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Oggi parliamo con Salvo Toscano

Quando fai il giornalista dovresti cercare di non scrivere scemenze; nei romanzi potresti prenderti qualche licenza in più, ma io cerco di essere di scrivere cose verosimili, mai impossibili.

Intervista a cura di Claudia Proietti e Dario Brunetti

Diamo oggi il benvenuto su Giallo e Cucina a uno scrittore che non ha bisogno di presentazioni: Salvo Toscano.

Questo acuto e talentuoso scrittore si è consolidato come una delle voci più importanti e incisive del giallo italiano contemporaneo. Nato a Palermo nel 1975, è un giornalista professionista e al contempo un affermato scrittore di genere poliziesco noir. Nel giornalismo ha lavorato al Corriere della Sera e alla direzione di Live Sicilia; attualmente conduce il TGR Sicilia della Rai. Nella letteratura il suo debutto risale al 2005, con una prolifica produzione letteraria.

Come scrittore, la sua fama è saldamente legata alla saga dei fratelli Roberto e Fabrizio Corsaro, le cui avventure hanno spento proprio quest’anno la ventesima candelina e il cui successo è stato coronato nel 2024 da una serie TV trasmessa su Canale 5. A marzo 2025 è uscito La prossima vittima, thriller edito da Mondadori che vede nuovi personaggi con una diversa ambientazione.

Domande di Claudia Proietti

CP I Corsaro Bros sono ormai di famiglia per tantissimi lettori che li hanno visti confrontarsi e contrastarsi, ma sempre e comunque sostenersi nel corso delle loro avventure. Come sono cambiati Roberto e Fabrizio in questi 20 anni? È stato naturale per te farli invecchiare o nella tua mente il tempo per loro è trascorso più lentamente?

ST All’inizio per me è stato naturale farli invecchiare perché volevo farli veri. Ho preso questa scelta, che credo sia complicata per un autore, perché molti scrittori di gialli seriali mantengono i loro personaggi immobili nel tempo. Io invece ho fatto una scelta diversa che mi è costata di più, perché rende più faticosa la gestione del tempo. Per un bel pezzo ho fatto trascorrere il tempo nel loro mondo più o meno come trascorreva nel nostro; poi, in qualche romanzo, l’ho fatto rallentare un poco per non farli invecchiare troppo. Diciamo però che quando hanno cominciato avevano trent’anni, mentre adesso ne hanno uno 46 e l’altro 45. Quindi, anche nel loro mondo il tempo è passato e sono cambiati molto, si sono trasformati. Fabrizio, il minore, che era il più immaturo dei due, col tempo è maturato e ha limato i suoi eccessi. Roberto, che era il più “quadrato” dei due — un po’ troppo rigido — forse si è un pochino ammorbidito, anche grazie al confronto con i suoi figli. Si stanno venendo incontro e prima o poi si incontreranno a metà strada.

In fondo non sono così diversi: credo che i fratelli, pur nelle loro diversità, abbiano sempre dei punti comuni, come i pezzi di un puzzle che si completano. Moltissime volte succede così nella realtà, e loro sono fatti così. Allo stesso tempo, i fratelli hanno tutto un substrato di background personale in comune: la famiglia, i ricordi, i film che hanno visto da bambini… i fratelli Corsaro hanno fatto la stessa scuola e hanno, in realtà, tantissimi punti in contatto.

Solo che, quando si parla delle divergenze, i punti di distacco sono i più divertenti, quelli che li distanziano l’uno dall’altro. Allora si prendono sempre in giro, si “pizzicano”: il piccolo chiama il grande “la salma” e il grande considera il piccolo un “debosciato”. Si vanno a stuzzicare proprio come succede nella realtà; questo stimola il lettore e rende il lato ironico più marcato.

CP Per molti scrittori vedere i propri personaggi sul grande o piccolo schermo è quasi il massimo obiettivo, quasi un traguardo irraggiungibile. Com’è stato vedere le tue creature muoversi e brillare di luce propria in TV? Sei stato soddisfatto della trasposizione e soprattutto credi sia opportuno adeguarsi a eventuali modifiche e adattamenti quando un proprio libro viene declinato cinematograficamente?

