutte le tecnologie: il DNA, le telecamere, le celle, cose che non mi interessano. A me piacciono le indagini del tipo “tacco e suola”, con i poliziotti che facevano i pedinamenti, che andavano a beccare i criminali con la pistola al fianco, pronti a sparare. Era molto più divertente rispetto ad adesso.

A parte il caso di Via Poma che abbiamo dovuto raccontare, il mio periodo preferito è quello di fine anni ’70, inizio anni ’80: i grandi cambiamenti di questa città, anche strutturali e urbanistici. Del resto, mio padre era un urbanista, Piero Maria Lugli è uno di quelli che hanno firmato il piano regolatore del 1962 e con lui parlavamo spessissimo di questa città, la vedevamo da due ottiche diverse, ma ne parlavamo insieme.

CP Virando sulla cronaca nera più o meno attuale. Sei spesso in TV a dare la tua opinione professionale su vari casi, risolti o presunti tali. Negli ultimi anni alcuni omicidi sono tornati sotto ai riflettori con revisioni o nuove rivelazioni. A tuo avviso, esiste una certa volontà di rendere queste vicende mediatiche solo perché stuzzicano l’opinione pubblica? E quanto sono davvero utili queste continue rivisitazioni e questo continuo scambio di opinioni?

ML Ottima domanda. Penso che molte volte ci sia la ricerca di visibilità e non di verità. Per esempio, la strage di Erba e i tentativi di riaprire un caso che a mio parere è chiuso, ma anche l’inchiesta su Garlasco, fatta così mi spaventa un po’ perché vedo le procure che si stanno abbandonando a narrazioni senza senso. Oggi si rinvia giudizio con pochissime prove. C’è stato il rinvio a giudizio di Louis Dassilva per l’omicidio Paganelli, convinzioni a parte, molti anni fa non ci sarebbe stato perché ci sono pochissimi elementi di prova. Tanto per intendersi, i cold case possono essere risolti, ma ci vogliono prove. Un esempio fu quello del delitto dell’Olgiata che, dal 1991, viene risolto dopo 20 anni. Lì c’era una macchia di sangue – che io ho visto benissimo – mai stata analizzata. Quando l’hanno fatto, c’era al 100% il DNA di Reyes che, appena preso, confessa; caso chiuso. Però senza una confessione, una traccia minuscola di DNA, interpretata dalla procura in un modo, dalla difesa in un altro, dalla parte civile in un terzo modo – e con la superperizia ancora diversamente – non si arriva da nessuna parte; soprattutto perché spesso le procure e la polizia giudiziaria sono in contrasto tra loro. Ci siamo dimenticati che la prova scientifica non è il centro di un’inchiesta giudiziaria, è una prova servente, è una prova che serve a consolidare il castello accusatorio fatto di movente, di testimonianze e di tante cose. Se non hai quello con la prova servente non vai da nessuna parte. Oggi c’è un po’ un “feticismo del laboratorio”, ci sono ipotesi costruite tutte esclusivamente sulla base di un frammento di DNA di cui si può discutere per ore, ma manca spesso una vera e propria ricostruzione logica.

CP Ultima domanda, di prassi, cosa bolle in pentola? Leggeremo presto qualcosa di nuovo?

ML Certamente. Sono a pagina 240 del libro che sto scrivendo, quindi oltre la metà, e sto raccontando una storia, anche questa ambientata durante il regno dei Marsigliesi, che parte dalla vicenda di un ladruncolo, Claudio Tigani soprannominato “Topolino”, che rubò un’auto per i Marsigliesi per una rapina finita nel sangue con un agente di polizia ucciso. Topolino, da incosciente, ricattò la banda. Lo trovarono ucciso e carbonizzato in una macchina; i marsigliesi non si facevano intimidire, erano ferocissimi. Da questa vicenda io cerco di raccontare di questa banda che mi ha sempre molto affascinato. C’è anche il rapimento di Giovanna Amati ebbe una storia d’amore con il suo carceriere, poi arrestato mentre andava a un appuntamento con la sua vittima a Via Veneto, con un mazzo di rose in mano e la pistola alla cintura; una storia veramente incredibile, ma a quei tempi funzionava così, succedevano queste cose. Questa vicenda dovevo assolutamente raccontarla, avendo conosciuto tutti i protagonisti: la ragazza, il sequestratore, il padre, la sorella, tutti quanti. Mi sono preso la libertà di spostarla indietro nel tempo, del resto sono un romanziere, c’è scritto che i riferimenti sono casuali e di conseguenza me lo posso permettere.

CP Grazie infinite a Massimo Lugli per essere stato con noi.

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