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Speciale Concorso La Quercia del Myr – Franco Faggiani

Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina a Franco Faggiani, in libreria col suo ultimo romanzo L’inventario delle nuvole uscito per Fazi editore e vincitore del Premio Cortina Montagna 2023, partiamo subito con la prima domanda, quant’è importante questo riconoscimento che ti è stato assegnato al Concorso La Quercia del Myr che rappresenta in particolar modo le tue storie?

Quello ideato e condotto da Bruno Vallepiano, che è anche giornalista e scrittore, quindi “sa di cosa parla”, ha le caratteristiche del concorso ideale: valorizza gli scrittori esordienti, o comunque quelli al di fuori dei grandi circuiti, sostiene le piccole case editrici, dà spazio ai racconti e non solo i romanzi, fa esprimere i giudizi solo a una ampia squadra di lettori. Basti pensare che ogni testo viene letto da quattro persone diverse. Cosa volere di più? Mi è piaciuto molto anche il fatto che un premio speciale sia stato dato pure a un traduttore, figura professionale determinante nella vita di un libro. Il Premio speciale che mi hanno gentilmente dato è un libro dalle pagine bianche la cui copertina è stata ricavata, con abilità e passione artigianale, dal legno di una quercia. Cercherò di fare del mio meglio per riempire quelle pagine con una nuova storia legata alla natura.

 

I paesaggi, le vallate, le montagne hanno accompagnato i tuoi romanzi nel corso degli anni e allora ti chiedo quanto l’uomo si sofferma nel contemplare l’immensità della bellezza della natura e ascoltarne il suo linguaggio?

Credo che ci soffermi troppo poco se non addirittura che non ci si soffermi affatto. Andiamo troppo di fretta, abbiamo mille problemi quotidiani da affrontare, il tempo, la voglia e le occasioni ci mancano e abbiamo spesso un’idea convenzionale della natura, o per lo meno una visione poco prospettica. Per molti la natura è la gita fuori porta, è la bella stagione, è il paesaggio-cartolina, è il sentiero facile. Le domande che maggiormente mi sento fare quando sono in giro non riguardano i luoghi, le bellezze intorno, le conoscenze anche se superficiali, ma: quanto manca al rifugio (per il pranzo)? ma c’è ancora tanta salita? Non c’è una strada che si può fare in macchina? C’è un posto dove vendono i formaggi e il burro? È anche vero che osservare, ascoltare, riflettere, andare a passo lento, richiede tempo, attitudine e rispetto e non tutti ce l’hanno. Io per esempio non ho attitudini marinare, non conosco la vita di chi col mare ci vive, ma ne sono consapevole e dunque non azzardo mai, non giudico, non interferisco.

 

Prima di entrare nello specifico delle storie, vorrei riprendere questo concetto tra l’uomo e la natura che ha qualcosa di antico, secondo te è un dialogo ancora funzionale ai nostri giorni e quanto è indispensabile avvicinare le nuove generazioni al rispetto della natura e dell’ambiente?

Nella vita dell’uomo, nella sua quotidianità, la natura c’è sempre stata. Poi il rapporto e il contatto si sono logorati e persi a partire dal momento in cui è sembrata primaria la ricerca del profitto a tutti i costi. Il dialogo oggi andrebbe rallacciato se non altro per conoscere e toccare con mano più diretta, dunque non solo per sentito dire, quello che ci sta succedendo intorno. Non entro nel tema delle mutazioni climatiche, delle costruzioni selvagge, nelle opere pubbliche realizzate a metà e poi abbandonate, nei paesaggi deturpati da installazioni inutili. Dico solo che tornando a casa da Ormea, dopo il Premio La Quercia del Myr ho percorso strade secondarie – lo faccio- spesso – che hanno attraversato coltivazioni inondate, pioppeti con centinaia di alberi divelti, risaie spazzate dal vento in cui non è possibile raccogliere niente, vigneti distrutti dalla grandine. Questo con gran danno alle economie locali che si rifletterà sulle economie di tutti noi. Di contro, in anni recenti, ho conosciuto persone, giovani soprattutto, che tornano all’agricoltura, al bosco, alla natura. Vuol dire che qualcuno comincia a prevedere un futuro nuovo, anche se, per il momento, su piccola scala. La natura in senso lato, l’ambiente, il territorio, siamo noi. Ci siamo dentro, ne facciamo parte, ne siamo primi attori; non siamo spettatori in attesa che entri qualcuno in scena e faccia o dica le cose per noi.