ST Mi ha fatto piacere perché il mio lavoro è stato considerato interessante. Io non ho lavorato alla serie TV, non l’ho scritta, e quindi l’ho guardata come uno spettatore – ovviamente uno spettatore “particolare”. Quelli erano i miei “figli” ed è stato interessante vedere alcune idee e soluzioni diverse da quelle che avevo immaginato io. Secondo me è sempre stimolante vedere un altro punto di vista applicato alle cose che hai inventato; poi, vabbè, qualcosa ti può piacere di più o di meno, ma è normale che sia così. Ti ripeto, secondo me è un’esperienza interessante perché, a differenza del lavoro che fanno gli sceneggiatori — che spesso lavorano in squadra, in team o magari in coppia — gli scrittori di libri normalmente lavorano da soli. Secondo me a tutti noi che scriviamo libri, ogni tanto, manca la possibilità di avere un partner a cui poter chiedere: “Ma a te questa cosa sembra una scemenza o ti sembra una buona idea?”. Noi lo facciamo con i nostri lettori di riferimento; ogni scrittore ha quel pugno di fedelissimi a cui magari sottopone il lavoro, ma lo fa quando ha finito, non mentre sta scrivendo. In questo senso gli sceneggiatori sono fortunati perché possono confrontarsi costantemente: quella, secondo me, è una vera fortuna.

CP Nelle tue storie uno degli elementi principali è lo stretto rapporto, non sempre facile, tra la verità giudiziaria che porta il volto integerrimo e sempre corretto di Roberto e la verità giornalistica che viene espressa dall’anima un po’ inquieta di Fabrizio. La domanda che vorrei farti adesso riguarda questa duplice natura dei fratelli. La tua parte giornalistica non va di certo spiegata, visto che la cronaca è il tuo mestiere con annesso fiuto e intuito per i fatti. Tuttavia, c’è un caso che avresti voluto trasformare in un romanzo, magari un caso che hai seguito o un caso che avresti voluto seguire e sul quale magari hai indagato ed è rimasto appuntato su qualche tuo taccuino? Invece, per quanto concerne la parte legale, l’hai approfondita per il personaggio di Roberto o avevi già un bagaglio tuo personale di studi giuridici?

ST Un caso su cui ho lavorato e che mi ha molto colpito, proprio per il suo essere estremamente doloroso e toccante per tutta l’opinione pubblica, è stato quello di qualche estate fa: la vicenda di una mamma sparita con il bambino in autostrada. Me lo ricordo bene, se ne persero le tracce e purtroppo vennero trovati entrambi morti a distanza di molti giorni. Quello è un caso veramente toccante; quando penso a un fatto di cronaca nera che ho seguito, penso a quello. Secondo me, però, non era un caso da romanzo, o sicuramente non da giallo, perché troppo triste e drammatico, nonostante i familiari avessero chiesto di approfondire le indagini prima che venissero archiviate. Io ho sempre tenuto distinte queste due cose: quasi mai ho tratto ispirazione da fatti di cronaca per i miei libri. I miei romanzi nascono sempre da idee di assoluta fantasia; è successo solo qualche volta di avere frammenti di ispirazione dalla cronaca, magari un piccolo spunto che poi diventava qualcos’altro all’interno della storia.

Per quanto riguarda l’aspetto giuridico, ho fatto studi di Giurisprudenza. Anche se poi non ho mai svolto un lavoro strettamente legato alla laurea e ho dimenticato il 90% di ciò che ho studiato all’università, conservo un grande rispetto per il diritto. Proprio per questo, quando scrivo i romanzi, mi affido a persone che hanno queste competenze e svolgono certe professioni: mi faccio aiutare per scrivere meno sciocchezze possibili. Questa è una mia deformazione professionale che deriva dal lavoro di giornalista. Quando fai il giornalista dovresti cercare di non scrivere scemenze; nei romanzi potresti prenderti qualche licenza in più grazie all’immaginazione, ma io non ci riesco. Cerco di essere sempre rigorosissimo, di scrivere cose verosimili e mai impossibili, quindi mi affido a qualche amico magistrato, avvocato o poliziotto per essere sicuro di non sbagliare.

