Giunto al quarto episodio del ciclo seriale della ‘fioraia di Giambellino”, “Ultimo tango all’Ortica” si contraddistingue per la riconferma del disegno narrativo complessivo sviluppato da Rosa Teruzzi, finalizzato a raccontare la Milano contemporanea, nel segno di un giro di pagina decisivo tra le origini di tradizione meneghina e gli squarci di uno sviluppo sempre più internazionale e multietnico.
Una Milano profondamente diversa, rispetto a quella della quadrilogia incompiuta di Duca Lamberti, ma non per questo meno affascinante, e per più ragioni. Forgiata dal sommo maestro Giorgio Scerbanenco negli ultimi anni della sua esistenza terrena.
Anzitutto va posta in rilievo l’angolazione narrativa (in terza persona) volutamente al femminile, e che vede coinvolta la figura di Libera Cairati (toh, un cognome non casuale: un probabile omaggio a Sveva Casati Modignani – il suo vero cognome è proprio quello della fioraia –, doverosamente ricambiato con la frase di lancio firmata e ben riportata in copertina), titolare di un negozio di fiori, madre attualmente single di una poliziotta alle prese con le indagini di cronaca nera.
L’attività investigativa sviluppata dalla fioraia e dal suo gruppo di amiche solidali e un po’ pazzerelle, si svolge in parallelo con quella delle forze dell’ordine, ma con una cifra particolare, con racconti, verifiche, ricostruzioni fatte alla buona, e con una capacità analitica che va oltre i metodi scientifici in perfetto stile “Cold Case”, e che invece si pone in continuità con i vecchi, tradizionali e intramontabili metodi investigativi basati sull’intelligenza e una buona dose di fiuto.
In realtà, la struttura del giallo, che si dipana attraverso un delitto consumato ai margini di un tradizionale evento da ballo in un locale pubblico all’Ortica, rappresenta lo scenario dell’ambiente delle periferie milanesi con tutte le sue inquietudini quotidiane, i chiaroscuri, le ambiguità tenute ben celate il più possibile. Uomini e donne maturi alle prese con la ricerca di un momento di svago e di nuovi capitoli esistenziali, a breve e medio termine, finalizzati a combattere la solitudine urbana a malapena lenita dal vorticoso ritmo milanese (“Chi va piano non è di Milano”).
Ed è proprio questo humus territoriale composto dalla città meneghina, alla provincia brianzola, fino ai confini con la Svizzera, a rappresentare lo scenario di questo macrocosmo contemporaneo all’interno del quale si dispiegano le avventure della fioraia e delle sue amiche investigatrici, smaliziate quanto basta, e capaci di riuscire a raggiungere con la sola analisi intuitiva, e qualche colpo di fortuna propizio (anche con la collaborazione del quotidiano del pomeriggio “La Città”, forse un omaggio indiretto dell’autrice a ciò che rappresentò per Milano e i milanesi nei decenni scorsi della vita reale il quotidiano “La Notte”), la tanto agognata soluzione del caso.
Uno scenario, questo, arricchito dalla profonda conoscenza del territorio, dei suoi elementi umani e sociologici, frutto evidente dell’esperienza giornalistica dell’autrice, impegnata a tutto campo in una trasmissione tv di cronaca giudiziaria (“Quarto grado”), e che ci fa pensare ad un parallelismo a distanza con quel contesto da cui attingeva a piene mani il già citato Scerbanenco, alle prese ogni giorno con i fatti di cronaca nera, con la quotidianità dei crimini a Milano, e da cui traeva spunto per la mole impressionante di romanzi e racconti neri.
Rosa Teruzzi sviluppa dunque un percorso analogo a quello svolto a suo tempo da Scerbanenco, ma con un’ottica differente, coerente con l’epoca vissuta di questi ultimi anni, soprattutto al femminile, e non nasconde il suo umile e, nel contempo, determinato obiettivo di disegnare un quadro credibile e realistico della città di Milano e del suo hinterland di questi ultimi anni. Un impegno portato avanti con uno stile e una capacità descrittiva tale da lasciarmi piacevolmente stupito, sia per la gestione dei percorsi narrativi, sia per quella delle informazioni disseminate e collegate tra loro, sia infine per la qualità della struttura complessiva, dalla quale emerge un attento lavoro di preventiva progettazione antecedente la stesura di questo romanzo.
Denso come le gemme che compongono un diamante, “Ultimo tango all’Ortica” si segnala pertanto per le qualità sopra esposte e per i valori di testimonianza di una città in continuo movimento: ma sono proprio questi i requisiti di un buon romanzo noir, che sia in grado di coinvolgerci, intrattenerci e nel contempo i raccontarci un territorio, con tutti i suoi pregi e difetti, nella maniera più veritiera possibile. Perché è vero che il noir è un prodotto di finzione: ma non è forse vero che, dietro queste fantasie, si nascondono le più sconvolgenti verità che non saremmo in grado di ammettere nemmeno di fronte al migliore dei nostri amici? Ebbene, “Ultimo tango all’Ortica” ce lo dimostra fino in fondo.


