Oggi Parliamo Con...

Valerio Varesi

Valerio Varesi è uno scrittore italiano molto conosciuto ed apprezzato anche in Francia, ha lavorato come giornalista per Repubblica occupandosi di cronaca e ora si dedica prevalentemente alla scrittura. Il 10 ottobre u.s. per Mondadori è uscito “Il labirinto di ghiaccio” e in questa intervista mi sono concentrata particolarmente su questo libro con qualche divagazione. La chiacchierata telefonica è stata molto lunga, ho dovuto per forza sintetizzare, di eventuali errori sono la sola responsabile.

 

Valerio ti do il benvenuto su Giallo e Cucina!

 

  1. MaBal – “Il labirinto di ghiaccio” è un libro pubblicato per la prima volta nel 2003, il 10 ottobre u.s. è uscito per Mondadori. Una storia che ha un respiro ampio e non è caratterizzata dalla classica inchiesta a seguito di un crimine. So che sei partito da un fatto di cronaca che ti aveva colpito, e poi? Lo hai scritto subito? Hai lasciato sedimentare l’idea? E come si è arrivati alla ristampa?

V.V. La notizia di cronaca è una cosa molto piccola, diciamo che ha fatto deflagrare qualcosa, un’idea che avevo già da tempo, il fatto di cronaca era una breve (notizia, n.d.r.) sul Corriere della Sera dove si diceva che su un ghiacciaio, credo austriaco, forse a causa del riscaldamento globale, il ghiaccio era crollato e aveva portato alla luce dei cunicoli che erano serviti ai soldati della prima guerra mondiale per passare sotto senza essere visti, senza essere presi di mira dei cecchini. Quella notizia poi si è legata a un’altra idea che avevo su un racconto di Kafka che mi aveva colpito tanto, che si chiama “La tana”.  È un racconto dove una preda scava cunicoli per sfuggire al predatore, e alla fine non si sa chi ha scavato cosa. Quest’idea si è condensata nella storia che volevo raccontare, la solitudine, la fuga dal mondo di un uomo e soprattutto la ricerca di se stesso, il desiderio di stare in disparte pur avendo dei rapporti con il mondo ma, indiretti. Il libro nacque così e uscì nel 2003 abbinato alla Gazzetta di Parma e quindi diffuso limitatamente, non a livello nazionale. Qualcuno l’ha letto perché l’ha comprato su Amazon ma è sconosciuto alla platea dei lettori nazionali. Dopo tanto tempo volevo ripubblicarlo ma c’era Soneri, anche con la serie TV e si è ritenuto che fosse meglio non confondere i lettori, visto che sono conosciuto più per i gialli e noir, quindi non è stato possibile. Quando Mondadori ha rilanciato la collana Omnibus il libro è andato bene, uscendo vent’anni dopo con una nuova veste ed è nuovo per la platea nazionale.

 

2.MaBal – Dalla prima frase del libro, ho capito dove mi avresti portato: in un viaggio fatto di tanti elementi che ci riguardano tutte e tutti, ti chiedo di raccontarmi qualcosa sul disagio che prova il protagonista.

V.V.  Il disagio è proprio quello dell’uomo che si spoglia di tutti gli orpelli, viviamo una vita artificiale, in un mondo artificiale che è la città, non il nostro mondo naturale. Abbiamo le protesi che ci proteggono dal mondo. abbiamo la macchina che frena quando accostiamo, l’ascensore che ci porta ai piani alti. Abbiamo tutta una serie di strumenti che fanno sì che in qualche modo non agiamo direttamente ma attraverso la tecnologia:  se la tecnica ha allontanato l’uomo dalla natura come diceva Heidegger, adesso l’informatica lo allontana anche dalle cose. Se vogliamo sapere una cosa andiamo su internet e ce la facciamo raccontare, se vogliamo sapere come è una magnolia la guardiamo su internet, e vediamo la magnolia, ma non è più la cosa in se, ma l’informazione, viviamo in un mondo astratto. L’uomo va a cercare l’uomo nudo come direbbe Simenon,  cioè il rapporto diretto, primordiale, con il mondo, per cercare di capire com’è lui. perché alla fine lui non lo sa bene, vuole cercare qual è l’essenza vera del suo essere. Ovviamente questo lo fa affrontando una serie di privazioni che lo mettono di fronte alla sua necessità di sopravvivere, di difendersi dal freddo, dalla fame, prova le sensazioni dell’uomo primitivo, dell’uomo che nasce sulla terra e come una scimmia nuda deve imparare a starci è questa la ricerca.