CP Un tratto distintivo dello stile della tua scrittura è senza dubbio quello dell’ironia: quello di saper mettere all’interno dei dialoghi, ma anche nella narrazione stessa, quella leggerezza che riesce a veicolare anche messaggi profondi e ad affrontare temi molto importanti. Questa ironia è tipica della borghesia palermitana della quale i Corsaro fanno parte e sembra quasi, a volte, voler smorzare la tensione anche nei momenti più salienti. Secondo te è un modo per esorcizzare il male quando lo si racconta o, nel tuo caso specifico, è una parte innata della sicilianità e di quel noir mediterraneo di cui tu sei un esponente abbastanza illustre? Sei stato spesso paragonato infatti a Sciascia per la capacità di rendere reale quella ibridazione di generi e quella fusione tra realismo e critica sociale espressi con uno stile asciutto, rapido e lucido, e anche con l’uso del linguaggio mirato a essere essenziale, con poco sentimentalismo ma sempre vivido. Ti ritrovi in questo accostamento?

ST Ho voluto sempre raccontare il mondo della borghesia della mia città perché questo pezzo di Palermo era meno conosciuto. Quando ero ragazzino, vedevo Palermo rappresentata al cinema e in TV quasi esclusivamente attraverso storie di mafia e antimafia; il che, tutto sommato, ci poteva stare: in quegli anni qui si ammazzava la gente a raffica, poi ci sono state le stragi, ed era difficile creare opere di fantasia che ignorassero una realtà del genere. Negli anni le cose si sono un po’ più rasserenate. Non che la mafia sia scomparsa, è rimasta, però non c’è più quel contesto cruento di un tempo. Questo ha permesso a noi scrittori palermitani di raccontare quell’altro pezzo di città che non si narrava mai: la città normale, la città borghese che assomiglia a tante altre grandi metropoli. La vita che fanno i fratelli Corsaro a Palermo somiglia molto a quella che farebbero i loro omologhi a Milano, a Bologna o a Torino; paradossalmente, somiglia più a quella che alla vita di un loro coetaneo che vive in un piccolo paese vicino Palermo. Palermo è una grande città e ha dinamiche da grande città.

Per quanto riguarda Sciascia, non credo di poter essere paragonato a lui. Comprendo l’accostamento perché sono “impregnato” di Sciascia: tra tutti gli intellettuali che hanno segnato la mia formazione culturale, forse nessuno mi ha condizionato quanto lui. Sicuramente si avverte quel bagaglio, ma — e su questo vorrei essere chiaro — se da un lato mi fa piacere che si senta il riferimento culturale, dall’altro non mi sognerei mai di paragonarmi a lui. Diciamo che il suo pensiero e la sua letteratura mi hanno influenzato profondamente; è forse il mio scrittore italiano preferito, uno degli autori che ho letto di più nella vita e con cui condivido tantissime cose. Tecnicamente meno, perché lui è molto più asciutto di me; io ogni tanto mi concedo un po’ più di leggerezza — e la leggerezza è una cosa più da Calvino che da Sciascia. Tuttavia, sui contenuti, su una certa idea di società e di libertà, sul rapporto tra il potere e l’individuo e, soprattutto, sul rapporto critico verso la giustizia — tema tanto caro a Leonardo Sciascia — ecco, su tutto quello sono perfettamente allineato.

CP Adesso passiamo a una domanda che riguarda forse i fan più accaniti, ma che può essere molto interessante anche per chi si approccia per la prima volta ai tuoi libri; una domanda che si lega inoltre a doppio filo proprio alla natura di giallo e cucina, cioè quella relativa all’aspetto culinario che non è affatto estraneo alle opere narrative e in particolare, spesso e volentieri, ai gialli. Nei tuoi romanzi tu utilizzi l’elemento culinario come ulteriore elemento descrittivo della diversa natura dei due fratelli: Roberto frequenta luoghi tradizionali dove c’è una sorta di ordine, dove la cucina è ricercata e anche abbastanza, tra virgolette, salutare; mentre Fabrizio, proprio di riflesso al suo essere così randagio, mangia spesso in luoghi caotici, posti per strada e realtà un po’ più improvvisate che potremmo dire simili al fast food. Addirittura dei fan hanno creato un vero e proprio tour gastronomico dei fratelli Corsaro. Tu pensi che l’elemento della cucina, l’elemento gastronomico, sia importante al fine della narrazione anche di un genere come il giallo e il poliziesco? Credi che sia un elemento caratterizzante? Citi posti e realtà culinarie a caso o in modo studiato a seconda delle situazioni che i fratelli o comunque i tuoi personaggi vivono?

