Magnificat
Regia di Pupi Avati
Film del 1993 con Luigi Diberti, Arnaldo Ninchi, Massimo Bellinzoni, Dalia Lahav Zagni, Lorella Morlotti, Brizio Montinaro, Vincenzo Crocitti
Genere: Drammatico
Durante la settimana santa dell’anno 926, in un’imprecisata area dell’appenino tosco-emiliano, si dipana il racconto di alcune vicende umane, alcune destinate a intrecciarsi: quella di Benicevenne, signore di Malfole, appena succeduto al padre defunto, che cerca affannosamente i segni dell’assunzione in paradiso dell’anima del genitore; quella di Margherita, una ragazzina di dodici anni venduta dal padre al monastero di Santa Maria della Visitazione in cambio di alcune cospicue esenzioni dagli oneri signorili cui è soggetto; quella del boia Folco che, perduto il figlio nonché aiutante, lo rimpiazza con Bàino, un giovane scelto tra i più sani e forti di una famiglia di allevatori a cui trasmetterà il sapere necessario all’esercizio della sua truce arte; quella di Roza, concubina del nuovo re d’Italia Ugo di Provenza, in competizione con altre meretrici per dare al sovrano un erede maschio; quella del monaco Agnello, che vaga in lungo e in largo per i monasteri della Pentapoli al fine di stilare una lista dei cenobiti spirati in quell’anno; quella di Arustico e Venturina, due giovani contadini innamorati che intendono convolare a nozze.
Per quanto avvincenti e suggestivi, i film storici di ambientazione medievale sono spesso e volentieri molto poco realistici. La loro storicità è spesso soltanto estetica, risiede nei costumi, nelle ambientazioni, al massimo in un registro linguistico più alto e solenne; ma i personaggi sono spesso molto vicini, quanto ad atteggiamenti, comportamenti e mentalità, a noi contemporanei. Si pensi a Braveheart, ad esempio: ci sono i kilt, i clan, lo ius primae noctis, le esecuzioni capitali, le battaglie campali: ma l’ironia di quei guerrieri, che si fanno beffa dei cavalieri inglesi mostrando loro le natiche e che si sganasciano dalle risate facendo allusioni sessuali, è pressoché identica alla nostra. Molto vicini a noi sono, inoltre, i motivi ideologici ed emotivi che animano film del genere: restando sempre su Braveheart, l’aspirazione alla libertà tanto difesa dal protagonista è, a ben guardare, la celebrazione “storicheggiante” di uno dei valori fondanti delle civiltà occidentali contemporanee. È questo il motivo per cui la stragrande maggioranza dei film ambientati nel medioevo si focalizzano quasi esclusivamente sulle grandi narrazioni storiche, sui loro grandi uomini e donne e sulle mirabolanti e gloriose imprese che hanno compiuto. È, in fin dei conti, il nostro modo di fare epica.
Per dirla in soldoni, i film storici non fanno altro che parlare “al passato” del presente. Con Magnificat, invece, Pupi Avati cerca di parlare “al passato” del passato. I personaggi del film sono lontani anni luce dai nostri codici epistemologici, ed è proprio questo enorme, incolmabile divario, di cui lo spettatore si rende conto fin dai primi dieci minuti di film, ad essere il marchio distintivo della pellicola, poiché è palese l’intenzione, da parte del regista, di rendere la “sostanza” del passato, non soltanto la “forma”. Il risultato è un realismo “diacronico”, per dir così, straniante, bizzarro e quasi astruso, e proprio per questo apparentemente “genuino”. Guardando Magnificat sembra davvero di essere tornati indietro nel tempo, e non, come succede con i kolossal hollywoodiani sul medioevo, di partecipare a un film d’azione in maschera.
I gesti, le parole, le idee, le consuetudini, le emozioni, le suggestioni: tutto, nei personaggi che animano Magnificat, risulta estraneo, inconsueto, quasi surreale, a noi uomini d’oggi. Quelli che vediamo vivere sullo schermo sono persone che hanno modi di rappresentazione e di interpretazione della realtà totalmente diversi da quelli odierni. Codici plasmati anzitutto sui dogmi della fede cristiana, unica vera “scienza” dell’epoca – integrata, laddove necessario, dal retaggio delle credenze pagane – che volevano il mondo come un’allegoria del volere divino di cui si potevano leggere i segni, come un effimero, peccaminoso e brutale passaggio verso la “vera” realtà, quella celeste, l’unica eterna; secondo cui l’autorità – e dunque la rigida gerarchia sociale vigente in quei tempi – era voluta da Dio (S. Paolo) e non poteva perciò essere messa in discussione, anche nei suoi aspetti più violenti e brutali, quelli della guerra e della sopraffazione, che le genti del tempo subirono e vissero con rassegnazione; tempi in cui essere ricco significava spesso soltanto avere scorte alimentari cospicue per scampare alla fame molto più di quanto potessero fare i contadini più modesti, e vestirsi significava, anche per i membri delle élite, soltanto “coprirsi” adeguatamente.
