n° 22 : UN DELITTO, NON ASSAGGIARLA (L’oste-detective di Filippo Venturi: ossequio alla tradizione bolognese e fiuto investigativo)

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Basta leggere i titoli delle black comedy che Filippo Venturi ha fin qui dedicato al suo oste-detective, Emilio Zucchini, per cogliere al volo la “poetica” di questo scrittore, brillante, estroso e per nulla superficiale.

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(Fig.1 – Filippo Venturi e i suoi romanzi)

 

Un autore crime, ristoratore lui stesso e convinto paladino della classica cucina bolognese, non avrebbe potuto scegliere intestazioni più azzeccate per i suoi primi tre romanzi (Fig.1 – Filippo Venturi e i suoi romanzi). Ecco dunque sfilare Il tortellino muore nel brodo (e giammai nella panna o nel ragù, figuriamoci nel pomodoro), Gli spaghetti alla bolognese non esistono (“un’invenzione internazionale, meglio un complotto!”), È l’umido che ammazza (e non solo quello degli intingoli).

Titoli-manifesto per una serie briosa e intelligente che ha per protagonista un calzante “doppio” di Venturi stesso: Emilio Zucchini che, infatti, è oste come lui e come lui titolare di una trattoria. Anche se, a voler essere precisi, il nostro scrittore lo batte due a uno perché oltre al ristorante gestisce anche un bistrò.

 E pensate che alla bolognesità di Emilio Zucchini non gli va giù neppure il soprannome che gli hanno affibbiato, “Zucca”, perché richiama troppo un fondamentale ingrediente della gastronomia ferrarese. Anche se si rende conto, pur a malincuore, che «mica potevano soprannominarlo “ripieno di tortellini”».

Al pari del locale di Venturi, anche quello di Zucchini

osserva con “ortodosso rispetto” i classici dettami della cucina bolognese, tanto da chiamarsi La vecchia Bologna. Un luogo che «affonda le radici nel passato – la pasta fresca, i sughi genuini, i dolci fatti in casa – ma che sa riproporsi in chiave moderna».

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(Fig.2 – La cucina di Emilio Zucchini)

In ghiotto trionfo vi si gustano (Fig.2 – La cucina di Emilio Zucchini) mousse alla mortadella, tagliolini alla cipolla, tagliatelle al ragù, tortellini in brodo, cotolette petroniane, zucchine ripiene in umido con polpettine, zuppa inglese e crème caramel. Capisaldi di una gastronomia che, se oggi fa storcere il naso a qualche nemico giurato del colesterolo, non ha eguali quanto a potere consolatorio.

A La vecchia Bologna, le lasagne si preparano ancora con sfoglia verde di spinaci, sovrapposta a sei strati e condita con un ragù cremoso di abbondante besciamella. E ai suoi tavoli i turisti vengono, sempre più numerosi da quando il capoluogo emiliano è entrato nel novero delle città d’arte, per godere un altro aspetto della cultura bolognese. Non meno saliente dei suoi monumenti.

Non si sognerebbero mai di chiedere a Emilio Zucchini piatti da fast food o astruse varianti delle pietanze codificate. In quel disgraziato caso, comunque, il nostro oste non esiterebbe a rispondere: «Mi dispiace davvero, ma ci sono cose che si possono avere e altre no, il tortellino al pomodoro proprio no. Il tortellino muore nel brodo».

È tale la connessione emotiva di Zucchini con la sua cucina che, ogni volta che «si sta per materializzare un guaio», quella lo avverte, neanche detenesse «poteri al limite dell’esoterico». Ecco quindi che la sfoglia non gli riesce, il ragù risulta sbiavdo (poco saporito), il mascarpone non si monta, un pallino da caccia sopravvive nella coscia di fagiano, la cantina si allaga. Contrattempi forse modesti, ma di sicuro forieri di ben più sciagurate evenienze.

E, infatti, puntualmente la fidanzata di turno lo lascia, una cliente accusa disturbi allergici in trattoria, la cameriera sparisce, vengono uccisi due notabili della città che poco prima avevano cenato da lui.

Dal momento però che Emilio Zucchini non è solo un oste valente ma un ottimo conoscitore di caratteri, un uomo buono sempre pronto a lanciarsi a soccorrere chi finisce nei guai, da oste a investigatore il passo è breve.

«La perspicacia è da sempre una delle sue doti migliori. In trattoria lui capisce tutto al volo. Vede qualcuno sulla porta e sa già come comportarsi: ha previsto se essere formale o meno, se usare il lei o il tu, se mantenersi a distanza o azzardare una battuta. Lui, appunto, si intende di persone[…]».

Ed è forse questa sua capacità di sintonizzarsi sugli altri a renderlo sempre disponibile a intraprendere indagini forse strampalate, ma alla fine coronate da successo. 

Gustose come i suoi piatti, spesso indiavolate come un vaudeville, costellate di equivoci ma non prive di tensione e di intrigo avvincente.

Filippo Venturi dosa con abilità humour ed empatia, acume psicologico e capacità di osservazione. Le sue riflessioni sul lockdown, «un neologismo, sconosciuto e spaventoso», al tempo del quale si snoda il suo più recente romanzo, restituiscono con convincente profondità un’atmosfera che ci ha precipitato in un incubo.    

La sua scrittura è fluida, avvincente, ricca di profumi. Un delitto non assaggiarla, come del resto la sua cucina.

L’autore

FILIPPO VENTURI (1972) gestisce una trattoria in centro a Bologna. Ha esordito nella narrativa nel 2010 per Pendragon, con una raccolta di racconti e due romanzi. Collabora con il quotidiano La Repubblica di Bologna, su cui ha tenuto per molti anni la rubrica Dietro al banco, una sorta di Tripadvisor al contrario in cui è il ristoratore a recensire i clienti. Per Mondadori ha pubblicato la serie black comedy dell’oste-detective Emilio Zucchini: nel 2018, , Il tortellino muore nel brodo; nel 2020, il suo secondo caso, Gli spaghetti alla bolognese non esistono, vincitore del premio Giallo a Palazzo Web; nel 2022, la terza indagine È l’umido che ammazza. A quattro mani con il cestista Gianmarco Pozzecco ha scritto Clamoroso. La mia vita da immarcabile (Mondadori, 2020).

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