A cura di Giuseppe Cozzolino & Francesco Manetti
(Illustrazioni di Loredana Atzei)
Episodio 1: “Nelle Catacombe”
«Svegliati, ragazza!», esclama sprezzante l’anziana ma fascinosa dama, scoprendo una dentatura ancora perfetta, mentre tira un violento schiaffo in volto alla giovane che è davanti a lei, legata saldamente con spesse corde a una pesante sedia in mogano.
Sophie da Vinci reagisce al dolore. La guancia destra infiammata la riporta bruscamente alla realtà. In bocca ha ancora il sapore amaro della sostanza con la quale l’hanno precipitata nell’abisso dell’incoscienza. I ricordi emergono lenti come bolle d’aria in un vaso di miele. Un manoscritto perduto di Leonardo, il suo avo. Sì, qualcuno le aveva mostrato un frammento, indubbiamente pergamena antica, e le aveva detto che il resto delle pagine si trovava in una nicchia segreta nella Biblioteca Comunale di Chiusi, nel sud della Toscana. Ma questa non è la biblioteca…
«Sono… in una cripta…», articola con difficoltà Sophie.
«Per l’esattezza sei nella Catacomba di Santa Mustiola a Chiusi. E se stai pensando di gridare, scordatelo, perché siamo ben oltre l’orario di visita e il custode vive lontano da qui! E il manoscritto, ovviamente, non esiste. Quel frammento viene dal ben noto Codice Leicester, di proprietà di conti inglesi miei parenti!»
Sophie fulmina con gli occhi la donna che le sta parlando con voce ferma ma irridente, e con lo sguardo ispeziona il luogo in cui si trova. Buio quasi totale. L’unica luce viene da alcune torce. Cinque torce, per l’esattezza. Rette da altrettanti individui, celati da mantelli neri e incappucciati. La poltrona a cui è legata è resistente, ma non è imbullonata al pavimento, per cui, dondolando, si potrebbe anche… Guardando in basso Sophie si accorge di essere proprio nel centro di un pentacolo, simbolo esoterico per eccellenza, tracciato con vernice rossa. No! Non è vernice! Dal lezzo ferroso Sophie capisce che è sangue, sangue fresco!

«Contessa Nerina Pazzi, mi meraviglio di lei! Una delle più famose dame di carità di Firenze si mette a drogare e rapire giovani fanciulle indifese, per poi baloccarsi con questo ciarpame da satanisti di periferia! In pieno 1966!»
«Ah ah ah ah! I profani confondono sempre il satanismo con l’occultismo!», ride la donna gettando la testa indietro. Poi drizza di scatto il collo levigato, stringe gli occhi e punta un dito contro Sophie. «E tu sei tutto fuorché indifesa, cara mia! Sei solo giovane…come lo ero io. Procedi, Vanni!»
Il gruppo di cinque uomini travisati si apre a sipario e lasciano passare una sorta di colosso umano, uno che potrebbe essere il forzuto di un circo. Il ciclopico Vanni, servitore della Contessa, tiene con entrambe le mani una fascia metallica completamente ricoperta da glifi che Sophie è certa di aver già visto… nel Clavis Salomonis, antico testo di magia. Ma dalla fascia spuntano anche fili elettrici e piccole lampadine accese che ricordano quelle dell’albero di Natale.
«Cos’è quell’aggeggio?»
«Un regalo di amici, che io ho solo potenziato grazie alle mie arti. È uno scambiatore cerebrale! In pochi istanti la mia mente sarà nel tuo corpo nel fiore degli anni e tu verrai intrappolata nel mio corpo, che sarebbe anche ben conservato, non fosse per i sei mesi di vita che mi han pronosticato i medici!», sentenzia la Contessa, indossando un’analoga apparecchiatura.
Vanni si avvicina, passo dopo passo…
Un lampo, d’un tratto. Un risucchio. L’aria della catacomba diventa improvvisamente gelida. Si apre uno squarcio nel vuoto e…
«Vitruvius!», grida Sophie. «Allora ci sei riuscito a mettere a punto il teletrasporto!»
L’uomo robotico, l’assistente androide della giovane discendente del genio di Vinci, scuote la testa.

«Sì, ma è ancora molto instabile… Il consumo di energia è immenso. Non so per quante volte riuscirò a ripetere il salto senza spegnermi. Dobbiamo andare!»
Vitruvius estrae da una fondina una pistola sonica e con rapidi flash stordisce il quintetto di incappucciati.
«Vanni! Fai a pezzi quel burattino senza fili!», comanda la Contessa.
Il culturista si blocca per un eterno istante. Il volto e le braccia cambiano aspetto. La rosea pelle umana e la peluria lasciano il posto a squame di varie tonalità di verde. La testa è quella di una gigantesca lucertola, con zanne lunghe e acuminate che brillano nelle fauci spalancate. L’essere si lancia contro Vitruvius come una locomotiva in corsa e lo getta a terra. Infuria la lotta. Anche Sophie cade. Si fa male ma riesce con una mano a raggiungere lo stivale destro, dentro il quale è nascosta un’affilata lama, e recide le corde che la tenevano prigioniera. Vitruvius, i cui pugni sono come magli, riesce a stendere il rettiliano. Sophie nel frattempo si è liberata dal marchingegno che le cingeva la testa e lo fracassa schiacciandolo sotto i tacchi.
«Maledetta di una progenie maledetta!», grida un’infuriata Nerina Pazzi vedendo i suoi sogni di rinnovata gioventù andare in frantumi. «I miei avi braccarono il tuo Leonardo per le sue invenzioni ma lui, codardo, si rifugiò in Francia! Tu non mi sfuggirai, invece! Avrò la mia vendetta!»
Sophie vorrebbe darle un pugno sul naso. Alle spalle della Contessa i cinque figuri si sono ripresi e si tolgono i mantelli. Anche loro sono rettili. Le lingue nere e biforcute sibilano, le bocche sputano veleno.
Vitruvius afferra Sophie e si teletrasporta con lei.
I due sbucano in superficie, in Piazza della Signoria, nel cuore di Firenze. È tardi, non c’è quasi nessuno, e i pochi nottambuli mezzi ubriachi non si sono accorti della strana apparizione.
«Ma…. Ma… ma co…?»
Sophie e l’androide si voltano. Un gelataio con il suo carretto ambulante ha visto tutto, unico testimone dell’evento. L’uomo ha gli occhi fuori dalle orbite. Spalanca la bocca e la richiude riuscendo solo a emettere sillabe incomprensibili.
«Sai che ti dico, Vitruvius? E stata una giornataccia e a me andrebbe proprio un buon gelato! Lo vuoi anche tu?»
«Sai benissimo, Sophie, che non ho lo stomaco!»
«Beh, non sai cosa ti perdi! Gelataio, un cono fragola e cioccolata, per favore!»
«Fra… ciocco…?», balbetta il poveraccio e perde i sensi, accasciandosi a terra.
«E caddi come corpo morto cade», fa Vitruvius.