Il realismo diacronico di Avati è incisivo e potente non solo per il racconto degli usi e dei costumi dell’epoca – come ad esempio quello, atroce, dell’ordalia – ma anche per la sostanziale assenza di trama che connota la pellicola: nessun fatto straordinario e avvincente, nessuna battaglia, nessun’avventura è narrata dal Magnificat di Avati, ma soltanto la quotidianità più banale e monotona dei suoi protagonisti; un paio di esecuzioni capitali sono il fatto più drammatico cui si possa assistere lungo tutto il film. Quella di Avati è vera e propria microstoria su celluloide: è il racconto di esistenze troppo insulse per essere ricordate dai libri ma che, proprio per questo, possono raccontarsi per quello che sono state realmente, senza la pretesa di dover lasciare ai posteri ricordi gloriosi ed esemplari.
La staticità narrativa del film, sebbene lo renda privo di ritmo, ne accentua fortemente la componente contemplativa e “religiosa”, la lentezza e i silenzi che ne dominano le sequenze riescono a veicolare in maniera incisiva quello che è il fulcro semantico della pellicola: la tensione verso l’aldilà, il bisogno di credere in una dimensione ultraterrena, beatifica e perfetta, diametralmente opposta all’esistenza mondana, mediocre, gretta e violenta. Non a caso, quelli scelti da Avati come sfondo ai suoi personaggi sono anni turbolenti, in cui i grandi aristocratici discendenti dei sovrani carolingi si contendono la corona d’Italia mentre da sud si palesa la minaccia delle invasioni saracene; è il cosiddetto “secolo di ferro”, in cui i territori dell’ex impero carolingio versano in uno stato di guerra endemica. Un periodo in cui, di conseguenza, «la fede era fondamentale», giacché «era tale e tanta la necessità di trovare un interlocutore che trascendesse le cose e gli uomini per dare un senso ad una vita così grama e bestiale», come Avati stesso ha dichiarato in un’intervista.
Che sia un giudizio in parte anacronistico e “illuminista”, per così dire, poco importa: poiché se Avati avesse voluto fare storia non l’avrebbe fatta certo attraverso i film. Ciò che conta è l’effetto millenaristico, escatologico, che l’immobilità narrativa del film trasmette allo spettatore: Magnificat è un film che culla e trasogna, che trasuda spiritualità, misticismo, tensione ontologica. Tanto che ad un certo punto lo spettatore abbandona volentieri il suo tempo, in cui non v’è più dogma, superstizione o magia che riesca a riempire il «silenzio di Dio» – come ebbe a definirlo lo stesso Avati -, per farsi picaro e vagabondare insieme ai personaggi del film.
Un silenzio che però, in fin dei conti, «era allora identico a quello che è oggi», a detta del regista. Sì perché, come ogni grande opera d’arte, il “magnificat” intonato dalla voce narrante del film – quella di Nando Gazzolo – non ha, a ben vedere, né spazio né tempo, è rivolto a tutti gli uomini, antichi e moderni, giacché seppure tanto siamo cambiati rispetto a quell’era ormai remotissima, è pur vero che alcune componenti, alcune dinamiche del nostro spirito e della nostra mente restano le stesse. I personaggi di Avati non sono affatto dei fanatici, che credono ciecamente nella parola di Dio e nella sua esistenza; sono, anzi, pieni di dubbi, di angosce, di paure, circa il mistero della vita e, soprattutto, rispetto alla sorte dei loro cari estinti: così Benicevenne non riceverà mai dalle forze della natura un segnale dell’assunzione in paradiso dello spirito del padre; Folco, il boia, non comprenderà mai perché Dio ha voluto strappargli il figlio, proprio a lui, esecutore della giustizia terrena che è poi specchio di quella divina; Margherita non riuscirà mai a dimenticare i propri cari per darsi interamente a Cristo, alla Vergine e ai santi, come vorrebbero le sue consorelle, e per questo non esiterà a ricorrere ad un’usanza pagana per restar loro in qualche modo legata, nonostante sappia bene, in cuor suo, che la vita monastica gli impedirà per sempre di rivederli.
Così lontani, dunque, eppure così vicini. Un ossimoro meraviglioso, seducente, quello che Avati è riuscito a costruire nel suo Magnificat. E che resta, come ogni visione onirica, sospeso nella mente e nel cuore dello spettatore. Il quale, immalinconito per la fine di quel lungo, avvincente viaggio, non può che porsi in ultimo una domanda: siamo poi tanto diversi noi da quegli uomini che Avati ha voluto provare a ritrarre, nonostante crediamo di vivere decisamente meglio di loro? Benessere, scienza, tecnica, democrazia, istruzione: ci hanno dato davvero più risposte di quante ne ebbero costoro da quella grande illusione che fu Dio? O invece, a ben guardare, siamo pressoché identici a loro, costretti a brancolare nel buio delle nuove forme di barbarie, di violenza, di mediocrità, di degenerazione, e incapaci, perdipiù, di illuderci ancora?
Ma basta chiacchiere. Immergetevi nel religioso silenzio di Magnificat. Vi assicuro che, dopo aver visto questa perla rara del nostro cinema, ve lo porterete per sempre dentro, e lo tirerete fuori ogniqualvolta il nostro tempo cercherà di farci dimenticare, con la sua supponenza, la sua vanità, la sua frenesia, che restiamo ancora, malgrado tutto, uomini.
Buona visione.