Genere:
Gli Iperborei
Alla soglia dei trent’anni Poldo Banchieri, reduce da una malattia oncologica, sta per pubblicare il suo primo romanzo, ad alto contenuto autobiografico. Insieme agli amici di sempre, Ciccio Tapia, parlamentare conservatore, Guenda Pech, figlia del facoltoso e chiacchierato Clemente e Stella Marrafa, figlia dell’oncologo di fama internazionale che ha curato Poldo, vive giorni freneticamente spensierati nell’attesa della mega festa che Stella ha organizzato a bordo del panfilo del padre. Poldo, io narrante, scivola tra queste giornate con una coscienza esterna, distaccata, a tratti indifferente. Le ore si consumano pigramente tra pranzi in posti esclusivi, scorribande in luoghi proibiti e gite su barche di lusso. Non mangiano prosciutto, assaggiano Patanegra. Non bevono champagne, degustano Bollinger. Non indossano abiti, vestono Armani, Brooks Brother e Ted Baker. Al polso non hanno orologi, ma Rolex. Ogni oggetto è identificato attraverso il marchio che lo ha prodotto, esclusivo e ovvio come le loro esistenze. Non c’è ostentazione in tutto questo, ma radicata consuetudine, che talvolta sfocia nella rassegnazione. Poldo fluttua in un mondo parallelo, alimentato da risorse economiche prossime all’infinito, così distante dal reale da apparire reale, necessario, vincolante. “Lascio 10 euro di mancia al ragazzo del Deliveroo, che mi ringrazia così tanto da farmi sentire in colpa”. Ma per pochissimo. Un evento traumatico scuoterà le loro esistenze, animerà le loro coscienze. Ma, ancora, solo per pochissimo. “La vita uccide tutto. L’amore e l’amicizia. La grandezza dell’opera è commisurata alla grandezza del sogno. Ogni vita compiuta pretende bugie.” L’età adulta è alle porte, e le attese sono già rimpianti.
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Impantanati in un vuoto di prospettiva che li rende statici, ancorati a giornate ripetitive e finalizzate all’adesso, Poldo e i suoi amici sono vittime della loro stessa ingiustificata onnipotenza. Imbrattano la bellezza che li contorna, banalizzano il lusso, vagano estraniati dalla vita ma anche dalla morte. Nessuna dannazione o redenzione per loro, nessuna occasione presa o mancata. Giocano il loro ruolo senza vera consapevolezza, rassegnati all’insipienza dei loro privilegi.

La prosa che Castellitto utilizza rafforza i concetti, alternando periodi stilisticamente raffinati a locuzioni esplicitamente volgari e fastidiose, quali la bestemmia gratuita seminata qua e là. Anche l’alterazione della coscienza psicofisica del narratore, quando è sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, viene sottolineata da un differente ritmo sintattico, che rende, talvolta, addirittura difficoltosi i legami logici tra le differenti situazioni.

Pietro Castellitto approda alla letteratura dopo una brillante carriera attoriale e una felice esperienza registica, con “I Predatori”. Questo romanzo di esordio conferma la sua poetica originale e coraggiosa, che alla retorica della redenzione e del pentimento preferisce il nichilismo di un mondo amorale e decadente, distante e straniante.

E proprio in questa provocazione al comune sentire, nel coraggio di non indulgere alla benevolenza del lettore, a mio personale giudizio, sta la grandezza del romanzo.

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