ST Penso che il cibo sia uno degli ingredienti che possono star bene in un giallo, però ho sempre cercato di usarlo con una certa parsimonia. Vedi, quando un lettore affronta un giallo siciliano, ha quasi il riflesso automatico di pensare a un archetipo, che è quello di Camilleri e Montalbano. In Montalbano tutta la parte culinaria, le mangiate di pesce in trattoria, sono ormai dei classici.

Io ho sempre cercato di usare questi argomenti con le pinze, inserendo ogni tanto qualcosa senza esagerare, proprio perché non vorrei fare una cosa che porti a un confronto inevitabile. Sono un grande lettore di Camilleri, l’ho apprezzato molto e ho avuto anche la fortuna di parlarci una volta da ragazzo, quando lui non era ancora famosissimo. Io sono un suo lettore della prima ora, ho letto i primi romanzi di Montalbano prima che diventassero il fenomeno che conosciamo. In quell’occasione, a Palermo, facemmo una bella chiacchierata; fu veramente amabilissimo e conservo un ricordo molto bello di quel momento della mia gioventù. Pur essendo un suo estimatore, ho sempre cercato di differenziarmi quanto più possibile da lui. Nonostante questo, ho letto più volte nelle recensioni dei lettori su Amazon: “Ah, mi ricorda Camilleri”. Non capisco bene in cosa, forse per il fatto che i personaggi vivano in Sicilia o magari per l’ironia — ecco, per l’ironia sicuramente sì. Per il resto no, ed è proprio per questo che sulla cucina sono molto sobrio.

Roberto, ad esempio, soffre sempre di gastriti e coliti perché somatizza tutto lo stress. Dovrebbe mangiare sano, ma in realtà, ogni tanto, di nascosto dalla moglie va in friggitoria a mangiare il pane con le panelle e il fritto perché non resiste. Lui usa il cibo come trasgressione: essendo un uomo ligio che non trasgredisce mai in nessun modo, quello è il suo unico canale di “ribellione”, che poi paga a caro prezzo stando male. È un tratto molto caratterizzante. A Fabrizio, invece, non frega nulla: lui mangia quello che vuole perché è fatto così

Domande di Dario Brunetti

DB Dopo i fratelli Corsaro è uscito per Mondadori un nuovo romanzo dal titolo La prossima vittima, che vede protagonista un’altra coppia di investigatori che sono un po’ l’uno l’opposto dell’altro: l’ex poliziotto Santo Battaglia e il poliziotto Albino Guarneri, con un passato da prete. Come nasce l’idea di questi due nuovi personaggi?

ST Nasce perché avevo concepito una storia che mi piaceva molto ma nella quale non vedevo giusti i Corsaro. Avevo bisogno di personaggi adatti a questa trama, dovevo inventare qualcosa di nuovo, e così ho pensato a questi due protagonisti, con i loro punti in comune e i loro contrasti. Ovviamente si tratta di contrasti diversi di quelli tra due fratelli, visto che parliamo di due persone che non hanno nessun legame e nessun trascorso comune; però sono comunque caratterizzati da profonde differenze che li rendono dinamici e, soprattutto, verosimili.

Santo è un ex poliziotto con una lunga carriera alle spalle e il relativo pragmatismo. Poi c’è questo ex prete, Albino, che si è spogliato: un uomo che per amore ha lasciato la tonaca, ma poi le cose sono andate male, si è ritrovato un po’ senza un posto nel mondo ed è entrato in polizia. Nell’animo, però, è rimasto un po’ prete: quando arriva sul luogo del delitto e vede il cadavere, si inginocchia, recita il De Profundis in latino e benedice la salma, perché dentro di sé è rimasto un sacerdote.

DB Siamo passati dalla calda estate della Sicilia, con il profumo del suo mare cristallino che bagna le coste, alle nebbie invernali della Pianura Padana, con quelle atmosfere grigie e ovattate dove il freddo è così pungente da sentirlo entrare nelle ossa. Cosa ti ha spinto a cambiare radicalmente l’ambientazione di questo nuovo romanzo?

