Sette note in nero

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Regia di Lucio Fulci

 

Film del 1977 con Jennifer O’Neil, Gianni Garko, Marc Porel, Evelyn Stewart, Gabriele Ferzetti

 

Genere: Thriller

 

 

Virginia, avvenente americana trapiantata in Italia, dove ha sposato il ricco Francesco Ducci, possiede doti di chiaroveggente: ancora bambina, ha “visto” il suicidio di sua madre, gettatasi da una scogliera. Decenni dopo, il fenomeno torna a ripetersi: mentre si trova alla guida della sua automobile, Virginia è colta da una macabra visione, in cui una donna viene murata viva. Recatasi presso la vecchia villa di campagna di Francesco, che desidera ristrutturare, Virginia si ritrova in una stanza che pare somigliare a quella dove, nel suo incubo a occhi aperti, si è consumato l’orrendo delitto e, vinta da un oscuro presagio, prende a picconate il muro: dietro l’intonaco e i mattoni, in un’intercapedine, si nasconde uno scheletro… Decisa a scagionare il marito, finito in galera perché proprietario della villa nonché amante, anni prima, della morta, la donna comincia a indagare per conto suo, coadiuvata da un suo amico, lo psicologo Luca, per smascherare il vero assassino. Ma l’apparenza inganna, il fato è beffardo, e ad un certo punto Virginia si renderà conto di aver commesso un errore madornale: un errore che potrebbe costarle molto caro…

 

Terrorista dei generi, poeta del macabro; ma, con Sette note in nero, l’iconico regista romano Lucio Fulci sembra meritarsi un terzo epiteto, quello di prestigiatore del giallo. Sì perché il quarto thriller della sua carriera (dopo Una sull’altra del 1969, l’onirico e sensuale Una lucertola con la pelle di donna del 1971 e l’insuperabile Non si sevizia un paperino del 1972) è tutto imperniato su una dinamica-chiave, quella dell’inganno: ingannevoli sono tutti gli indizi raccolti da Virginia nel corso della sua indagine, la quale compie un vero passo avanti solo quando essi vengono osservati e interpretati attentamente e liberati dalle ombre dell’apparenza; ingannevole è l’intera parabola lungo cui si dipana l’intreccio del film, tanto che lo spettatore cade nella grande trappola tesa da Fulci insieme al personaggio di Virginia avvedendosene quando ormai, forse, è troppo tardi. Insomma, quello di Fulci è un macro-inganno di celluloide fatto di tanti piccoli micro-inganni.

 

Rispetto ai picchi inquietanti e violenti di Non si sevizia un paperino e all’ultraviolenza voyeuristica de Lo squartatore di New York, che poi sarà uno dei tratti distintivi delle pellicole horror firmate dal grande cineasta ma che si palesa già, di tanto in tanto, nei primi gialli (si pensi ai cani vivisezionati che appaiono in una scena di Una lucertola con la pelle di donna), Sette note in nero rimarca la sua natura di film “controcorrente”, fondato su altri canoni estetici e narratologici: nel film non si vede praticamente nessuna scena cruenta (fatta eccezione per quella iniziale, in cui il volto della madre di Virginia, gettatasi dalla rupe, si sfracella contro le rocce: quasi a richiamare, dopo una pausa del regista dal giallo durata cinque anni, il finale di Non si sevizia un paperino…), il delitto è già compiuto prima dell’inizio del film e non c’è nessun pazzo pluriomicida onnipresente e diabolicamente astuto ancora in azione e pronto a colpire, la tensione viaggia sul filo del suggerito, dell’impalpabile, veicolata dal mistero che scaturisce dalla visone di Virginia e dalle suggestioni oniriche e sovrannaturali che promanano da essa. Rispetto a quest’ultimo punto, un plauso va agli espedienti tecnici con cui Fulci ha costruito la sequenza della visione, fatta di inquadrature apparentemente sconnesse e che sembrano ondeggiare liquidamente, quasi fossero il prodotto di un fluido magico, in cui si susseguono vari particolari della stanza in cui sta avvedendo il delitto, i passi claudicanti di quello che pare essere l’assassino, una donna morta dal viso grondante di sangue, le  claustrofobiche soggettive della vittima che qualcuno sta murando viva (e di cui si avvertono i rantoli soffocati, distorti e amplificati), il tutto pervaso da un commento musicale tetro e delirante.

