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Speciale Concorso La Quercia del Myr – Giovanni Agnoloni

La quercia del Myr premia il talento, la qualità, l’eccellenza e proprio d’eccellenza mi azzardo a parlare riferendomi al vincitore del Premio Traduttore 2023, Giovanni Agnoloni. Traduttore ma anche scrittore e blogger, appassionato di musica e di viaggi, con una produzione letteraria sorprendentemente variegata. Abbiamo avuto la fortuna di intervistarlo, regalatevi il piacere di scoprire cosa ci ha raccontato.

 

1) Giovanni sei il vincitore del Premio Traduttore 2023 al Concorso la Quercia deL Myr. Ci racconti come hai vissuto questo riconoscimento? Cosa ti lascia l’esperienza di Ormea?

– È stato naturalmente un grande piacere ottenere questo premio per il lavoro che porto avanti da anni. Il luogo e la serata della premiazione, poi, hanno avuto un sapore speciale, e non solo per la bellezza del borgo di Ormea, ma per l’atmosfera al contempo di grande serietà e di sincera amicizia che si respirava nella sala della Società Operaia in cui si è svolto l’evento. Colgo l’occasione per ringraziare nuovamente gli organizzatori. Sono stato molto felice della dimostrazione di grande considerazione per la vocazione e il compito dei traduttori letterari, sia da parte loro, sia da parte del pubblico. Ho ricevuto da tutti domande profonde e stimolanti, che sono per me fonte di grande motivazione, per fare sempre più e meglio.

2) Ho accolto con piacere misto a sorpresa il riconoscimento dedicato alla traduzione. La figura del traduttore è sicuramente di fondamentale importanza nel mondo editoriale; senza il vostro lavoro non avremmo accesso alla letteratura straniera (e tanto altro). Ma a mio avviso non gode del giusto spazio. Qual è il tuo pensiero al riguardo?

– Sì, come ho osservato anche durante la premiazione, purtroppo questo è vero, ma si cominciano a scorgere sia pur timidi segnali di cambiamento in meglio. Non vorrei passare da ingenuo ottimista, ma noto come in Italia, se non altro da parte di alcuni editori indipendenti e di molti lettori, e in generale della gente, si percepisca un maggior interesse, e direi quasi una fascinazione per le lingue e il tema del viaggio, che mi è caro anche come autore.

3) Come si diventa traduttori? Perché hai scelto di dedicarti alla traduzione?

– Per la profonda passione che ho sempre avuto per le lingue e l’Altrove. Ho studiato e mi sono laureato in Legge, ma con un’ottica internazionale (con una tesi di Diritto costituzionale comparato), e al tempo stesso coltivavo l’inglese e lo spagnolo, mentre in seguito sono passato al portoghese, al francese, e quindi ancora al polacco e allo svedese. E tuttora studio sia queste lingue che altre, ancora in fase embrionale, come il tedesco, l’ungherese e il croato. Per me è un’esigenza viscerale stare a costante contatto con il suono in tutte le sue forme (compreso il silenzio). Soprattutto da quando, otto anni fa, ho ripreso seriamente, da privatista, lo studio della chitarra classica con il Maestro Ganesh Del Vescovo. Il suono nutre tutto ciò che scrivo come autore e come traduttore. Inoltre, da un punto di vista pratico il lavoro di traduzione presenta un vantaggio raro: potersi svolgere ovunque, il che, dato che viaggio piuttosto spesso per residenze e altri impegni letterari, senza dubbio mi aiuta.

4) Non solo traduzione: sei anche uno scrittore e i tuoi interessi spaziano da raccolte di racconti a romanzi distopici, da saggi sull’opera di Tolkien a quelli su tematiche di attualità. Nasce prima il traduttore o lo scrittore? C’è un conflitto tra i due ruoli, cioè da scrittore ti capita mai di sentire l’impulso della correzione non nella forma ma nella narrazione?

– Recentemente ho registrato un video sull’argomento sul mio canale Youtube, e ho intenzione di aggiungerne altri. Anzi, questa riflessione è stata anche oggetto di un paio di incontri con gli studenti delle università di Stoccolma e di Uppsala, a maggio (insieme al mio traduttore svedese Johan Arnborg). Fondamentalmente, credo che la radice delle due attività sia comune, ovvero, ancor più che la lingua, il mondo interiore dal quale chi scrive o traduce comunque attinge: lo scrittore, per dare forma di parole alle vibrazioni energetiche (leggi: emozioni-idee-temi) che popolano il suo holos mente-anima; ma anche il traduttore, se si profonde seriamente nel suo lavoro, in quanto non si limita a trasporre le parole e le frasi di una lingua in un’altra, ma parte da quelle della lingua-sorgente per immergersi nel mondo intimo dell’autore, almeno per come questo risuona con il suo personale, e da quest’ultimo trae le parole per esprimere (in sostanza, riscrivendo) le stesse cose nella lingua di destinazione. In questo senso, il mio lavoro di scrittore è una guida e un sostegno a quello di traduttore, ma anche quest’ultimo è una palestra per il primo. Del resto, Tolkien stesso, che ti ringrazio per aver ricordato come uno dei miei “padri”, era prima di tutto un filologo e un linguista, e creò i mondi fantastici di Arda, e in particolare la Terra di Mezzo, per dare corpo a una mitologia che giustificasse le lingue che lui stesso aveva inventato, guidato da una sorta di “amore” dantesco, o di “eros” platonico, se vogliamo. L’irresistibile forza di attrazione del suono, appunto, di cui parlavo prima. E comunque, permettimi una chiosa un po’ polemica (non verso di te, naturalmente): credo che non sia vero che “tradurre è un po’ tradire”, come va di moda affermare. Semmai è un “apparente tradire”, perché quando si coglie il senso profondo di ciò che un autore voleva dire e lo si traspone anche con qualche variazione, utile a una miglior resa di quel senso, in realtà si fa tutt’altro che tradire. Anzi, si è massimamente fedeli.