 

La natura diventa un rifugio per l’uomo, questa peculiarità la troviamo nel tuo primo romanzo La manutenzione dei sensi, in cui i protagonisti Leonardo Guerrieri e Martino Rochard, un bambino affetto dalla Sindrome di Asperger scelgono la solitudine che porta loro a trovare la serenità tanto desiderata; i boschi, il pascolo degli animali, le ripide catene delle Alpi Piemontesi che sembrano essere accarezzate dalle nuvole, ci puoi raccontare questo meraviglioso affresco analizzando il concetto di natura vista come possibilità di scoperta attraverso gli occhi di un bambino e di rinascita da parte dell’uomo?

I protagonisti, cittadini anche nell’animo, decidono di andare a vivere tra boschi e vallate convinti che queste facciano da barriera contro le brutture del mondo, vi cercano rifugio e isolamento. In realtà trovano apertura, solidarietà, i vantaggi, le fatiche e i piaceri di una vita semplice. Il ruolo salvifico lo fa indubbiamente l’ambiente intorno – a dire il vero non sempre benigno, anzi, ma questa è la realtà – ma anche il contesto sociale, composto persone sane, pratiche, che con la natura hanno da sempre un contatto concreto e realistico, mai stereotipato. Un concetto che è presente in tutte le mie storie: la natura, anche se sto un po’ abusando di questo termine, non è una bella cornice, è il quadro nel quale noi siamo dentro, piccoli e inseparabili protagonisti.

 

Se la manutenzione dei sensi è un romanzo quasi autobiografico, Il guardiano della collina dei ciliegi narra una vicenda realmente accaduta, ripercorre la storia di Shizo Kanakuri, un maratoneta che alle Olimpiadi decide di ritirarsi nel momento decisivo deludendo le aspettative del suo imperatore. Un sentimento di amarezza che porterà Shizo a darsi una possibilità di riscatto. Un messaggio necessario che tu hai voluto trasmettere ai lettori, c’è sempre una seconda possibilità. Amori, progetti e sogni quanto sono stati aspetti fondamentali nella vita di questo protagonista, ed è una storia dalla quale soprattutto le nuove generazioni possono trarre un grandissimo insegnamento? Inoltre ti chiedo quanto è stato indispensabile il lavoro di certosina ricerca sulla vita del protagonista dando uno sguardo alla cultura e alle tradizioni del paese del Sol Levante?

Per tutti gli altri miei libri ho investito tanto tempo nella documentazione diretta, ovvero andando prima nei luoghi che avrei descritto, a vederli con i miei occhi e a conoscere le persone di cui avrei parlato. Con “Il guardiano della collina dei ciliegi” questo non è stato possibile, perché il Giappone è assai lontano, vasto e costoso, e perché comunque la storia vera, in parte descritta, è ambientata nei primi del ‘900, quindi sarebbe stato anche difficile trovarne le tracce. In compenso sul Paese orientale ho letto e studiato molto, specie quattro materie: geografia e storia, economia e religione. La religione, anzi, le religioni, in Giappone influiscono molto sulla vita delle persone. Il lavoro di documentazione richiede tempo quanto i viaggi, se non di più, ma al di là del libro, lo trovo affascinante, anche perché scopro, imparo e immagazzino in testa molte cose che prima non sapevo. A proposito della “seconda possibilità”: mi invitano spesso a parlare di questo libro nelle carceri, perché semina coraggio, speranza. Ce l’ha fatta Shizo, ce la possono fare tutti a riscattarsi e ad affrontare una nuova vita.

 

Con Il romanzo Non esistono posti lontani, siamo nel 1944 e vediamo un’Italia divisa dalla Guerra, i protagonisti sono il professor Cavalcanti, un archeologo che si è dedicato agli studi dell’Antico Egitto e ai suoi scavi e Quintino, un ragazzo intraprendente di Ischia che è stato spedito in Alto Adige. La nascita di un’amicizia in un viaggio quasi interminabile che attraversa l’Italia. Come nasce questa storia che sembrano appunti di un viaggio così emozionante e straordinario?

