Genere:
Il giro di vite
Due bambini orfani vengono affidati alle cure di una giovane governante. Il clima iniziale è di idilliaca serenità, poi nella vicenda iniziano a insinuarsi le misteriose presenze di due servitori, ormai morti, che nella convinzione della governante hanno corrotto i bambini, e altri segnali inquietanti. I servitori sono davvero fantasmi? I bambini sono corrotti o innocenti? L’istitutrice è una visionaria? Molti critici hanno tentato di rispondere a queste domande. In realtà è proprio questa ambiguità il risultato a cui tendeva lo scrittore: fare del mistero lo strumento per costruire il più inquietante dei racconti.
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Recensione a cura di Elio Freda

Il giro di vite (The Turn of the Screw), racconto o novella dell’orrore di Henry James, pur essendo stato scritto nel 1896, ha conservato negli anni un fascino e una freschezza tali da rendere la storia godibile anche a distanza di oltre cento anni.  

Considerata come una storia di fantasmi, “Il giro di vite” è una novella che contiene gli ingredienti caratteristici del genere gotico (una magione vecchia e isolata, rumori sinistri) ma usati in maniera divina: una delle caratteristiche che mi ha più colpito è l’abilità dell’autore nel giocare con la luce e il buio, nel miscelarli sapientemente per ottenere ombre che incombono sulla vicenda. 

La novella inizia con un espediente: qualche giorno dopo la vigilia di Natale, qualcuno (che si occuperà della narrazione in prima persona) ascolta l’amico Douglas leggere la storia di un’ex istitutrice, ora morta, assunta da un ricco uomo d’affari per prendersi cura dei suoi due nipoti, orfani dei propri genitori. L’unica condizione del ricco uomo d’affari è di non essere mai coinvolto nell’educazione dei nipoti. 

La giovane istitutrice arriva entusiasta nella dimora. La quiete sarà però turbata in seguito da alcune sinistre apparizioni. Da questo momento in poi la storia cambia registro; all’inizio si pensa di leggere una storia di fantasmi, ma pian piano si perde contatto con la realtà e tutto diventa ambiguo. Cosa viene raccontato e cosa sta invece effettivamente accadendo? Chi sta raccontando la storia è un personaggio attendibile? E le visioni appartengono a tutti i presenti o alla sola protagonista? Quanto invece è attendibile il narratore di questa storia? Le domande si accumulano e pian piano tutto si trasforma. Anche le certezze iniziali del lettore (i bambini sono veramente esseri innocenti?) pian piano si sgretolano e si sfaldano come mobili dell’Ikea sottoposti ad un altro giro di vite…  

Essendo un manoscritto, il racconto è sviluppato attraverso tanti pensieri e ripensamenti, deduzioni, smentite e conferme; il tutto destabilizza il lettore che continua a voltare pagine cariche di tensione che scaturisce da atmosfere cupe, da frasi sussurrate, bisbigli, abbracci che sembrano avere più funzioni contenitive che essere vere e proprie manifestazioni di affetto. 

E mentre la protagonista è divorata dalla la curiosità attorno a fatti che affondano le proprie radici in un passato più o meno recente (perché Miles è stato cacciato da scuola? Cosa hanno fatto ai bambini la precedente istitutrice e il giardiniere?) in una atmosfera sempre più surreale e visionaria il lettore rimane imbrigliato nella propria immaginazione, alla ricerca disperata di spiegazioni che Henry James non ha mai scritto. 

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