5) Tu lavori con più lingue nella traduzione: spagnolo, portoghese, francese, svedese, inglese e polacco. Cosa c’è nella testa di un traduttore quando si cimenta con un nuovo testo? Quali sono le sensazioni che ti accompagnano nel “trasformare” parole e storie già espresse da altri con un vocabolario diverso? Quali sono le difficoltà che incontri più frequentemente?

– Come amo dire, tradurre, come del resto scrivere, non è questione di “tecnica”, ma semmai di vocazione e di “esperienza”. È un “essere qui”, nel flusso percettivo del mondo interiore proprio e dell’autore che si sta traducendo – premessa indispensabile per esprimerlo artisticamente. La pratica di più lingue aiuta a diversificare e a rendere più sensibile questo campionario emozionale e concettuale. È come, per un calciatore, avere più frecce al proprio arco: il colpo di testa, il destro, il sinistro, il dribbling, ma soprattutto la “visione di gioco”. Alcuni, con ironia che forse cela un po’ di invidia (come se le lingue che uno studia non fossero un cantiere sempre e faticosamente aperto, che richiede umiltà e massima dedizione), dicono che ciò va a discapito della competenza e della specializzazione. Parere decisamente miope, perché è proprio la varietà ad arricchire di sfumature e profondità il vocabolario, un po’ come in musica succede ai polistrumentisti. Semmai, la difficoltà consiste nel tenere sempre presenti le specificità di una lingua, soprattutto sul piano sintattico, senza far “mescolanze”. Ma sapere che una certa parola per esempio inglese, che magari al primo impatto “non viene” in italiano, vuol dire “x” in una terza lingua, aiuta a prendere meglio la mira sul miglior termine italiano per rendere la precisa sfumatura di quell’“x”. L’importante è essere in sintonia con ciò che si traduce: poi le risposte vengono, e vengono fluidamente. Ecco perché, ad esempio, non potrei mai tradurre – e infatti rifiuto – testi con sfumature blasfeme verso qualunque fede (me ne sono capitati più volte, a livello di proposta). Contraddirebbero il mio percorso spirituale (cristiano, ma il discorso varrebbe anche se fossi animista o buddhista). Non ho invece problemi a rendere anche scene crude, se sento che lo scopo dell’autore non è crogiolarsi nel male, ma suggerire un percorso di riscatto umano.

6) Esiste un rapporto tra autore e traduttore? C’è uno scambio di informazioni, sensazioni o semplicemente di consigli tra chi scrive e chi deve tradurre?

– Nei migliori dei casi, sì. Essere amici, o comunque in contatto con gli autori, aiuta proprio a entrare meglio nel loro mondo e, in vari casi, a risolvere punti dubbi, soprattutto quando entrano in gioco espressioni gergali e altre particolarità che solo un madrelingua può conoscere alla perfezione.

7) C’è un autore in particolare che ti piacerebbe tradurre? E un romanzo invece che avresti voluto tradurre?

– Mi piacerebbe tornare a tradurre un autore che ho tradotto da poco, ovvero lo scrittore cubano Amir Valle, di cui mi ero già occupato in passato e che è appena riuscito per Golem Edizioni con Il santuario delle ombre. Siamo ottimi amici e c’è un’intesa perfetta tra noi. Ma vorrei anche tradurre altri svedesi, dopo l’esperienza di Sanja Särman e della sua perla Lettere delle piante agli esseri umani, edito da Ortica nel 2023. Anzi, in effetti, lo so già facendo, con Träbild. Sussurri da Gotland di Christian Stannow, che uscirà tra gennaio e febbraio 2024 per lo stesso editore: si tratta di un altro gioiello di narrativa-e-poesia che scende nel profondo del mistero ambientale dell’isola baltica (dove nel giugno 2016 feci una residenza letteraria da cui sarebbe iniziato il mio studio della lingua svedese).

Quanto a chi avrei voluto tradurre (una volta ci sono andato vicino), e che spero di tradurre in futuro per qualche nuova edizione delle sue opere, direi senz’altro George Orwell.

Fotografia a cura di Károly Méhes.

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