Intervista a Claudia Myriam Cocuzza
a cura di Claudia Proietti
Abbiamo il piacere di avere con noi su Giallo e Cucina Claudia Cocuzza, già autrice di romanzi pluripremiati come La partita di Monopoli e La recita di Natale, che ha recentemente firmato un giallo storico edito nella prestigiosa collana de Il Giallo Mondadori dal titolo La Forestiera.
Questo piccolo grande capolavoro letterario è stato in edicola per tutto il mese di marzo; sebbene la tiratura cartacea sia limitata nel tempo, il volume rimarrà sempre disponibile in formato digitale, anche se tutti speriamo di trovarlo al più presto in bella mostra in tutte le librerie d’Italia.
La Forestiera rappresenta una vera svolta nella carriera di Claudia Cocuzza, farmacista di professione ma ormai nota al grande pubblico come talentuosa scrittrice di gialli e, tra le altre cose, caporedattrice della rivista Writers Magazine Italia.
Il suo ultimo romanzo narra le vicende di Lady Florence Trevelyan, esule cugina della Regina Vittoria che nel 1884 si trova in una “vacanza forzata” presso l’Hotel Timeo nella meravigliosa Taormina. La sua vita agiata e piacevole, fatta di passeggiate con i suoi numerosi cani e ricevimenti a cui partecipa con la cugina Lady Louise Perceval, viene bruscamente interrotta dall’omicidio di Sir Arthur Milton, nobile impresario inglese ritrovato ucciso nella sua stanza proprio nello stesso albergo dove alloggia Lady Florence. La nobildonna inglese si improvvisa detective provetta, aiutata dai due fratelli Cacciola: Salvatore, l’anatomopatologo affascinante e irriverente, e Carlo, lo speziale affabile e piacevole.
Lo schema del giallo classico che Claudia Cocuzza segue da sempre nelle sue opere si rivela di nuovo vincente, regalando ai lettori un’indagine pura che si snoda tra conversazioni cortesi e circostanze di quiete apparente. Il testo scava nell’alta società e affronta il divario tra le classi sociali, al quale Lady Trevelyan, “la forestiera”, si oppone. Questo romanzo segna senza dubbio il punto massimo di maturazione raggiunto finora dalla scrittura di Claudia Cocuzza e noi non possiamo che augurarci di leggerne presto il seguito.
Allora Claudia, grazie per essere qui con noi. Iniziamo subito con la prima domanda.
CP Il passaggio dal giallo contemporaneo de La partita di Monopoli e La recita di Natale a quello storico de La Forestiera deve aver richiesto uno studio e un impegno notevoli. Come hai approcciato questa evoluzione? È stato un processo naturale o ti è costata una particolare fatica?
CC Ciao Claudia e grazie a Giallo e Cucina per l’ospitalità.
Il passaggio dall’ambientazione contemporanea allo storico è stato graduale.
Prima di scrivere La Forestiera, mi sono avvicinata al giallo storico attraverso la stesura di alcuni racconti, di cui uno in particolare, premiato poi con il terzo posto al GialloLuna Neronotte, ha comportato un grande lavoro di ricerca preliminare. In quel racconto rivisito la morte di Vincenzo Bellini in chiave noir. Ecco, in quell’occasione ho scoperto che ambientare in un’epoca passata è quasi liberatorio per un giallista – per lo meno lo è per me – perché rende la costruzione dell’indagine scevra da tutta la tecnologia e i metodi di analisi scientifica di cui un’indagine contemporanea non potrebbe più fare a meno, se vogliamo renderla credibile. L’ambientazione nel passato mi permette di applicare pienamente il metodo di indagine deduttiva alla Miss Marple, alla Poirot o alla Sherlock Holmes, per citare i più noti, e questo fa sì che la mia fantasia vada a briglia sciolta più che in un giallo ambientato ai giorni nostri.
CP Restando sul tema del romanzo storico, e in particolare del giallo, sappiamo che è sempre complicato mantenere il giusto equilibrio tra la licenza narrativa e la fedeltà ai fatti storici realmente accaduti. Qual è stata la sfida più grande nell’utilizzare una figura storica realmente vissuta come Lady Florence Trevelyan e inserirla in una struttura rigida e schematica come quella del giallo?
CC In realtà romanzare Florence è stato facilissimo, perché la sua biografia sembra già un romanzo, e renderla una detective non professionista è stato altrettanto immediato, in quanto fu una naturalista e una botanica esperta, quindi il passaggio logico è stato quello di trasformarla in una botanica forense ante litteram, anticipando di una cinquantina d’anni il riconoscimento della disciplina.