 

  1. MaBal – Altro tema importante in questo libro è quello della fuga, il protagonista è in fuga da tante cose ma prima di tutto da se stesso, da quello che è diventato, dal modo e dal mondo in cui vive. Anche rispetto a questo tema cosa mi dici? Fuggire sembra più semplice che affrontare il disagio, ma è davvero così?

V.V. Ma in certi casi sì, in certi casi la fuga è uno stratagemma, un’azione che ci sottrae alle angosce del vivere quotidiano. Quante volte noi abbiamo pensato di fronte a problemi di cancellarli o di rimuoverli sottraendoci, quindi la fuga sembra più facile, anche quella estrema, il suicidio. È proprio perché non riesci ad affrontarli che fuggi, te ne vai, paradossalmente sembrerebbe il contrario visto il disagio che vive quest’uomo, però per lui l’insopportabilità, l’artificiosità, la maschera che stava divenendo lo rende talmente refrattario da affrontare invece  il viaggio rischiosissimo, pericolosissimo, però almeno quello lo fa  consapevolmente di quello che è lui, di quello che vuole lui, quindi rifiutando, fuggendo da una condizione insopportabile.

 

  1. MaBal – Valerio, sei molto conosciuto ed apprezzato in Francia, recentemente ho letto in tua intervista che in Francia, il mondo dei libri, della cultura, è diverso da quello italiano. In cosa è diverso?

V.V. In tantissime cose, prima differenza sostanziale è che il mercato, uso questa brutta parola,  è molto più grande di quello italiano, faccio spesso l’esempio che entrare in una libreria francese è come entrare in una farmacia in Italia, il flusso di gente che va e viene è enormemente più consistente. Avendo una platea più grande lo scrittore ha più occasione di conoscere i lettori. I francesi poi sono molto più curiosi, per me straniero partecipando le prime volte ai Festival, ma tutt’ora, trovo lettori che dicono: “non la conosco, però mi piacerebbe leggere i suoi libri, da quale comincio?” Loro sono ligi alla cronologia in genere cominciano dal primo pubblicato in Francia. Ci sono due mercati di libri il “grand format” e poi “le livre de poche”, il tascabile, il vero mercato, perché i libri costano una cifra abbordabile, al contrario delle prime edizioni che costano più di 20 euro a volte molto di più. La scelta quindi è sul tascabile, un anno dopo, oppure ci si rivolge ai mercatini, “i bouquinistes”, ho comprato recentemente un libro di Izzo a un euro. Ci sono tantissime biblioteche pubbliche, Besançon che è una città piccola, paragonabile forse a Parma, ha 4 grandi librerie più altre librerie specializzate. In più la cultura è finanziata, i festival, le iniziative, le traduzioni, c’è il centro nazionale del libro che finanzia le traduzioni. Le istituzioni danno soldi alle varie manifestazioni a patto che gli scrittori vengano pagati se fanno delle iniziative fuori dal festival, non cifre grandi ma una sorta di rimborso spese. C’è un mondo che è incomparabilmente più stimolante sia per un lettore, sia per uno scrittore. Attraverso dei concorsi uno scrittore può chiedere di trascorrere un periodo in una località, gli viene pagato l’alloggio per un mese nella località della Francia prescelta, purché scriva un racconto su quel posto.  Il confronto con l’ Italia su questo piano è spiazzante, non c’è paragone.

 

  1. MaBal – È una domanda che ricorre spesso nelle mie interviste e mi fa piacere poterla fare anche a te: il mondo del giallo/noir/crime che dir si voglia, mi sembra statico, faccio fatica a trovare storie appassionanti, mi sembra tutto molto piatto, troppe storie tutte uguali. Hai partecipato recentemente con un intervento, agli stati generali dell’immaginazione a Bologna, organizzati da Massimo Carlotto e Patrick Fogli: qual è il tuo pensiero? Dove siamo? Cosa possiamo aspettarci, dovremmo aspettarci dal noir?

