Film drammatico Italia 2025, durata 131 minuti. Regia di Paolo Sorrentino. Cast Toni Servillo, Anna Ferzetti, Orlando Cinque, Massimo Venturiello, Milvia Marigliano.
L’uscita nelle sale cinematografiche è avvenuta giovedì 15 gennaio 2026 con distribuzione a cura di Piper Film.
Un grande Toni Servillo interpreta un presidente della Repubblica ,prossimo alla pensione. Si chiama Mariano De Santis, detto “cemento armato”.
La macchina da presa lo osserva da lontano, immobile come un monumento.
Ma basta un movimento impercettibile — un respiro, un tremolio della mano — perché lo spettatore capisca che quella solidità è solo un’inquadratura, non la verità.
Il potere, qui, è un set che scricchiola.
Un palazzo che rimbomba di silenzi.
Una maschera che la luce laterale rivela già incrinata.
Le crepe dell’anima: flashback come fenditure
La moglie del presidente appare in lampi di memoria, come fotogrammi bruciati dal tempo: una figura luminosa, quasi sovraesposta, che ritorna nei corridoi del Quirinale come un fantasma gentile e crudele.
Il sospetto del tradimento è un controcampo che non arriva mai, un’inquadratura mancante che tormenta il protagonista più di qualsiasi crisi istituzionale.
Sorrentino filma il dolore come un dettaglio: una mano che trema, una porta che non si chiude, un bicchiere lasciato a metà.
La grazia che il presidente deve concedere agli altri diventa la grazia che non riesce a concedere a sé stesso.
La domanda che attraversa il film — “
Di chi sono i nostri giorni?”
E’ pronunciata come una battuta che rimane sospesa nell’aria, più grande dei personaggi che la dicono.
È una frase che sembra uscita da un film di Bergman, una lama di luce che taglia la scena.
La verità, per la moglie, “ha troppa importanza”.
Per il presidente, invece, è un riflettore che preferirebbe spegnere.
Ma Sorrentino non spegne mai la luce quando il personaggio vorrebbe farlo.
Il destino come montaggio inevitabile
Il Presidente scopre che il potere non è un piano sequenza: è un montaggio che non controlla.
Le scelte che credeva sue si rivelano tagli imposti dal passato.
Il destino è un montatore invisibile che ricompone la sua vita senza chiedere permesso.
Il film diventa così una meditazione sulla mutabilità, sulla fragilità dell’identità, sulla nostra illusione di essere autori del nostro copione.
“Siamo già morti’?.
Nel finale, Sorrentino porta il suo protagonista a una consapevolezza che arriva come una dissolvenza lenta:
che la morte non è un evento, ma un modo di stare al mondo.
Che viviamo spesso come comparse nella nostra stessa storia.
Che la grazia — quella vera — è un gesto umano, non un atto istituzionale.
È un finale che non chiude, ma apre.
Non consola, ma illumina.
– Toni Servillo è un corpo che si sgretola in scena: ogni sguardo è un’inquadratura, ogni silenzio un dialogo non detto.
– Anna Ferzetti è la rivelazione: una presenza che riempie lo schermo senza mai sovrastarlo, una tensione continua tra amore e giudizio.
La Grazia è cinema puro:
un film che non racconta solo il potere, ma la sua fragilità;
non solo la verità, ma la sua insopportabile necessità;
non solo la morte, ma la vita che continua a chiedere di essere scelta.

