Chiodo fisso
C’è chi durante le vacanze di Natale va in montagna (la maggioranza), chi va al mare ( pochi) e chi emigra verso paradisi esotici (i fortunati). Il vicequestore aggiunto Gigi Berté, invece, non sembra volersi identificare con nessuno di questi. Trasferito per ragioni disciplinari da Milano a Lungariva, in Liguria, ha deciso di tornare nella sua metropoli per capire se gli manca davvero. E se si aspettava una sorta di felliniano Amarcord, non immaginava certo di trovarsi catapultato nella Milano della sua giovinezza a causa di un omicidio. Appena arrivato, infatti, Berté incappa nel cadavere di un vecchio amico, uno dei ragazzi delle panchine di piazza Stuparich, con i quali aveva condiviso anni di scuola, di amori, di chiacchierate, di sogni… E benché ufficialmente in vacanza, il commissario non può restare con le mani in mano. Contatta i suoi amici di un tempo e, indagando, si accorge di quante cose possono cambiare in un quarto di secolo. E di quante, invece, resistono inalterate: passioni, ossessioni, proprio quelle da cui Berté prende spunto per i suoi racconti. Perché fanno parte dell’animo umano. Di quello delle vittime e di quello dei colpevoli. Nei libri come nella realtà.
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Chiodo fisso è il terzo della serie che ha come protagonistra Gigi Bertè, personaggio ben caratterizzato e con la peculiarità di scrivere racconti. La struttura di questo romanzo si basa principalmente sulle riflessioni del vicequestore aggiunto e sulla propria storia personale che si intreccia con il caso in questione. Ne fa le spese il ritmo per una scelta più introspettiva a discapito dell’azione. Sul finire, l’Autore si discosta dalle regole del giallo classico di Van Dine, non rivelando al lettore quello che il protagonista sospetta, rimanendo un po’ sul vago per creare il colpo di scena. Piccoli espedienti, nulla di più, che lasciano un pochino con l’amaro in bocca.  Buona la caratterizzazione dei personaggi in generale.

In buona sostanza è una lettura senza infamia e senza lode.

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