Anche in questo caso documentazione ed esperienza diretta sui luoghi. Il professor Cavalcanti è esistito davvero – anche se con un altro nome e con un ruolo che ho poi accentuato per scelte narrative – e i luoghi descritti sono autentici, li ho attraversati tutti, in un viaggio su strade secondarie delle Alpi e degli Appennini, lungo quasi duemila chilometri. Nel percorrere questo affascinante e anche faticoso lungo itinerario sono capitato quasi per caso ad Amatrice e lì, senza che ci avessi mai pensato prima, osservando il luogo e conoscendo le persone, ho cominciato, quasi senza rendermene conto, a prendere nota di quegli avvenimenti e di quei sentimenti che sono stati la materia prima del successivo romanzo “Tutto il cielo che serve”. Dunque da un unico viaggio sono nati due libri, il secondo non ragionato prima ma sull’onda della forte emotività del momento.

 

La protagonista di Tutto il cielo che serve è Francesca Capodiferro, geologa e caposquadra dei vigili del fuoco di Roma in missione per affrontare il terribile terremoto che ha scosso l’Italia. Siamo ad Amatrice, nell’agosto del 2016 ha avuto inizio una sequenza sismica con epicentri situati tra i Monti Sibillini, l’alta Valle del Tronto, i Monti della Laga e i Monti dell’Alto Aterno. Un romanzo delicato e complesso che ha messo in ginocchio il nostro paese e che ancora oggi portiamo le ferite di quel triste evento. Quanto è stato difficile trattare una tematica del genere che ha inciso profondamente sulle vite di tante persone? Ci spieghi Franco il rapporto un po’ spigoloso della protagonista con il suo papà e anche con i suoi colleghi che vedono in lei, una persona forse non all’altezza della situazione? Quanto sarà complicato per lei prendersi la sua bella rivincita e inoltre quanto l’amore del lavoro può essere elemento di riscatto per sé stessi e in secondo momento per fare ricredere gli altri? Infine ti chiedo quali emozioni hai provato nella stesura di questo romanzo cosi penetrante e pieno di sensibilità?

In parte ho anticipato la risposta alla tua domanda. Dovevo stare ad Amatrice solo una notte, per poi riprendere il viaggio verso sud, e alla fine sono rimasto circa quattro giorni raccogliendo a getto continuo testimonianze spontanee di molte persone, la cui preoccupazione maggiore era quella di non essere dimenticate. Si sa, quando succede una catastrofe, all’inizio tutti i riflettori sono puntati lì, tutti vanno, tutti esprimono solidarietà, tutti promettono, ma poi… Con questo romanzo ho voluto dare il mio piccolo contributo, con l’unico mezzo di cui dispongo, la scrittura, affinché le storie umane del terremoto non finissero nel pozzo delle realtà abbandonate. La cosa curiosa, ma fino a un certo punto, è stata che ad Amatrice, dove tutti mi avevano voluto raccontare con fervore la loro storia, per un bel po’ di mesi dopo l’uscita, nessuno aveva letto il libro. Mi ha dato la spiegazione una psicologa: quando racconti una storia drammatica a qualcuno, in qualche modo te ne liberi, o almeno provi a farlo. Quando però questa storia la rivedi scritta sulla carta e la rileggi, con gli occhi, la bocca, il pensiero, te ne riappropri, ti rientra dentro ad occupare con dolore uno spazio.  Con Francesca Capodiferro ho voluto puntare una piccola ma meritata luce sul lavoro femminile, che non sempre, anzi, quasi mai, ha il valore che merita. Più la donna è tosta – per carattere, preparazione, capacità, determinazione – più viene considerata con quel sospetto che spesso sfocia nella paura. Noi uomini temiamo ancora il confronto. sIl lavoro del Vigile del Fuoco, poi, è maschile, e bisogna affermarsi sul campo.

