Il sangue dei fratelli
22 novembre 1963, Dallas. L’attentato a John F. Kennedy fallisce. Il presidente sopravvive, ferito. Attorno a lui si sviluppa una crisi di proporzioni gigantesche, che lo vede protagonista assieme al fratello Bob e agli esuberanti “discoli irlandesi”, la cerchia dei più stretti collaboratori del clan familiare. I loro stratagemmi non ortodossi e l’iniziativa di una giornalista tormentata dalla ricerca della verità alterano in modo imprevedibile i piani dei poteri formidabili che si muovono dietro le quinte della storia, innescando eventi che porteranno il mondo sull’orlo della catastrofe.
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Si chiamano in gergo “Psy-op”, operazioni psicologiche. Sono l’insieme delle tecniche usate per manipolare, suggestionare e incanalare l’opinione pubblica, in guerra e in pace, verso scelte di pancia. Usate fin dall’antichità – pensiamo all’astuto Cavallo di Troia, fatto entrare nell’inespugnabile città per non inimicarsi Poseidone – rivestono un ruolo sempre più importante nella gestione del potere delle democrazie dove contano sondaggi, orientamenti e idee – nelle dittature, parecchio meno.

Qual è la loro arma più formidabile? I media.

E quando ufficialmente la Tv, la radio, la stampa, il cinema hanno iniziato a diventare il baricentro degli umori, e delle strategie di chi detiene il potere o anela a esso?

Negli Anni ’60 durante il boom economico, periodo di crescita, ma anche di grande incertezza e paura atomica: basti pensare alla guerra fredda, e ai suoi arsenali, all’escalation delle scenari di conflitto.

 Il sangue dei fratelli, ucronico romanzo ben congegnato, di Matteo Rampin, ex ufficiale dell’esercito ed esperto di scienza del comportamento, è una sapiente ricostruzione di quello che avviene nella stanza dei bottoni, e di come le “emergenze” vengano studiate, analizzate e giocoforza sfruttate per secondi fini. Ambientato in un’America alternativa, dove il famoso attentato di Dallas non lascia cadavere Kennedy, bensì sua moglie, Il sangue dei fratelli è una storia di potere, un potere da detenere a qualunque costo, utilizzando ogni espediente, un occhio ai sondaggi, l’altro cinicamente rivolto alla ragion di stato.

Dallas, 22 novembre 1963, dunque.

L’attentato segue il suo corso, ma a restare mortalmente ferita à la First Lady, Jacqueline, donna tormentata che vive accanto a un uomo dalla doppia personalità: quella pubblica di politico innovatore, un predestinato eroe di guerra, giovane rampollo di una dinastia.

Il futuro, la speranza della nuova America che lotta per l’integrazione razziale, i diritti civili e la perequazione sociale.

L’attentato è quello immortalato dalla videocamera amatoriale di Zapruder: un filmato traballante, un 8mm amatoriale, che al ralenti mostra i colpi che falcidiano l’auto presidenziale e i suoi occupanti.

Dietro l’immagine ovattata e idillica del Presidente più amato, si nasconde in realtà un uomo dai tratti indistinti, foschi, JFK, afflitto da grandi problemi fisici curati con farmaci potenti, che ne influenzano le attitudini nonché la rettitudine morale di irlandese cattolico.

Qualcuno vocifera che sia dipendente non solo dai medicinali, ma anche da un’altra “droga”: le donne.

Ce ne sono, infatti, di tutti i tipi stando al dossier bomba di Clodette Blanchard, giornalista d’assalto, la cui inchiesta Le donne del presidente potrebbe far saltare l’inquilino della Casa Bianca, travolto dagli scandali, dai ricatti, seppur ispirato da un infallibile think-tanker di esperti che ne ingigantiscono l’immagine di “uomo della provvidenza”. Perfino adesso che è imbottito di farmaci, e sedato in ospedale, il pensatoio produce future strategie, pronto a canonizzare Kennedy qualora…

Ma anche altri professionisti studiano come insozzare il  mito dei Kennedy, nato col bostoniano patriarca Joseph, neanche lui uno stinco di santo.

Sono gli uomini di Logan che dirige un “pensatoio” alternativo, dedito a distruggere le pagliacciate del clan Kennedy, costretti però a rimandare l’uscita del libro-scandalo della collaboratrice Clodette Blanchard.

Una guerra di falsi miti, insomma.

Dopo l’attentato, le notizie che arrivano dall’ospedale sono rarefatte e inaspriscono i rapporti nella catena di comando, e della successione: “Il Re – forse? – è morto. Viva il Re!”.

Robert Kennedy, fratello trentottenne del presidente, e General Attorney ossia capo del Dipartimento della Giustizia, usa ogni arma legale affinché le funzioni di Presidente non vengano attribuite al vice, Johnson, mentre i loro rapporti – umani e istituzionali – si fanno aspri al limite del corto circuito istituzionale.

Cosa accadrà in questa America alternativa, almeno sulla carta, vittima e schiava di consuetudini, gruppi di pressione, mentre il mondo trema, il fiato sospeso, e i nemici storici, Cuba, Mosca, spergiurano di non aver nulla a che fare con l’attentato, con i colpi sparati all’uomo che aveva infiammo i tedeschi col celebre discorso Ich bin ein Berliner?

Come si evolverà la guerra dell’intelligence: diventerà guerra reale?

Sono gli interrogativi che Matteo Rampin analizza con grande capacità di analisi, passando rapidamente da un attore all’altro, in questo thriller spasmodico che immerge il lettore nel fibrillante caos di quei giorni – per quanto diversi da quelli reali, storici.

Una lettura “necessaria”, visti i tempi per comprendere gli ingranaggi del potere e i suoi sempre meno afferrabili limiti.

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