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Geografia di un dolore perfetto
Quando sei bambino tuo padre è un supereroe. Nessuno ti spiega che anche i supereroi possono cadere e farsi male, e soprattutto farti male. Pietro lo sa fin troppo bene: suo padre lo ha abbandonato quando era ancora un ragazzino. L’unica cosa che gli ha lasciato è quella che lui chiama spezzanza, la sensazione di essere spezzati, di vivere sempre a metà. Eppure Pietro ha un vita perfetta: è diventato un professore universitario e ha una moglie e un figlio che ama. Fino a quando riceve una telefonata che cambia tutto. Deve andare a Tenerife il prima possibile: un viaggio in aereo attraverso il mare lo divide dall’attimo più importante della sua vita. Pietro corre, e più corre più si rende conto che sta andando incontro al vero sé stesso e ai suoi fantasmi. Sono lì a ricordargli che capita, a volte, di trovarsi all’improvviso lontanissimi da sé stessi, così tanto da non sapere più chi si è veramente: come i punti che gli atlanti chiamano «poli dell’inaccessibilità», quelli più lontani e irraggiungibili del globo. Quando succede, i geografi dicono che, per salvarsi, l’unica cosa da fare è guardare su. Cercare una stella, e poi andare dritti dove dice lei. Può avere i contorni di un amore o di un dolore. Di un desiderio o di una paura. Perché a volte non siamo nel posto sbagliato, stiamo solo cambiando. A volte arriva il momento di fare pace con tutte le ferite di quando si era bambini. Enrico Galiano apre la sua anima ai lettori in un romanzo che indaga il rapporto più antico, autentico e complicato: quello tra figlio e genitore. Un romanzo che pone una domanda che va dritta al cuore: quando si smette di essere figli? C’è un giorno, un momento, una linea che si supera e poi non si è più figlio di qualcuno, ma solo un uomo o una donna? Con la sua inconfondibile delicatezza, Enrico Galiano ci regala una prova di narratore maturo con una storia avvincente e coinvolgente. Una storia che, pagina dopo pagina, diventa sempre più la storia di tutti noi.
Quand’è che si smette di essere figli?

Quando si smette di essere figli? Sono d’accordo con Enrico Galiano, mai. Scrive Galiano…: “Anche un padre può essere scelto. Io scelsi il mio, un minuto prima di perderlo. E da quel momento capii che sarei stato figlio per sempre.

La perdita di un genitore ti porta a fare i conti con l’essere figlia/figlio. A pensare a chi si è e se questo essere figlia/figlio è più in continuità o in contrapposizione al proprio genitore.

È una storia in parte autobiografica quella raccontata, penso che sia e sia stata una storia difficile da raccontare. Il protagonista è Pietro, che cresce senza un padre, che ne sceglie uno, Paco. Il racconto è in prima persona e Pietro racconta di sé. È in vacanza con moglie e figlio in Croazia, una telefonata lo fa accorrere al capezzale di Paco, a Tenerife, con il quale non si sente da undici anni.

Inizia quindi un lungo viaggio nel quale ripercorre la sua infanzia, i ricordi del padre, Nando, che se n’è andato lasciandolo con la madre, quelli di Paco che sarà al suo fianco insegnandogli molto. È un viaggio doloroso, intimo, che porta a galla le fragilità nascoste. Pietro è un uomo che non chiede aiuto, non è un duro senza cuore ma ha capito fin da bambino che è meglio cavarsela da soli.

La geografia del titolo è la mappa che Pietro compone, fisicamente, nell’ atlante autoprodotto da ragazzino che porterà nel suo viaggio, e mentalmente, rielaborando la sua storia mentre si svolge il viaggio perché come gli aveva detto Paco: …”Quando studi i paesaggi studi anche le persone, perché le persone sono paesaggi.”

È anche la professione di Pietro che, la geografia, la insegna all’università, ma è anche il viaggio fra i sentimenti che Pietro compie, viaggiando fisicamente per raggiungere Paco. Mentre fa i conti con il suo passato e con il suo presente Pietro ci fa entrare nella sua vita da bambino, nel suo richiudersi, nel suo fare finta, assieme alla mamma, che non sia successo niente, che il padre non sia mai esistito. Lo stile è leggero e l’ho trovato un bene per gli argomenti che affronta. Chiunque può sentirsi partecipe e capire lo stato d’animo di Pietro.

Scrittura lineare, semplice, facile da leggere ma allo stesso tempo potente e evocativa, non lascia indifferenti, lettura intensa, toccante e coinvolgente, fa riflettere.

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