 

L’inventario delle nuvole, ultima tua creatura letteraria dal titolo meravigliosamente sublime, protagonista la montagna cuneese, con i suoi sapori, odori, paesaggi. Troviamo altri personaggi caratterizzati alla perfezione, Giacomo Cordero chiamato a non proseguire gli studi e ad intraprendere l’attività di famiglia che consiste nella raccolta dei pels (capelli). A lui si contrappone Nonno Girolamo veterano commerciante e capofamiglia, uomo di vecchio stampo e sullo sfondo prenderà sempre consistenza la figura di Natale Rebaudi, un venditore brillante e di grande esperienza. Un romanzo ambientato nelle valli del cuneese in un periodo storico fondamentale per la storia del nostro paese. Ti chiedo come nasce l’idea di questo pregevole testo?

 

Anche questo libro nasce da incontri casuali. Conoscevo le Alpi in quasi tutta la loro estensione, mi mancava solo quel pezzettino di montagne al confine con l’Alta Provenza. Un giorno un amico ligure, per colmare la mia lacuna, mi ha invitato a visitare la Valle Maira, la più solitaria e selvaggia area di quelle Alpi del sud. Una valle particolare, perché per via del terreno aspro e soprattutto per la lungimirante scelta – fatta qualche decennio fa – dai suoi abitanti, non sono mai stati costruiti impianti sportivi legati in particolar modo allo sci: quindi niente funivie o seggiovie, nessun pilone di cemento o cavi d’acciaio, di conseguenza niente alberghi o schiere di seconde case di vacanza, nessuna costruzione abusiva. Tutto è rimasto come cento anni fa, e l’ospitalità proposta per un turismo ecologico – escursioni a piedi estive e invernali, scialpinismo, trekking culturali (siamo pur sempre in terre occitane), itinerari per gli amanti della bicicletta fuoristrada – si avvale di antiche case e borgate completamente restaurate secondo lo stile alpino originario. In valle Maira arrivano vacanzieri, specie dall’estero, anche nelle stagioni altrove considerate “morte”. In un piccolo comune della valle a 1620 metri, Elva (che ha meno di cento abitanti distribuiti in 28 frazioni), ci sono due cose mirabili (oltre alla gente del luogo): una chiesa con meravigliosi e vividi affreschi fiamminghi e un museo dedicato ai caviè, i raccoglitori de capelli. Mestieri particolari di cui si è persa la memoria, itinerari misteriosi, persone straordinarie, natura incontaminata. Più che sufficiente per mettermi al lavoro!

 

L’attività di famiglia che viene trasmessa da nonno a nipote, la raccolta dei capelli, un mestiere insolito ma all’epoca molto redditizio ce ne parleresti più dettagliatamente?

I raccoglitori di capelli andavano di casa in casa, nelle valli nascoste e nelle borgate più isolate, chiedendo alle donne di farsi tagliare i capelli. Non in cambio di denaro (le “donatrici” non avrebbero saputo come e dove spenderlo, perché molte di loro non erano mai scese nemmeno a fondovalle) ma di generi di prima necessità, come tessuti caldi e piccoli attrezzi indispensabili per sopravvivere ai lunghi inverni. Questi “mietitori” di capelli, dopo aver girovagato anche un mese, per lo più in autunno, portavano il raccolto a casa e lo affidavano alle loro donne, che pulivano i capelli uno per uno, li lucidavano, li riunivano in trecce divise per lucentezza, consistenza e naturalmente colore (i capelli bianchi erano quelli di maggior valore). In primavera, quando la neve si fondeva sui passi alpini, i caviè ripartivano con i loro carichi di capelli riordinati e andavano a venderli negli atelier che costruivano parrucche. Dove? Ovunque; le confezioni dei pels (i capelli in lingua occitana) finivano in Francia ma anche in Spagna, in Germania, in Inghilterra, a San Pietroburgo. Da Nizza, via nave, arrivavano anche nelle Americhe, come si diceva allora. Nel museo di Elva sul tema c’è ampia documentazione. Naturalmente nel romanzo non si parla solo di questo, ma anche di rapporti familiari e sociali in epoche difficili, di fatiche e vessazioni, di educazione. Il protagonista è un adolescente che, avendo studiato in città ed essendo benestante, sveglio e operoso, potrebbe andarsene facilmente dalla sua valle, dalla quale tutti vorrebbero scappare; invece sceglie di rimanere, anche per rendere migliori le vite altrui.

