Genere:
Il messaggio
Cina, 1941. Al culmine del conflitto sino-giapponese, la Repubblica di Nanchino sostenuta da Tokyo rafforza la lotta clandestina contro la resistenza. Una notte, quattro agenti dell’intelligence – due uomini e due donne – al servizio del governo fantoccio di Wang Jingwei come crittografi vengono scortati nella celebre Tenuta Qiu, due edifici isolati alle porte di Hangzhou. Sono stati convocati dal quartier generale dell’esercito imperiale perché tra loro si nasconde una spia. Nome in codice: Fantasma. Jin, Wu, Li e Gu dovranno rimanere rinchiusi fino a quando il traditore non verrà smascherato. Separare la verità dalle bugie, però, non è semplice: ognuna delle persone sospettate pone un limite a ciò che è disposta a rivelare, ognuna ha una storia da raccontare a sostegno della propria integrità. E ogni versione è in grado di rovesciare la precedente. Chi è colpevole, dunque? Chi innocente? Nessuno sa a cosa credere, ma la verità, sempre che sia realmente tale, ha il suo prezzo. Dopo aver lavorato a lungo nei servizi segreti cinesi, a fianco di agenti e criptoanalisti, Mai Jia trasferisce la sua profonda esperienza in una spy story ad alta tensione che, sullo sfondo di una delle grandi guerre della storia, assume il fascino di un rompicapo matematico.
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Che dire? Scrivere de “ Il messaggio “ è qualcosa di anomalo rispetto a quanto siamo abituati nell’affrontare il genere noir. Inizi con la prefazione e trovi già l’autore che scrive di se stesso e spiegando ciò a cui ci troveremo di fronte. Mai Jia ci mette a conoscenza che la lettura di queste pagine ci porterà ad affrontare 3 ambiti nell’affrontare le dinamiche che prendono vita dal libro. 3 ambiti che sono i punti di vista diversi rispetto a quanto riportato, anzi a quanto raccontato. Mai Jia li definisce, non a torto, “ Il vento dell’est ” il punto di vista che proviene dalla componente cinese che faceva riferimento ai comunisti guidati da Mao Tse Tung; “ Il vento dell’ovest “ il punto di vista proveniente dalle file del nazionalismo guidato da Chaing Kai-shek  e “ Calma piatta “ la versione neutrale riconducibile all’autore, tutte e tre inserite in un contesto storico particolare: metà del territorio cinese è sotto occupazione del Giappone, addirittura con alcune regioni, come la Manciuria con un governante fantoccio. E quindi partendo da questo, è facile dire che ci troviamo di fronte ad un romanzo storico in cui la verità è qualcosa di inafferrabile, il tradimento un comportamento diffuso ed, ad uso e consumo dei più,avere una versione addomesticata della realtà. Cosa ci consiglia Mai Jia con la sua prefazione, nella migliore tradizione della filosofia  cinese? I lettori devono essere sospettosi,devono avere insinuato il sospetto. Allo stesso tempo abbiamo a che fare con la bouganville pianta strategicamente importante in quanto forte nel non arrendersi mai. E da qui prende il via il vero e proprio libro, con l’occupazione giapponese, nel ’41, le contrapposizioni politiche tra partiti schierati su posizioni diverse con uno guidato da Chang Kai Shek e l’altro d Mao Tse Tung, uniti dalla resistenza contro l’aggressione giapponese con azioni di interesse nazionale. In tutto questo si innesca il fatto, il motivo che vedrà, a loro insaputa,4 cinesi,appartenenti ai servizi giapponesi, essere prelevati senza rendersi conto del perché, di fatto scomparsi ai più. Perché? Perché qualcuno è un traditore ed il chi è  questo qualcuno deve venir fuori, il “ Fantasma “ agente sotto copertura. Al colonnello giapponese, Hihara,ufficiale dell’esercito imperiale giapponese, che assume il modo di pensare cinese: il compito di affrontare il problema, nel far ricadere le responsabilità tra i presunti colpevoli, con l’dea di mettere gli uni contro gli altri,di risolvere quanto incombe, con l’uso della calma per raggiungere l’obiettivo senza essere preso alla sprovvista, che passeggia, sogna nel cercare l’ispirazione, con ipotesi investigative che apparentemente tornano ma che non convincono, con teoremi e congetture, con i dubbi che si fanno strada e le sicurezze che si incrinano, un prepotente che vuole ottenere il suo obiettivo. 4 possibili colpevoli che vivono nello spavento, con le menti svuotate ed in preda al panico, spiati a loro insaputa, perché si gioca con il calcolo delle probabilità. Ma se siamo in Cina non è possibile non citare il thè con il suo profumo intenso e dall’aroma delicato. Ma se parliamo di Mai Jia non ne parliamo a caso, parliamo di chi sa di cosa scrive, Mai Jia  ha lavorato nei servizi segreti, e si vede, anzi si legge. Esaurita la lettura del “ Vento dell’Est “, si passa, come preannunciato in prefazione,al “ Vento dell’ovest “,con le interviste, assenti nella prima parte, e le contrapposizioni nel campo antigiapponese. E se pensavi nell’aver letto la prima parte, di essere arrivato alla conclusione, invece torni alla partenza come in un classico gioco dell’oca. Gioco vuole che entriamo a conoscere un mestiere particolare, il mestiere di spia, di infiltrato. E poi è la volta di “ Calma piatta “ in cui Mai Jia ci descrive l’arte dello scrivere che in realtà è, a suo modo di vedere, come l’innamoramento e cioè che è meglio non riflettere troppo, contro i ritmi troppo frenetici della vita, nel suo elogio della lentezza nel vivere quotidiano. Questa parte ci fa conoscere anche aspetti dei protagonisti, Higuara uno su tutti,che nei capitoli precedenti non erano emersi; in questo caso si passa dall’essere amante della Cina all’essere a favore dell’invasione ed occupazione giapponese, con annesso “ lo stupro di Nanchino “ . Che dire? Abbiamo a che fare con una modalità inedita di scrivere un noir, un 3 in 1 con un contesto storico determinante, una pagina di storia difficilmente recuperabile in tanti saggi e/o libri di storia, per cui ben venga il noir che indaga, che diviene strumento di approfondimento e conoscenza.

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