Genere:
Tre ciotole – Rituali per un anno di crisi
S’innamorano di una sagoma di cartone o di un pretoriano in miniatura, odiano i bambini pur portandoseli in grembo, lasciano una donna ma ne restano imprigionati, vomitano amore e rabbia, si tagliano, tradiscono, si ammalano. Sono alcuni dei personaggi del nuovo, strabiliante libro di Michela Murgia, un romanzo fatto di storie che si incastrano e in cui i protagonisti stanno attraversando un cambiamento radicale che costringe ciascuno di loro a forme inedite di sopravvivenza emotiva. “Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.” A volte a stravolgerla è un lutto, una ferita, un licenziamento, una malattia, la perdita di una certezza o di un amore, ma è sempre un mutamento d’orizzonte delle tue speranze che non lascia scampo. Attraversare quella linea di crisi mostra che spesso la migliore risposta a un disastro che non controlli è un disastro che controlli, perché sei stato tu a generarlo. In stato di grazia, come la grande narratrice di Accabadora, Murgia scrive per tutti noi un libro estremamente originale che rimanda a una costellazione di altri grandi libri: Il crollo di Fitzgerald, Lo zen e il tiro con l’arco di Herrigel e L’anno del pensiero magico di Didion.
Non conta il cosa, conta il come

Dodici racconti, storie che raccontano di cambiamenti, di consapevolezze, di mutamenti. Storie che ti coinvolgono perché non è possibile leggerle passivamente, non ci si può chiamare fuori, pongono quesiti che riguardano, hanno riguardato o riguarderanno tutte e tutti. Ci raccontano di perdite, lutti, malattie, ferite, ci raccontano dell’animo umano, a volte da una prospettiva inusuale. Questi racconti sono emotivamente coinvolgenti, si insinuano nella mente e non si può non riflettere. C’è tanto dolore, c’è consapevolezza, c’è ironia, c’è la vita quotidiana.

Non ci sono nomi, ci sono situazioni, storie che vanno bene per tutte e tutti.

Le tre ciotole del titolo sono ciotole bianche e blu di ceramica, le troviamo nel racconto che ha per titolo “Il senso della nausea” fanno parte del “percorso di destrutturazione dell’architettura della tavola” della protagonista. Servono per contenere il cibo: riso bollito e scondito, verdure cotte o crude ben tagliate e pollo o pesce in bianco, saltato in padella. Vengono messe su un vassoio di bambù e nascoste nel forno, fuori dalla vista. Sono a disposizione per i pasti, si può mangiare a piacere, in una volta, a piccoli pezzi durante il giorno. Contengono il minimo indispensabile per vivere.

Mi è scappato un sorriso, amaro, durante la lettura di “Cambio di stagione“, un pranzo di addio per una donna, organizzato dalla sorella. Invitate e invitati, una quarantina circa, classificati dalla defunta con il criterio degli intervalli di tempo tra un incontro e l’altro: SETT, MENS, TRI. Come ricordo potranno scegliersi un abito.

Leggendo non si riesce a non pensare alla situazione di Murgia, ha pubblicamente annunciato che ha un tumore al quarto stadio, poco tempo da vivere ma allo stesso tempo che probabilmente questo è il miglior tempo della sua vita.

La scrittura è carica di significati, ma la lettura procede fluida. Inevitabili gli interrogativi, la ricerca delle somiglianze con il proprio vissuto. Paure ataviche che si affacciano, interrogativi che troppo spesso allontaniamo da noi. L’insegnamento che ho tratto da questa lettura, è che si può vivere il tempo che ognuno di noi ha scegliendo come viverlo.

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