ST L’ambientazione in un giallo è fondamentale e io ero consapevole di avere la necessità di adattare, in un certo senso, il luogo alla storia che avevo in mente. Secondo me, la storia che avevo pensato aveva bisogno di un’atmosfera un po’ più cupa: non si prestava alla Sicilia con il suo calore e il sole sempre in vista; richiamava decisamente un’ambientazione più oscura e nebbiosa; così ho pensato al Nord Italia, in particolare alla Pianura Padana, così misteriosa e fredda. La Sicilia, però, dovevo inserirla per forza: allora uno dei due protagonisti è un palermitano che vive in Emilia, ovvero Santo Battaglia, mentre l’altro è appunto Albino Guarneri, l’ex sacerdote.

DB Come si costruisce un romanzo su due personaggi anziché uno e quali differenze si possono riscontrare sul piano narrativo?

ST Un romanzo con due personaggi si costruisce facendo realmente il doppio della fatica. Amministrare un protagonista è già un lavoro laborioso, ma con due è tutto raddoppiato: doppiamente faticoso, quindi non è affatto facile.

Rispetto ai Corsaro, questi due hanno una differenza non da poco: non narrano in prima persona. Mentre i fratelli Corsaro sono i narratori dei loro libri, qui c’è un narratore impersonale; questa è una grossa distinzione tecnica. Inoltre, sono due personaggi un po’ più cupi, hanno più ombre nella loro vita e c’è meno leggerezza rispetto ai romanzi dei Corsaro.

Tuttavia, anche in una storia così cupa e nebbiosa, non ho rinunciato alla mia ironia, perché non so farne a meno. Anche ne La prossima vittima c’è tanta ironia e ci sono diversi momenti divertenti, ma nei fratelli questo aspetto rimane sicuramente più marcato.

DB La prossima vittima è un giallo che affronta due tematiche all’ordine del giorno: l’utilizzo smodato dei social, che sono più croce che delizia dei nostri tempi, e il bullismo, una problematica frequente nei giovani che colpisce soprattutto le fasce più deboli. Secondo te quali sarebbero delle contromisure da adottare per contrastare al meglio questi due fenomeni sociali? Le scuole potrebbero avere un ruolo abbastanza rilevante per arginare il bullismo e soprattutto il cyberbullismo?

ST Secondo me le scuole possono avere un ruolo, ma questo non sarà mai sufficiente finché un ruolo altrettanto importante non verrà assunto dalle famiglie. Il primo passo per arginare il cyberbullismo e l’uso smodato dei social è che i genitori imparino a non farne, a loro volta, un uso smodato e a non scadere nel cyberbullismo. Non credo che questi siano problemi esclusivi dei giovani; credo riguardino molto anche i loro genitori. La violenza verbale sui social non è una prerogativa dei ragazzini: basta andare su Facebook e vedere i commenti a qualsiasi post. La gente non fa altro che aggredire, usare termini pesanti, espressioni offensive e vomitare continuamente rabbia e frustrazione. Questo è diventato l’ABC della nostra comunicazione quotidiana e i nostri ragazzi non fanno altro che impararlo: apprendono l’alfabeto del mondo in cui vivono.

Allora la scuola, sì, può intervenire e magari qualche ragazzo lo salviamo pure, ma prima di salvare i giovani dobbiamo salvare gli adulti. Il problema dei ragazzi è, quasi sempre, un problema degli adulti. Addirittura parlando di una squadra di calcio o di argomenti futili si scade spesso in termini pesanti, insulti e atteggiamenti aggressivi. Ecco, questa violenza è nociva per tutti: per noi ma anche, e soprattutto, per i giovani.

Dovremmo cominciare noi adulti a darci una gran regolata, dosando i nostri toni quando scriviamo e rendendo civili le nostre interazioni perché l’esempio che diamo – giusto o sbagliato che sia – influenza tantissimo i ragazzi.

DB Dopo La prossima vittima, rivedremo questi due nuovi personaggi in un secondo capitolo a loro dedicato?

ST Speriamo di sì. Non lo so, io spero di sì perché mi sono piaciuti, devo essere sincero. Quando ho inventato Albino e Santo non l’ho fatto perché diventassero i protagonisti di una serie; li ho creati perché mi servivano quei due personaggi per quella specifica storia. Però, proprio scrivendo quel romanzo, mi sono affezionato a entrambi perché li trovo due bei personaggi, quindi spero di scriverne ancora. D’altronde, dei fratelli Corsaro ne ho scritti dodici, quindi insomma… posso essere abbastanza prolifico.

DB E noi speriamo altrettanto!

Grazie mille a Salvo Toscano per essere stato nostro ospite qui su Giallo e Cucina.

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