In questo lei e io ci siamo ritrovate: essendo io laureata in Chimica farmaceutica, la risoluzione dell’indagine è affidata alla sua abilità botanica, ovvero alla mia conoscenza delle proprietà farmacologiche/tossicologiche di piante ragionevolmente utilizzabili come veleni.
CP Conoscevi già questo personaggio e la sua storia prima di decidere di renderla una detective, o hai scelto di studiarla proprio con l’intento di affidarle questo ruolo? Inoltre, credi che il suo essere una “straniera in terra straniera” abbia favorito la sua funzione di investigatrice, rendendola più affascinante per il pubblico?
CC No, non la conoscevo. L’intuizione è nata leggendo la sua biografia e rendendomi conto che la sua vita è stata troppo affascinante perché non fosse conosciuta. Le sue attitudini, poi, come ti dicevo, l’hanno resa perfetta nel ruolo di investigatrice.
Penso di sì, il fatto che fosse una forestiera credo sia un plus.
Taormina agli albori della Belle Époque è già un setting “esotico”, se vogliamo; una straniera in un’ambientazione del genere rende il tutto più suggestivo. Almeno spero.
Ma non è stato questo il motivo per cui la mia scelta è ricaduta su di lei, ovvero non c’è nessun calcolo a monte di questa scelta: ai miei occhi aveva già vinto quando ha scelto Taormina come casa. Nessuno le ha imposto la Sicilia, l’ha scelta, e questo, per me e per la mia terra, depauperata da decenni di emigrazione, è un grande atto di coraggio e d’amore.
CP Parlando dell’ambientazione, che nel tuo caso è sempre la Sicilia, qui la tua terra viene trasportata indietro nel tempo. Ciò che stupisce il lettore è che una zona di villeggiatura come Taormina sembri quasi più moderna di molte altre realtà italiane dell’epoca, così varia nelle tipologie e nelle classi sociali che la frequentavano. In che modo, secondo te, la Taormina della Belle Époque si differenzia dalla Sicilia descritta da Verga o, in tempi più moderni, da altri autori?
CC Taormina nel 1884 era poco più di un borgo di pescatori che si era affacciato al turismo internazionale, ricco e di élite, da pochi anni. È un’ambientazione che non ha eguali, né letterari né reali. La sua posizione e la sua storia la rendono unica. Se a questo aggiungiamo un periodo storico frizzante come la Belle Époque, che a Taormina esplose anche grazie a Florence Trevelyan – che ospitò personaggi del calibro di Oscar Wilde, D’Annunzio, i reali d’Inghilterra – credo che il divario tra il catanese degli ultimi raccontato da Verga o la Vigata letteraria di Camilleri diventi enorme
CP Parliamo ora di te, del tuo presente con uno sguardo al passato e uno al futuro. Dalla vittoria al Garfagnana in Giallo nella sezione romanzo inedito, nel 2022, con La partita di Monopoli, il tuo romanzo d’esordio, fino a oggi con il meritato ingresso nella collana più prestigiosa del genere giallo: quanto sei cambiata, non solo come persona ma come scrittrice? Ci sono delle tue prerogative che hai modificato o hai mantenuto le stesse abitudini nell’approccio al testo narrativo e al mondo letterario?
CC Sono cambiata tanto e me ne rendo conto solo adesso che mi fermo a pensarci, perché tu me lo stai chiedendo.
Quando ho scritto La partita di Monopoli non avevo nessuna consapevolezza. Non avevo idea di come funzionasse l’editoria, avevo fatto un corso di scrittura eccellente – il FuR di Barbara Fiorio – e letto tanto, ma da lettrice, ovvero non avevo uno sguardo da autrice, non andavo al di là del piacere di quello che leggevo, non andavo alla ricerca dei trucchi del mestiere, perché non li conoscevo.
Adesso le mie letture sono mirate – ahimè, aggiungerei, perché il tempo per letture di puro svago è pochissimo – e non resto mai incastrata solo nella storia ma vado in profondità, riesco quasi sempre a vedere lo scheletro che sorregge un romanzo.
Nel frattempo ho studiato tantissimo, la gestione della Writers Magazine Italia è stata – ed è – una palestra efficacissima, e la scrittura è passata dall’essere un hobby a un secondo lavoro, impegnativo esattamente quanto quello ufficiale.
