Genere:
Il bar delle grandi speranze – J. R. Moehringer
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Trama

Figlio unico di madre single, J.R. cresce ascoltando alla radio la voce del padre, un dj di New York che ha preso il volo prima che lui dicesse la sua prima parola. Poi anche quella voce scompare. Sarà il bar di quartiere, con l’umanità varia che lo popola, a crescerlo e farne un uomo. Appassionata e malinconicamente divertente, una grande storia di formazione e riscatto, di turbolento amore tra una madre e il suo unico figlio, ma anche l’avvincente racconto della lotta di un ragazzo per diventare uomo e un indimenticabile ritratto di come gli uomini rimangano, nel fondo del loro cuore, dei ragazzi perduti.

Voce di Roberto Roganti

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Recensione a cura di Angelo Mascolo

Non sono mai stato a New York. Vi confesso però, che visitare la «Grande Mela» rappresenta una delle cose che farò prima di morire. Perché vi svelo questo mio sogno? Perché New York è una città che diventa tua prima ancora di conoscerla. Non solo perché è stata immortalata da cinema, pittura e altre forme d’arte. New York è un pezzo di noi, in realtà. Con i suoi monumenti, le sue piazze, le sue strade. Ma soprattutto con i suoi bar. In genere di una città ci si ricorda di altro, non certo dei bar. New York, come ebbe a dire qualcuno tempo fa, è dopo l’Inghilterra una patria di bar. Se vi capita di passare per Long Island, tra Manhattan e la sua dirimpettaia Manhasset, troverete un bar. Un bar che in realtà non esiste, ma c’è. Fidatevi. Dickens, si chiama. Poi ha cambiato nome in Public. Il proprietario è un certo Steve. Sognatore, visionario, filosofo, e un po’ megalomane. Per rispetto alla tradizione è un bar che si trova immerso in una nebbia che puzza di alcool e sudore. Perennemente al buio. È, giusto per farvi capire, come una concava nave omerica capace di imbarcare storie, favole, dolori, sofferenza. È soprattutto ritrovo, casa, albergo, porto di mare, isola e continente, pianeta ed eremo. Pure se non è presente su nessuna topografia cittadina, se passate da quelle parti, sentirete parlare del Dickens/Public. E anche se non siete bevitori incalliti, e non vi piacciono vodka lemon, gin o whiskey, non vi preoccupate. Questo bar vi accoglierà lo stesso. Come ha fatto con un bambino di appena sette anni, alla fine degli anni ’70. L’autore de «Il bar delle grandi speranze», Moehringher. Un nome posticcio, assunto dal nonno dello scrittore in pieno periodo di New Deal, per nascondere le origini italiane della famiglia (sic!). Ebbene, Moehringher, al grande pubblico noto nelle sue vesti di biografo ufficiale del tennista Agassi, realizza in queste pagine qualcosa di memorabile. Non tanto rendere il bar epicentro della propria esistenza (una funzione già svolta da tutti i bar a tutte le latitudini del mondo), ma averlo reso un’icona stoica e irrinunciabile del nostro tempo, così come potevano esserlo un monastero nel medioevo o un ginnasio nella classicità greco-romana. In fondo, c’è qualcosa che accomuna questi tre simboli della civiltà umana. L’essere stati, e tuttora esserlo, una scialuppa di salvataggio per uomini e storie. Identità e segreti.

Dettagli

  • Genere: Narrativa
  • Copertina flessibile: 486 pagine
  • Editore:Piemme (4 febbraio 2014)
  • Collana: Pickwick
  • Lingua:Italiano
  • ISBN-10:8868366894
  • ISBN-13:978-8868366896
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