V.V. La giornata del 1° ottobre è stata utile perché in qualche modo ha costituito un gruppo di scrittori accomunati da una certa idea di romanzo, di noir, non voglio dire di genere, perché non esiste più quel tipo di romanzo secondo me.  Oggi va molto di moda il “romanzo prosecco”, che io chiamo così, nel senso che è una cosa magari piacevole, fresca, la bevi, lo leggi, ti fa passare qualche ora, alla fine lo metti via, lo regali, non è che ti lascia granché, spesso fatto con personaggi che si assomigliano, ecc.ecc. Non voglio far polemica, ognuno scrive quello che vuole, anzi hanno ragione loro perché sono romanzi che vendono tanto. Per me invece romanzo, come ti avranno già detto anche altri, è un romanzo che si sporca le mani, io chiedo a un autore che si cimenta con il noir di raccontarmi la società attraverso quel libro, quel personaggio, che sia un investigatore o no, però che mi dia un affresco a fronte di problemi sociali,  che ci racconti questo mondo, che sia anche un filo inquietante, che faccia riflettere i lettori, che non sia solo intrattenimento, perché quello lo puoi trovare anche altrove, per quello puoi prenderti una birra con gli amici, fare altro, è una cosa più rapida e ti avvicina di più agli altri.  Quella giornata è servita a questo, a mettere di fronte al panorama narrativo italiano e spero anche alla platea dei lettori, che c’è dell’altro, che il noir è anche quello che è stato Sciascia, è stato Scerbanenco, è stato Gadda, quello che è Macchiavelli, quando scrive sulla strage di Bologna, su Ustica, questa cosa qua. Quindi la ragione per cui i romanzi paiono tutti uguali è proprio quella che tutti seguono lo stesso schema, schema semplice che con il personaggio strizza l’occhio alla TV, per rendere il personaggio pubblico e ampliare la platea dei proprio lettori. L’altra cosa che ho detto è che anche la mia categoria, degli scrittori, dovrebbe farsi un esamino di coscienza, alcuni discettano e cercano di insegnare come si sta al mondo agli altri facendo i moralisti però poi per partecipare a manifestazioni si fanno pagare cifre iperboliche, sottraendole al budget culturale complessivo. Per essere credibili e fare i moralisti bisogna avere le carte in regola.

 

  1. MaBal – Torniamo a “Il labirinto di ghiaccio” perché le cose da chiederti sono tantissime e devo fare attenzione a non rivelare troppo. La prima parte del libro è dedicata alla preparazione del rifugio e alla ricerca delle provviste. Mi ha colpito la capacità di adattamento del protagonista, il non aver dimenticato le lezioni apprese da bambino quando in montagna ci andava con il padre. Sembra quasi che tutto quello che ha imparato e fatto dopo, in età matura, non conti, in montagna, conta solo la capacità di adattamento, la sopravvivenza è legata a gesti misurati, alla conoscenza e al rispetto della natura. La montagna quindi come metafora della vita?

 

V.V. Sì, e c’è anche il tema, sottotraccia, ma non tanto, della ricerca e del recupero dell’identità del padre, di cui scoprirà delle cose poco piacevoli, però tutta questa educazione all’approccio con la natura che poi è in parte anche un’educazione sentimentale, un trasporto verso quel mondo, così selettivo della montagna, tutto questo aspetto è proprio un viaggio a ritroso per ritrovare quello che era stato, questa infanzia così mitizzata che poi si condensa nella figura Rino, questo suo amico, gemello quasi, e quindi un ritornare a una naturalezza, a un approccio anche umano, nei confronti dell’altro che è smarrito. C’è un recupero in questo senso, però è fondamentale, come lo è stato p.es. nelle “Ombre di Montelupo” (delle serie con il commissario Soneri come protagonista n.d.r.), questo viaggio verso il luogo natio, il luogo dell’anima, che questo individuo tutto sommato ha conservato e va a ritrovare come nella platonica riminiscenza. Alla fine la conoscenza è ricordare e lui ricorda e ritrova gli strumenti per poter riprendere una vita diversa.

 

  1. MaBal – Il protagonista si nasconde ma ad un certo punto inizia a scendere in paese per procurarsi cose che gli sono utili, sa che dovrebbe stare attento a non essere visto ma non può fare a meno di passare per le strade, è una sfida? È in fondo la voglia di essere scoperto, perché le persone non sono fatte per stare da sole? Ha bisogno dell’adrenalina per sentirsi vivo?