Ho conosciuto persone meravigliose, ho girato tanto, sono entrata nella segreteria organizzativa del Termini Book Festival.
Sono una persona diversa perché la scrittura mi ha aperto le porte a un mondo incantato.
Per questo mi sento più ricca, e sono riconoscente alla vita.
CP Il tuo personaggio è profondamente umano: è una donna che, cercando risposte al mistero, cerca anche risposte per sé stessa. Non è il prototipo di investigatore infallibile e professionista presente in molti gialli Mondadori. Secondo te, il lettore moderno ha più bisogno delle certezze di un “super detective” o di una persona qualunque che risolve un enigma e si fa portavoce di giustizia?
CC Ti rispondo da lettrice e quindi ti parlo dei miei bisogni da lettrice, non di quelli universali, semmai possano esistere.
La narrativa per me è al contempo specchio e fuga dalla realtà.
Come specchio, mi infastidisce qualcosa di molto lontano, e non parlo di distanza spazio-temporale, anzi, al contrario, questo fa parte dell’aspetto “fuga” che equivale a quella magia per la quale sei seduta sul divano ma la tua mente viaggia low cost grazie alle parole che scorrono davanti ai tuoi occhi. Mi infastidiscono le incoerenze, le incongruenze emotive. Riesco a sentire una storia e a farmi trasportare se sento il personaggio, se le sue reazioni sono coerenti e umanamente comprensibili; non giuste – anche qui, ammesso che una giustizia in senso assoluto possa mai esistere.
E allora, secondo me, per come gira il mondo oggi leggere di un super eroe infallibile non solo non è di nessun conforto ma risulta anche distonico.
Siamo dentro un mondo fragile e dentro questo mondo si muovono persone fragili, frenetiche e fragili.
Ci muoviamo noi.
E noi, persone fragili e disorientate, abbiamo bisogno di umanità, tra noi e nelle pagine che leggiamo.
CP Passiamo alla domanda tipica dei nostri ospiti di Giallo e Cucina relativa all’elemento culinario. Nel caso de La Forestiera, la tradizione siciliana si declina in varie sfumature: dalle usanze alle leggende, fino al rapporto tra popolo e nobiltà. Sul versante della cucina sono nominati spesso piatti caratteristici: quanto credi sia importante, soprattutto nel giallo italiano, l’uso dell’elemento culinario per caratterizzare una storia?
CC Da Camilleri – a cui noi autori siciliani non saremo mai sufficientemente grati per avere finalmente smarcato il giallo in terra siciliana dalla mafia, a cui Sciascia lo aveva legato, sembrava, in maniera indissolubile – in poi, il giallo ha assunto una connotazione non solo regionale, ma addirittura provinciale. Il giallo di provincia ha una dimensione umana, e questa dimensione è molto italiana: l’Italia è le sue province.
E il lettore, che si affeziona ai luoghi e ai personaggi – tanto più se diventano seriali, e ancor più se approdano alla trasposizione televisiva o cinematografica –, vuole conoscere quei luoghi e sapere tutto dei suoi beniamini: in quali spazi si muovono, quali vizi e paure hanno, e pure cosa mangiano.
La caratterizzazione culinaria – e ancora questo aspetto è molto italiano – diventa a tutti gli effetti parte del setting e, nei casi fortunati, la serie crime innesca un turismo “letterario” che spinge gli appassionati nei luoghi nei quali l’autore ha collocato le vicende dei loro eroi, e a cercare pure ristoranti che propongono i piatti tipici della tradizione di quei luoghi.
È anche un modo, insieme a quello dell’inserimento di espressioni dialettali, per mantenere viva la tradizione regionale.
Un posto è anche la sua cucina; un uomo è anche quello che mangia.
Quindi, per me, l’elemento culinario è fondamentale per caratterizzare ambientazione e personaggi.
CP Infine, non può mancare la domanda sul futuro di Lady Trevelyan: hai in programma di continuare a raccontarci di lei?
CC Sì, il sequel de La Forestiera è già stato scritto e in fase di revisione – per la centesima volta – nel momento in cui ti rispondo. Mi faccio passare la tremarella da “Mio Dio, sono davvero sul GM” e mi decido a consegnare.
CP Grazie mille Claudia per essere stata con noi.
Alla prossima.
CC Grazie a te e alla tua curiosità viva e stimolante.
Claudia M. Cocuzza.
