Non si può che iniziare dichiarandosi contenti per aver trovato in libreria Daniele Sanzone con la seconda indagine del commissario Del Gaudio. Ciò che scrive Sanzone è, a mio modesto avviso, influenzato dal suo essere autore della rock band ‘A67, ma mi sorge spontaneo un dubbio: e se fosse vero invece l’incontrario? Ma mettiamo da parte questa domanda che nel momento di scrivere mi è venuta fuori. Sono passati 12 anni dalla prima indagine dl commissario Del Gaudio, e quell’inquietudine, che covava, pronta ad esplodere, c’è sempre. La copertina del libro, edito da “ La nave di Teseo “, fa capire dove ci troviamo. Una foto bella ma allo stesso inquietante, Scampia, con le sue VELE, tragiche ed allo stesso tempo determinanti della quotidianità, di tanti, di molti, la paura imposta o reale che sia, padrona delle strade. Un noir che si inserisce a pieno titolo nel filone definibile, a ragione, noir sociale/ noir urbano. Colt è il nome di un cane, ed a Scampia nome non potrebbe essere diverso. Ma non fatevi trarre in inganno, Colt non ha nessun riferimento alla pistola, ma bensì al sassofonista e compositore statunitense John Coltrane. Colt è ucciso da una pallottola, da una di quelle pallottole, definite, vaganti da un fucile di precisione usato nei tanti interventi, a firma USA, per esportare la democrazia. Vagante cioè senza motivo apparente. Sanzone/Del Gaudio prende spunto da questo fatto e va in parallelo nel raccontarci l’ennesima guerra di clan dove il controllo del territorio e delle piazze di uno spaccio in fase di modernizzazione, sono al centro del contendere da una parte; la mancanza di lavoro fonte di problemi e che o’ sistema, lo stato, pensa di prevenire con la repressione dall’altra ed è visto e, spesso, vissuto come nemico. Ma Scampia è anche munnezza e roghi tossici. Del Gaudio lo si può definire un prodotto di Scampia, proviene da quel territorio. Un commissario che sta sul chi va là, attento ad ogni minimo rumore. Un commissario che usa modalità inusuali: prevenire, capire, ragionare con la testa del nemico. Un modo di porsi che non ci può ricordare il famoso “ L’arte della guerra “ di Sun Tzu; che si sente vivo grazie al ring, alla boxe, con lo storico incontro Alì/Foreman sempre in testa ed Hurricane, il pugile capro espiatorio, che lo aiuta a scaricare un po’ di tensione, amante delle Muratti e con il suo inseparabile Bomber. Un noir che si rifà totalmente alla realtà odierna: le Vele, il male assoluto, mostri in via di abbattimento, a parte una che resterà in piedi a futura memoria; il silenzio criminale delle istituzioni che intervengono con la repressione invece che con piccole cose, ma che sono quelle di cui un quartiere ha bisogno e che sono necessarie; e poi la pizza, il babà, le sfogliatelle e la pastiera; e la “ stesa “che semina il panico; il possibile sfratto/sgombero del GRIDAS, l’unico spazio di aggregazione sociale esistente in quel territorio. Scampia, dove il freddo non è dovuto ad una temperatura meteorologica ma alla sofferenza di un’esistenza contrassegnata da sacrifici enormi. E poi, per accentuare la descrizione di quanto a Scampia non sia facile viverci, Sanzone scrive, anzi descrive il campo Rom: la Scampia di Scampia. 247 pagine in cui il dialetto valorizza quanto viene scritto; il carcere che diviene ancora di salvezza rispetto alla possibilità di venire ucciso; i malavitosi che pregano perché un omicidio abbia buon fine e che ricorda il mai dimenticato “
La vergine dei sicari “ del colombiano Fernando Vallejo. Un autore che mi arrogo il diritto di promuovere a pieni voti, di inserire, a ragione, nel noir sociale/urbano.