 

Le copertine dei romanzi catalizzano l’attenzione del lettore perché racchiudono le tue storie in un quadro mozzafiato e particolarmente suggestivo nel quale si mette in risalto la bellezza dei paesaggi, come avviene la scelta, c’è la tua impronta o è un aspetto che cura prevalentemente la Fazi editore?

 

Il merito delle copertine è tutto di Fazi, mentre i titoli sono proposti da me. La casa editrice romana, a differenza di altre, mi coinvolge sempre nella scelta delle copertine. Per ogni libro me ne propone una dozzina e tra queste si comincia, insieme, a fare varie scremature fino ad arrivare al risultato finale. Entrambi siamo convinti che la copertina debba essere una suggestione, debba suscitare una piccola emozione al primo impatto e non essere a tutti i costi lo specchio del contenuto.

 

Il primo settembre è uscito un romanzo per Aboca Edizioni dal titolo La compagnia del gelso; ci racconteresti qualcosa?

Tra le mille iniziative editoriali, Aboca ha una collana che sembra fatta su misura per me, “Il bosco degli scrittori.” Ogni libro di questa collana ha come epicentro un albero e la storia – saggio, piccolo romanzo, racconto lungo o quello che è – deve girare ovviamente intorno a quest’albero. Per mia fortuna gli illustri autori che mi avevano preceduto avevano lasciato “libera” una pianta che ha molto da dire: il gelso. Intorno a lui ho scritto una storia con uno stile e un tono molto diversi da precedenti romanzi. È ambientata nelle campagne marchigiane, dove la gelsicoltura e l’allevamento dei bachi sono stati determinanti per l’economia locale, come anche in molte altre zone d’Italia. La compagnia a cui allude il titolo è quella di un gruppo di arzillissimi ottantenni che ne combinano di tutti i colori. Raccontano, a modo loro, di botanica, bachicoltura, mondo contadino, usanze che sanno di magia, e si lanciano in scorribande in cui coinvolgono uno spaesato e giovane professore universitario capitato in mezzo a loro in un modo piuttosto insolito. Ci sono, nel racconto, ironia, leggerezza, curiosità, ma anche i buoni sentimenti e il valore dell’amicizia inossidabile a dispetto dell’età. In una recensione questo libro è stato definito un “Amici miei rurale”, alludendo al mitico film del 1975 di Mario Monicelli.

 

Il nostro blog si chiama Giallo e Cucina, a seguito dei tanti romanzi scritti possiamo trovare tante prelibatezze della cucina italiana, ci indicheresti tre piatti a cui sei particolarmente legato?

Sono rurale anche in questo: trippa in ogni modo, pasta aglio e olio, osso buco e risotto giallo. Non frequento dietologi.

 

Ti ringrazio Franco per essere stato ospite del nostro blog Giallo e Cucina, ci congediamo con due ultime domande: ti chiedo se stai lavorando a un nuovo romanzo e infine ci indicheresti tre ottimi consigli di lettura?

Ho consegnato proprio in questi giorni i testi di un libro di favole per bambini (mi mancava!) la cui uscita è prevista per la prossima primavera. Dopo la consegna ho fatto un lungo, solitario e liberatorio giro in montagna, e, tornato a casa, ho iniziato subito a scrivere un nuovo romanzo. Speriamo che a Fazi piaccia. La storia è piuttosto articolata perciò saranno mesi intensi, da qui a primavera. Tra agosto e settembre ho letto molto e mi sono piaciuti “I vagabondi”, con il quale l’autrice, Olga Tokarczuk, ha vinto il Nobel per la letteratura nel 2019, “La stanza delle mele” (Feltrinelli), di Matteo Righetto, e “Formule mortali” (Salani), di François Morlupi, che ho avuto modo di conoscere di persona proprio al Premio La Quercia del Myr. Quest’ultimo libro è un giallo, ed era un bel po’ che non ne leggevo uno.

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