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Zombi 2
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Regia di Lucio Fulci

Film del 1979 con Tisa Farrow, Ian McCulloch, Richard Johnson, Al Cliver, Auretta Gay, Stefania D’Amario, Olga Karlatos

Genere: Horror

Un battello alla deriva nel porto di New York viene agganciato da una motovedetta della guardia costiera. Quando uno dei due agenti saliti a bordo scende nella stiva, un orrendo individuo sbuca fuori all’improvviso e lo aggredisce, mordendolo al collo e uccidendolo prima che il collega gli scarichi addosso il suo revolver e lo faccia precipitare in mare. Si scopre che l’imbarcazione appartiene al prof. Bowles, uno scienziato che sta svolgendo alcune ricerche sull’isola di Matul, nei Caraibi. La figlia dello studioso, Anne, preoccupata per la sorte del padre, parte così per l’isola insieme a Peter, un giornalista intraprendente e spregiudicato che intende cavare uno scoop da quella strana storia. La verità che scopriranno sarà terrificante.

È il 1979 e negli Stati Uniti è uscito da appena un anno Dawn of the dead, conosciuto in Italia come Zombi, la seconda pellicola firmata George A. Romero a tema morti viventi. Il successo è epocale e le produzioni low budget italiane non possono farsi sfuggire l’occasione di cavalcare l’onda zombi che sta travolgendo l’Occidente. Vede così la luce Zombi 2, mockbuster del capolavoro romeriano – non c’è alcun nesso fra i due film anche se il primo vuole “spacciarsi” come seguito della pellicola made in USA – la cui regia è affidata al poète du macabre, il grande cineasta romano Lucio Fulci.

Un nome, una garanzia: non poteva certo venirne fuori una mera imitazione a fini commerciali. E infatti Fulci, uno dei registi più originali, creativi e visionari dell’horror italico, va molto oltre: crea una “via italiana” alternativa a quella dello zombie-movie americano da cui, seppur mutuandone i mostruosi antagonisti e alcuni elementi narrativi – come il famoso colpo alla testa per eliminarli -, si allontana decisamente sia in termini di contenuti che di forma.

I morti viventi di Romero intendono rompere decisamente con la precedente tradizione cinematografica zombesca: non sono più redivivi haitiani riportati alla vita da ancestrali riti voodoo, ma mostri “contemporanei”, resuscitati da cause tutt’altro che magiche – come le radiazioni della sonda spaziale mandata su Venere ne La notte dei morti viventi – i quali si aggirano per le città e dentro i centri commerciali e che sono la metafora delle derive ultraconsumistiche e ultraindividualistiche della società contemporanea. Quelli di Fulci tornano ad essere, invece, isolani dei Caraibi – come lo erano nei classici L’isola degli zombi di Victor Halperin (1932) e Ho camminato con uno zombi di Jacques Tourneur (1943) – e svestono le connotazioni satiriche romeriane per tornare ad essere semplici mostri con un solo scopo: suscitare paura e orrore.

Ma non è finita. Se in Zombi Romero introduce l’elemento splatter, solo accennato nel già citato capostipite della saga zombesca e che sarà molto più presente soltanto nel terzo capitolo dell’epopea, Day of the dead del 1985, Fulci porta invece tale componente all’estremo. Basti citare la famosa scena dell’occhio trafitto da uno spuntone di legno oppure, ancora, quella in cui Peter, Anne e i loro compagni d’avventura trovano i morti viventi a banchettare con il corpo straziato di una delle loro vittime. La vena gore si palesa non solo in termini di violenza ma anche e soprattutto nell’estetica dei morti viventi fulciani: Romero si era accontentato di un po’ di cerone, di qualche ferita, massimo di una faccia mezza abbrustolita per connotare i suoi zombi; quelli di Fulci, invece, sono devastati dalla putrefazione, orribilmente deturpati, brulicanti di vermi, alcuni persino mummificati, grazie all’ottimo lavoro di un grande artigiano del cinema italiano, Giannetto De Rossi.

V’è poi, in Fulci, una certa predilezione per la scena ad effetto, che intende volutamente sorprendere e affascinare lo spettatore. Ne è un esempio calzante la sequenza in cui Susan, uno dei personaggi del film, s’imbatte in uno squalo durante un’immersione subacquea e si nasconde per sfuggirgli ma, quando pensa di averla scampata, ecco che spunta all’improvviso un morto vivente “anfibio” che cerca di ghermirla ma che infine, essendogli sfuggita la giovane preda, si accontenta di dare qualche morso allo stesso squalo, che in cambio gli strappa via un braccio!

