Genere:
Il tatuatore di Auschwitz
Il cielo di un grigio sconosciuto incombe sulla fila di donne. Da quel momento in poi sarà solo una sequenza inanimata di numeri tatuata sul braccio. Ad Auschwitz Lale, ebreo come loro, è l’artefice di quell’orrendo compito. Lavora a testa bassa per non vedere un dolore così simile al suo. Quel giorno però Lale alza lo sguardo un solo istante. Ed è allora che incrocia due occhi che, in quel mondo senza colori, nascondono un intero arcobaleno. Il suo nome è Gita. Un nome che Lale non può più dimenticare. Perché Gita diventa la sua luce in quel buio infinito. La ragazza racconta poco di sé, come se non essendoci un futuro non avesse senso nemmeno il passato. Eppure sono le emozioni a parlare per loro. Sono i piccoli momenti rubati a quella assurda quotidianità ad avvicinarli. Ma dove sono rinchiusi non c’è posto per l’amore. Dove si combatte per un pezzo di pane e per salvare la propria vita, l’amore è un sogno ormai dimenticato. Non per Lale e Gita che sono pronti a tutto per nascondere e proteggere quello che hanno. E quando il destino vuole separarli nella gola rimangono strozzate quelle parole che hanno solo potuto sussurrare. Parole di un domani insieme che a loro sembra precluso. Dovranno lottare per poterle dire di nuovo. Dovranno crederci davvero per urlarle finalmente in un abbraccio. Senza più morte e dolore intorno. Solo due giovani e la loro voglia di stare insieme. Solo due giovani più forti della malvagità del mondo.
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Recensione a cura di Stefania Ghelfi Tani

“ARBEIT MACHT FREI” (Il lavoro rende liberi). Inizio con questa mendacia, infelicemente nota, a parlarvi del romanzo d’esordio di Heather Morris. Si narra una vicenda realmente accaduta, è il protagonista stesso a raccontare la sua storia all’autrice, una storia che parla di sopravvivenza, di morte ma anche d’amore.

Tre anni a Birkenau e Auschwitz tra volti e orrori indicibili. Pochi metri quadri dove bisogna fare i conti con il freddo, con la fame, con la spietatezza gratuita di esseri senza anima che hanno creato l’inferno in terra, compiendo le più grandi atrocità.

La narrazione che tutto mostra – quasi il lettore fosse spettatore invisibile – è molto diretta ma in un certo senso delicata; potrebbe sembrare un ossimoro parlare di delicatezza in un campo di concentramento, ma la scrittura scorrevole e pacata scava con rispetto e garbo un dolore sordo e continuo.

Non si è comunque esenti dal vedere il dramma, dal sentire gli odori nauseabondi, dal provare angoscia, terrore e totale incomprensione.

Ancora una volta queste storie ci rendono coscienti di quanto poco facciamo, di quanto poco comprendiamo, di quante scuse accampiamo, di quanto siamo fortunati a non esserci stati!

Questo è un libro che si dovrebbe leggere alle superiori per far comprendere una tragedia che mai più dovrà ripetersi, per capire il valore del rispetto contro la discriminazione e dell’amore contro l’odio.

Lale decide di raccontare la sua storia di sopravvissuto perché afferma: “voglio che venga documentato così da non ripetersi più”.

Non voglio dire nulla della trama se non che il protagonista Lale, dopo la deportazione, diventerà il tatuatore, colui che dovrà marchiare la pelle con il numero identificativo. Un ruolo leggermente privilegiato per il quale temerà di essere accusato di collaborazionismo e di essere visto come traditore dai compagni, che lui però aiuterà in tutti i modi possibili, rischiando la sua stessa incolumità.

L’amore per Gita e l’amore per una madre che gli ha insegnato i veri valori lo aiuteranno a trovare la forza e il coraggio per restare vivo giorno dopo giorno e a non perdere mai la speranza.

La forza d’animo, i sentimenti motore per sfidare l’orrore, il terrore, la crudeltà che non ci è possibile nemmeno immaginare, le risorse che non si crede di avere, la speranza, l’aiuto reciproco, il sapere condividere, la tenacia sono fondamentali per poter sopravvivere. La rabbia e il dolore quando non si riesce ad aiutare, la dignità, la giusta incoscienza, la sfida razionale, l’ira repressa, la saggezza, l’equilibrio sono anch’essi inevitabili per poter andare avanti.

Un insieme di qualità e stati d’animo straordinari in un ambiente creato per uccidere.

Vite spezzate, interrotte, negate, sogni infranti, speranze bruciate… e i pochi che si salvano avranno per sempre negli occhi, nel cuore, nella mente e sul corpo le cicatrici e i ricordi indelebili di ciò a cui non si può dare un nome.

Perché tanta crudeltà e malvagità? Perché così tanto tempo dimenticati dal mondo? Perché la razza è considerata una minaccia? Riflettiamo ogni giorno su questi interrogativi quanto mai pericolosi e attuali.

La nota dell’autrice a fine libro e la postfazione – non vi dico di chi – sono il grande valore aggiunto di questa storia, sono le righe che vi faranno commuovere fino alle lacrime.

Due citazioni si contrappongono alla frase iniziale che ancora campeggia ad Auschwitz:

“Salvare un essere umano è salvare il mondo”.

“Se ti svegli la mattina è una bella giornata”.

Ricordiamolo sempre!

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