Genere:
Piccolo blues
Georges Gerfaut è una persona che non farebbe male a una mosca, nonostante porti il nome di un rapace, il girifalco. Marito e padre ideale, impiegato modello, conduce una vita senza pecche. Quando vede un’auto incidentata ai bordi della strada, dunque, non esita a fermarsi per soccorrere eventuali feriti. Basta un gesto per sconvolgere una vita. Gerfaut si trova infatti braccato da una coppia di assassini. E neppure lui avrebbe immaginato di avere tutta quella carica per combattere, attaccare, vincere. Voce di Roberto Roganti [bandcamp width=100% height=120 track=1291087144 size=large bgcol=ffffff linkcol=0687f5 tracklist=false artwork=small]
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Recensione a cura di Pasquale Schiavone

Jean-Patrick Manchette (1942-1995) è un autore purtroppo dimenticato dal grande pubblico. Ha scritto piccoli gioielli che hanno avuto il successo che meritavano tra i lettori di noir – thriller degli anni ’70 e ’80. “Piccolo Blues” è una storia un po’ ironica e anticonformista sulla vita e l’evoluzione della psicologia di un uomo di fronte al pericolo della morte. Non si può restare insensibili leggendo questo libro. Durissimo e al tempo stesso colmo di pietà e dolori che lasciano attoniti. Un noir scritto secondo i criteri di altissima letteratura, un affresco sulla Francia del dopo guerra che ripercorre la crudeltà e l’infamia degli esseri umani nel loro vivere sordido e miserabile. Dialoghi ben scritti, personaggi realistici e, a far da sfondo, un dopo guerra mai pacificato del tutto e la sporca guerra d’Algeria, così brutale ed esotica da essere un prodromo della crisi attuale del mondo arabo. Sono proprio i capitoli di guerra e le memorie della deportazione ad apportare quel valore aggiunto narrativo, tale da rendere il romanzo un capolavoro assoluto, anche oltre i confini del genere noir, in cui si tende a catalogarlo. La vita quotidiana dei personaggi, le loro abitudini, i loro beni e il loro ambiente, tutto è descritto con una precisione anatomica. Manchette difende una sorta di comportamentismo letterario che lo avvicina a maestri come Zola e Steinbeck , si ha quasi l’impressione di assistere a una dissezione o ai dettagli di una scena del crimine. È proprio qui che sta la forza di questo romanzo: presentare la vita dei personaggi come una scena del crimine nella loro vita, prima che il crimine venga commesso. Quando leggiamo ci accorgiamo che  la tensione sta aumentando, sentiamo che qualcosa sta per accadere. Il romanzo si svolge nel 1977, non troveremo, dunque, Internet o telefoni cellulari e nemmeno la scienza forense. Non è necessariamente un dato negativo, anzi: le regole del gioco per l’investigatore e per il criminale sono altre, ma ciò non toglie nulla alla trama.

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