Insomma: il risultato è qualcosa di decisamente diverso dalla strada battuta da Romero, sebbene i morti viventi fulciani, per quanto “conservatori” e tradizionalisti, mantengano il carattere antropofago lor attribuito dal cineasta americano, assente nei loro antenati haitiani e rivelatosi uno dei connotati che più hanno assicurato il successo a queste mostruose, repellenti creature.

La prova concreta della sostanziale autonomia del filone zombi italico da quello statunitense, da cui pur deriva, sta – oltre che nel grande successo che ebbe Zombi 2 allorché uscì nelle sale – nelle successive pellicole in tema sfornate, a partire già dall’anno successivo, da altri registi horror nostrani.

A cominciare da Virus – L’inferno dei morti viventi di Bruno Mattei (1980) e da Zombi Holocaust (1981) di Marino Girolami, passando poi per Zombi 3 del 1988 (che doveva segnare il ritorno di Fulci allo zombie-movie ma che, a causa della sua malattia, fu poi affidato a Bruno Mattei e a Claudio Fragasso), After Death (1989) di Claudio Fragasso per arrivare, infine, a Demoni 3 di Umberto Lenzi (1991), l’adesione all’archetipo fulciano è palese: tutti questi film condividono l’ambientazione esotica; in più d’uno la causa dell’epidemia zombi è la magia voodoo – mentre talaltri preferiscono la causa “scientifica” del virus, comunque assente in Romero -; nessuno di essi fa della critica alla società contemporanea il nerbo strutturale delle pellicole (pur riscontrabile in Virus, ma secondaria rispetto all’intreccio narrativo).

Anche in quelle pellicole più tarde e meno aderenti al modello fulciano, come Zombi horror – Le notti del terrore di Andrea Bianchi (1995), dove i cadaveri antropofagi si ritrovano ad aggirarsi nella campagna italiana e sono, nella miglior tradizione gotica, riportati in vita da un’antica maledizione etrusca, non è difficile ritrovare i canoni dettati dal grande regista romano: qui, i morti viventi sono alla stregua di mummie, i cui volti devastati da secoli di consunzione ricordano molto da vicino l’estetica della morte presente in Zombi 2.

Si tratta di pellicole bistrattate, che fanno drizzare i capelli in testa ai critici e che spesso sono etichettati come vera e propria spazzatura. Eppure, da questa spazzatura hanno attinto a piene mani… proprio gli americani, che si sono appropriati di alcune innovazioni apportate al genere da queste pellicole profittando della supremazia mondiale del proprio mercato cinematografico per “insabbiare” la verità! Così, quando in Italia il genere horror era ormai morto e sepolto da anni e molti lo boicottavano come “monnezza”, nessuno ha potuto – o voluto – notare come, ad esempio, i morti viventi del nuovo millennio, non più lenti, barcollanti, rigidi, ma scattanti e veloci come lepri, non fossero certo un’invenzione degli americani, come si potrebbe pensare vedendo Dawn of the dead (L’alba dei morti viventi) del 2004, ma dei nostri registi: già in Zombi 3, uscito nel lontano 1988, sono presenti redivivi che corrono come giaguari e balzano come scimmie!

Ma torniamo a Zombi 2 per apprezzarne, infine, le dinamiche narrative. Anche qui, tutt’altra storia rispetto a Romero. Mentre nei suoi film i morti viventi spuntano come funghi già nelle prime scene, così da imprimergli subito l’andamento del survival horror, Fulci, abile narratore, non parte subito in quarta ma lascia che lo spettatore scopra gradualmente l’orrore, facendolo precedere dal mistero che accompagna il viaggio dei protagonisti, ancora inconsapevoli di quello che li attende a Matul. Il racconto assume così un andamento parabolico, in cui si assiste a un crescendo di suspense e paura che ha il suo picco nell’orrore finale.

Dulcis in fundo, le musiche di Fabio Frizzi fanno il resto: la fusione di ritmi etnici – come le percussioni ossessive della soundtrack – e sonorità contemporanee rendono bene la suggestiva antinomia fra scienza e magia, fra moderno e ancestrale, fra civile e “selvaggio”, che pervade tutto il film; e che, soprattutto, suggerisce l’inatteso, sconvolgente finale.

Bene, allora: non vi resta che gustarvi Zombi 2! Del resto, non ci può essere film più adatto al mese corrente…

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