 

V.V. Un po’ tutte queste cose, però a lui piace molto essere una preda, gli piace essere un predatore ma  anche una perda. Scappare, da una parte dimostra la sua abilità, la conoscenza dei luoghi, anche la sua prestanza fisica, ma dall’altra lo mette dentro un ruolo, viene riconosciuto come preda, in un mondo massificato dove l’anonimato è predominante, lui nel ruolo di preda si sente finalmente di avere un ruolo, di avere un posto nel mondo, questo lo fa sentire consapevole di se. È chiaro che rimane dentro questa indole dell’uomo di oggi, di avere rapporti con gli altri standosene in solitudine, come quelli che stanno dietro a uno schermo, e che attraverso un nome falso condizionano la vita degli altri, perturbano anche l’opinione altrui.

 

8.MaBal – Il labirinto che dà il titolo al libro, del quale ho considerato la valenza iconografica e rappresentativa dell’io più profondo, che significato ha per il protagonista?

V.V. Il labirinto è la nostra mente, magari nemmeno noi capiamo del tutto, ci perdiamo nel nostro labirinto, diventa una trappola che abbiamo costruito noi stessi, che potrebbe avere una sua logica, c’è una strada per uscire dal labirinto, non la conosciamo, ci dà l’impressione che tutto sia continuamente pieno di intoppi, di giri a vuoto, però probabilmente una logica c’è, non la conosciamo ma c’è. Il labirinto per il protagonista è un po’ la cifra e come se traducesse il suo marchio, una costruzione che lui all’inizio pensa che sia del tutto originale, che può fare solo lui, c’è la ricerca della primogenitura nei confronti di una struttura che lui pensa di aver creato in modo del tutto originale, poi scoprirà che invece non è così, quella sua creatura verrà presa da altri, a cui verrà attribuito un altro significato. Il labirinto è molte cose, oltre a essere la traduzione della mente è anche una pretesa, una ricerca di originalità e unicità e però è qualcosa cui viene attribuito un senso, come tutti i simboli che hanno un senso diverso per chi li interpreta. È molte cose è tana, è quel  nocciolo più nascosto di noi stessi che non riveliamo a nessuno, nemmeno a chi ci sta più vicino, è una simbologia molto complessa, che nemmeno io conosco completamente.

 

  1. MaBal. Cosa stai leggendo Valerio?

V.V. Ho appena finito di leggere “Il passeggero” di Cormac Mc Carthy. Premetto che lo adoro, è stato il più bravo scrittore americano, a mio parere, con buona pace di tanti altri. Ma quest’ultimo libro francamente non mi ha convinto, lo trovo un libro molto confuso, molto difficile da seguire, ci sono delle pagine in cui noti la mano del grande scrittore, ma alla fine è un libro che non riesci a decifrare. A me è sembrato un rifacimento in chiave molto più moderna, ambientato in tutt’altro contesto, del “Processo” di Kafka. C’è questa insidia anonima, ubiqua, che minaccia il protagonista, però poi non capisci dove questo protagonista va a parare, è privato del passaporto, emigra, ha un avvocato che ogni tanto sente o vede, poi c’è la storia parallela di una sorella innamorata di lui che si suicida, poi ci sono della pagine intervallate dal racconto degli incubi della sorella che poi diventano i suoi. Mi sembra un libro che francamente non riesci ad afferrare, non ho ritrovato il Cormac Mc Carthy della trilogia, “Cavalli selvaggi”, “Oltre il confine” “Meridiano di sangue” ma neanche quello di “Non è un paese per vecchi” o “La strada”, un Cormac Mc Carthy involuto.

  1. MaBal. Siamo nella cucina di Giallo e Cucina e non posso fare a meno di chiederti se hai un piatto preferito o un cibo-rifugio?

V.V. Il mio piatto preferito sono i tortelli, che sono il piatto tipico della domenica emiliana e in particolare tra le varie versioni di tortelli, quelli di patate, oppure il tortello verde fatto con molta bietola. La pasta deve essere sufficientemente corposa, un po’ di burro e sopra molto parmigiano, preferibilmente stravecchio. Il mio cibo rifugio l’ho mangiato proprio ieri (26.10.’23 n.d.r.), è “il cavallo pesto”, carne cruda di cavallo tritata, condita con olio, un po’ di sale, qualcuno ci mette anche il limone che non ci sta male. Quello è un cibo rifugio perché mi ricollega all’infanzia, è tipico di Parma, mia mamma e tutte le mamme di quando ero ragazzo, lo davano ai figli perché si temeva l’anemia.

Valerio è stato un piacere, ti ringrazio per aver risposto alle mie domande!

Altre interviste...

Lascia un commento