JEFF BUCKLEY

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In teoria non è un omicidio, questo.

Nessun padre armato di pistola, nessun criminale comune, nessun fan impazzito ha ucciso Jeff Buckley.

Questo è un tragico incidente, una stupida imprudenza che ci ha portato via una voce celestiale che avevamo appena imparato a conoscere.

Una stupida imprudenza, sì.

Ne siamo sicuri?

A me piace pensare che sia andata in un altro modo.

 

Sono pochi i figli d’arte che riescono a eguagliare o ad avvicinarsi all’illustre genitore cimentandosi nel suo stesso campo, i Paolo Maldini, gli Zak Starkey (figlio di Ringo Starr). È più facile imbattersi nei Julian Lennon o in qualche dignitosissimo Jacob Dylan.

Ma il figlio del sublime, grandioso cantautore Tim Buckley aveva eguagliato e forse superato eccome il genitore, col suo disco d’esordio Grace. L’unico album in studio realizzato in vita da Jeff Buckley, oggetto di culto assoluto, baciato dai complimenti di Jimmy Page, Robert Plant, David Bowie, Bob Dylan. Uscito il 23 agosto ’94, con tre cover indimenticabili (Hallelujah di Leonard Cohen su tutte) e altre sette canzoni scintillanti di talento puro.

A quel punto cosa fa, un artista al primo disco in studio (preceduto da un EP con quattro prezzi, il celebre Live at Sin-è)? Lo suona in giro, lo porta in tour, fa sentire queste canzoni alla gente. E anche in Italia i fortunati partecipanti ai concerti del ’95 a Cesena e a Correggio avevano potuto gioire per questa grazia donata dall’artista californiano.

E poi cosa si fa? Si prepara il secondo album.

Il 29 maggio del ’97, Jeff Buckley e la band avrebbero dovuto ricongiungersi a Memphis per registrare i brani già pronti in veste di provini su nastro.

Il roadie Keith Foti stava guidando il furgone diretto a Memphis, costeggiando un affluente del Mississippi chiamato Wolf River.

E qui, alle nove di sera, Jeff Buckley aveva preso una decisione fatale.

Aveva chiesto al roadie di fermarsi.

E poi aveva deciso di farsi un bagno nel fiume.

Tutto avrebbe pensato il povero Keith Foti, tranne che quel giovane dalla voce sublime la sfoderasse per l’ultima volta intonando il ritornello di Whole Lotta Love, dopo essersi buttato in acqua vestito e con gli stivali.

 

A sentire il manager Dave Lory, non era la prima cosa strana che aveva fatto Jeff in quegli ultimi tempi. Aveva cercato di comprare una casa non in vendita, una macchina non in vendita, aveva mandato il suo curriculum a uno zoo per diventare un custode di farfalle…stranezze di varia natura, insomma.

Fatto sta che, come tutti più o meno sanno, da quella nuotata non era mai riemerso. Il corpo era stato trovato solo il 4 giugno.

Ora, se questo fosse un romanzo giallo, anche un episodio di Colombo o della Signora in giallo, scopriremmo il coinvolgimento dell’unico testimone oculare. Keith Foti in fondo non faceva neppure il roadie di mestiere…faceva il parrucchiere, scriveva canzoni, ogni tanto dava una mano al tour manager Gene Bowen…nascondeva qualcosa?

Ma l’autopsia aveva escluso ogni traccia di mistero: né violenze, né alcool, né droghe. Uno stupido, molto stupido incidente avrebbe portato all’uscita del secondo album con la produzione di Nicholas Hill e Tom Verlaine e la cura della madre a partire dai demo già realizzati.

Pochi giorni prima, Jeff aveva parlato con la fidanzata Joan Wasser (che forse conoscete meglio col nome assunto in seguito: Joan As Police Woman). Diceva di aver trovato delle medicine per aiutarlo nel suo problema, a patto di evitare, appunto, alcool e droghe. Quale problema? Jeff era davvero bipolare o vittima di stati maniaco-depressivi come temeva Gene Bowen?

E quel messaggio scritto da Jeff il giorno prima del tuffo fatale alla sua ex Rebecca Moore, che si chiudeva con “ci vediamo dall’altra parte”?

 

Ricostruiamo la scena per come ce l’ha sempre raccontata l’unico testimone.

Quando si immerge nelle acque del Wolf River, Jeff ha una maglietta di Altamont, il famigerato festival funestato dal sangue versato dagli Hell’s Angels durante il concerto dei Rolling Stones, i jeans, gli stivali Dr. Martens.

Ha anche la chitarra e uno stereo portatile: quando chiede a Keith di fermare il furgone, pare che abbia tutta l’intenzione di provare una canzone nuova sulle sponde del Wolf River.

Quando decide di tuffarsi, non si toglie gli stivali per evitare di calpestare i detriti e i pezzi di vetro che abbondano nei dintorni. Ci sono ventisette gradi.

Keith gli chiede di non allontanarsi troppo. Lo guarda mentre è nell’acqua, disteso sul dorso. Gli chiede che sta facendo. Jeff risponde “Il primo è divertente, è il secondo che non…”, e le sue ultime parole, misteriose, sono queste. Prima che, come già detto, usi le sue corde vocali per intonare il pezzo immortale dei Led Zeppelin.

“C’è un rimorchiatore, stai attento!” grida Keith.

Il battello produce delle onde che arrivano fino a riva. Keith si distrae un attimo, prova a mettere al riparo dall’acqua lo stereo, e quando si gira di nuovo verso il fiume Jeff non c’è più.

Insomma, sembra molto semplice: nessun suicidio per annegamento, nessun mistero. Un rimorchiatore crea un mulinello, e il ragazzo che sta facendosi un bagno nel fiume ne rimane vittima.

E se invece…

 

A me piace pensare che da quel mulinello sia emersa una figura. Chiamiamola: lo Spirito del Rock. Il fiume e il rock (e il blues) hanno sempre avuto uno stretto legame.

Poteva avere le sembianze di Howlin’ Wolf, visto il nome di quel corso d’acqua.

E lo Spirito del Rock ha detto a Jeff: “Sai qual è l’unico modo per diventare immortali, dopo che hai esordito con un disco insuperabile? Non superarlo mai. Lasciare che rimanga l’unico. Vuoi andare sui palchi per i prossimi trent’anni, vuoi che diventi tutto soltanto routine, vuoi che nel 2027 il pubblico sbadigli ascoltando i tuoi pezzi nuovi perché vuole sentire solo i vecchi, vuoi sentirli urlare Last goodbye!, So real!, vuoi questo, Jeff? Lascia che Grace rimanga il primo e l’unico disco vero della tua carriera. Diventa immortale morendo.”

E lo Spirito del Rock, afferrando i suoi stivali, lo ha trascinato sotto.

Per me è andata così.

Jeff Buckley – Last Goodbye (Edit) – YouTube

 

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