Il viaggio: da Madrid a Marrakech (come ci indica la cartina geografica all’inizio del romanzo, segnando con un tratto nero la strada che il lettore dovrà percorrere per 395 pagine: Madrid-Algeciras; Algeciras-Tangeri; Tangeri-Marrakech; così come le tre parti in cui Bárbulo ha impostato il suo romanzo).
Il colpo: una banca in Marocco con un solo allarme sulla porta, una telecamera che non è collegata né alla polizia né a istituti di vigilanza e una parete del caveau che dà sulle fogne.
Il bottino: 6 milioni di euro in gioielli.
La banda: Il Guapo (il bello, il coraggioso), il Chato (con i capelli rossi) e la Chata, il Chiquitín (il gigante) e la Chiquitina, il Yunque (l’incudine per la forma della sua testa) e la Yunque, (la Guapa, compagna del Guapo, bellezza selvaggia alla Sofía Verga, sarà la sola a restare a casa perché gravida di Eduardo). Il Sahrawi. Il fognaiolo che li aspetta in Marocco e che furbamente e avidamente custodisce (sino a quando non ce li porterà di persona la notte del colpo) il punto in cui si trova il tombino d’ingresso alla fogna dove un fetido sentiero li porterà alla banca e al bottino.
Il mandante: il gioielliere francese Jean-Baptiste.
Il mezzo: un pulmino Mercedes da dieci posti. Clima, sedili reclinabili con cintura di sicurezza, impianto hi-fi, dvd e wi-fi. Un doppio fondo nel bagagliaio.
Un giallo per il sorprendente finale e la trama scritta fluidamente che ci porta a scoprirlo; un thriller per la giusta miscela d’intrigo e azione che Bárbulo è riuscito perfettamente a dosare in queste pagine, creando una ricetta appetitosa da gustare sino all’ultimo boccone. Una strada senza buche la narrazione dell’autore che con parole semplici riesce a farci vivere in prima persona, con sterzate dell’ultimo secondo e brusche frenate, i colpi di scena che la storia, articolata in brevi capitoli dinamici, ci regala legandoli l’un con l’altro con un filo di suspense onnipresente. Carburante di questo viaggio sono i dialoghi ben pensati, costruiti e divertenti che connotano le anime dei personaggi come un vestito che gli è stato cucito addosso e ci permettono di scandagliarle nel corso della lettura scoprendone i tratti duri, spietati, malinconici e romantici. Un gruppo, una banda a cui è difficile non affezionarsi e non volere prendere posto con loro nel pulmino.
«Sai cosa vuol dire Jamaa el Fna?»
«No.»
«Assemblea dei morti.»
Traspare una conoscenza approfondita dei luoghi di cui Bárbulo narra e tra questi la piazza principale di Marrakech, la piazza di Djemaa el-Fna (Jamaa el Fna), che ogni sera si anima di suggestivi spettacoli e stand gastronomici offrendo dalle terrazze dei bar e dei ristoranti una vista su un’inaspettata Babele che vive e si manifesta ad ogni ora del giorno. In antitesi a questa esplosione di vita è appunto il nome di battesimo della piazza stessa: Assemblea dei morti.
Tra l’”Adagio” di Albinoni e “Ni más Ni nemos” dei Los Chicos, le parole scritte da Tomás Bárbulo ci coinvolgono in una danza dal ritmo altalenante e senza tempi morti. Basta muovere i primi passi e lasciarsi trasportare dalla melodia a volte colorita da insulti e sgarbi linguistici che i personaggi si rivolgono, tesi però a sottolineare e rimarcare l’azione del momento e il loro stato d’animo, parole usate con astuzia e sapienza, mai a sproposito.
Quindi non mi resta che esortarvi a intraprendere questo viaggio: «Yallah, yallah!».
«Allacciate le cinture!» gridò il Chato.
- Collana: Farfalle


