Impantanati in un vuoto di prospettiva che li rende statici, ancorati a giornate ripetitive e finalizzate all’adesso, Poldo e i suoi amici sono vittime della loro stessa ingiustificata onnipotenza. Imbrattano la bellezza che li contorna, banalizzano il lusso, vagano estraniati dalla vita ma anche dalla morte. Nessuna dannazione o redenzione per loro, nessuna occasione presa o mancata. Giocano il loro ruolo senza vera consapevolezza, rassegnati all’insipienza dei loro privilegi.
La prosa che Castellitto utilizza rafforza i concetti, alternando periodi stilisticamente raffinati a locuzioni esplicitamente volgari e fastidiose, quali la bestemmia gratuita seminata qua e là. Anche l’alterazione della coscienza psicofisica del narratore, quando è sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, viene sottolineata da un differente ritmo sintattico, che rende, talvolta, addirittura difficoltosi i legami logici tra le differenti situazioni.
Pietro Castellitto approda alla letteratura dopo una brillante carriera attoriale e una felice esperienza registica, con “I Predatori”. Questo romanzo di esordio conferma la sua poetica originale e coraggiosa, che alla retorica della redenzione e del pentimento preferisce il nichilismo di un mondo amorale e decadente, distante e straniante.
E proprio in questa provocazione al comune sentire, nel coraggio di non indulgere alla benevolenza del lettore, a mio personale giudizio, sta la grandezza del romanzo.