 

Oltre all’irresistibile scia di mistero che le vicende del film si lasciano dietro, lo spettatore è costretto a rimanere incollato allo schermo fino alla fine dalla struttura narrativa del film, che si sviluppa spiccatamente “in verticale”: le vicende sono totalmente dominate dai progressi – veri o presunti – che l’indagine di Virginia consegue passo dopo passo, indizio dopo indizio, senza pause e senza digressioni che possano distrarre lo spettatore e interrompere un crescendo emotivo e mentale la cui tensione si risolverà soltanto con il finale. Insomma, sebbene di solito tutt’altro che ossequiente alla tradizione, in Sette note in nero Fulci si rivela inaspettatamente il depositario del giallo classico alla Agatha Christie, dove la narrazione è tutta asservita all’indagine e alla soluzione del mistero, senza inutili divagazioni e orpelli descrittivi, in cui la suspense e la curiosità sono tali che, dopo aver letto le prime venti pagine, lo spettatore non può fare a meno di arrivare alla fine.

 

Sette note in nero riflette senza dubbio l’influenza del cugino “fortunato” di Fulci, Dario Argento, che due anni prima aveva portato sugli schermi cinematografici il suo capolavoro assoluto, Profondo rosso: da esso, la pellicola di Fulci mutua indubbiamente vari aspetti estetici e narratologici, come la villa abbandonata, il cadavere murato (da notare le assonanze fra il convulso commento musicale nella scena in cui Virginia prende a picconate il muro e quello, altrettanto frenetico, che accompagna la sequenza in cui Marc Daly – alias David Hemmings – abbatte la parete dietro cui si trova il cadavere mummificato in Profondo rosso), la presenza dell’elemento paranormale. Si tratta, tuttavia, di trovate commerciali tipiche delle produzioni a budget modesto, le quali, per conseguire il massimo guadagno, non disdegnavano di imitare il cinema di “serie A”, italiano oltreché statunitense (trovate che diverranno più marcate nella filmografia fulciana quando il regista romano passerà all’horror, uno dei generi più low budget del cinema italiano degli anni ’70 e ’80: ne sono esempi titoli-mockbuster come Zombi 2, che, contrariamente a quanto il titolo vorrebbe indurre a pensare, non è certo il seguito del capolavoro di George Romero, oppure film come Quella villa accanto al cimitero, che strizza più volte l’occhio a Shining di Stanley Kubrick a cominciare dalla locandina, dove si può notare un personaggio molto somigliante a Jack Torrance che però nel film non compare mai), che non vanno oltre l’omaggio episodico e non intaccano l’originalità del film, il quale, peraltro, ha la sua vera fonte di ispirazione in un libro: Terapia mortale di Vieri Razzini, di cui però il regista, insieme all’apporto del grande sceneggiatore Dardano Sacchetti, trae spunti e suggestioni più che trama e intreccio.

 

Se Sette note in nero è un gioco di prestigio giallo, un grande depistaggio, il finale non può che sorprendere e sconvolgere, con la verità, quella “vera” stavolta, che si rivela e lascia di stucco lo spettatore, oltre a svelare il perché del titolo, a regalare un ultimo, splendido omaggio ad uno dei racconti più cupi e spaventosi di sempre, Il gatto nero dell’immenso Edgar Allan Poe, e a ricordare a tutti, in ultimo, che un vero prestigiatore riserva sempre un ultimo, inaspettato colpo di scena… Quale sarà? Guardate questa vera e propria chicca del thriller nostrano e lo scoprirete.

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