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Oggi parliamo con… Scilla Bonfiglioli

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Intervista a cura di Massimo Ghigi

Siamo nuovamente in compagnia di una scrittrice che, personalmente, ammiro tantissimo, sto parlando di Scilla Bonfiglioli che avevamo lasciato non molto tempo fa alle prese con le gesta di Tullo Ostilio! Risale infatti al 2021 la pubblicazione del romanzo scritto insieme a Mina Alfieri e Franco Forte, facente parte della serie pubblicata da Mondadori e dedicata ai sette re di Roma. Scilla per prima cosa ti ringrazio ancora una volta per essere con noi di GialloeCucina a parlare di te, delle tue pubblicazioni e di tanto altro!

GeC: E’ appena uscito in tutte le edicole ‘Morte ad Ankara’ la nuova avventura di Nero & Zagara pubblicata nella collana Segretissimo dedicata alla narrativa spy-action. Questo è il secondo romanzo sulla lunga distanza dedicato alla coppia di mercenari protagonisti di ‘Fuoco su Baghdad’, romanzo trionfatore nel 2019 del Premio Altieri come miglior romanzo inedito di spionaggio. Vuoi presentarci questo letale e affiatatissimo duo? Cosa ti ha ispirato la nascita dei tuoi protagonisti?

SB: Ciao, Massimo! E un saluto a tutti i lettori di GialloeCucina, sono felice di essere di nuovo vostra ospite. Questo è un appuntamento che non vorrei perdermi per niente al mondo.

Vi presento i protagonisti della mia serie spy-action con immenso piacere, sperando che possano vivere nelle vostre fantasie come fanno nelle mie.

Nero e Zagara sono una coppia di mercenari. La più letale coppia di mercenari del Medioriente, almeno questo è quello che si dice di loro.

Nero è un uomo misterioso, silenzioso e letale, armato di due Heckler & Koch che sono diventate leggenda tra i suoi alleati come tra i suoi nemici. E’ uno stratega molto colto e con l’abitudine di comprare un libro di avventura all’inizio di ogni missione, magari in una libreria del Cairo o all’aeroporto di Tel Aviv. Ama leggerlo a Zagara nei momenti morti, quando i piani sono ormai tracciati e si tratta solo di aspettare l’attimo giusto per entrare in azione.

Ha amici scomodi in tutti i paesi mediorientali e nemici potenti annidati da Oriente a Occidente, tutte persone che pagherebbero oro per mettergli le mani addosso. E forse ce l’hanno fatta, perché l’ultima volta che lo abbiamo visto Nero era a terra, ferito mortalmente e lasciato a marcire in una strada di Istanbul.

Ma dicono di lui che abbia sette vite come i gatti, quindi non lo darei per spacciato.

Zagara era una bambina, costretta a prostituirsi in un bordello di Ankara, quando Nero l’ha trovata e l’ha presa con sé. Da quel momento è stata addestrata e preparata non solo per sopravvivere in un mondo di continui pericoli, ma per essere una delle migliori assassine sulla piazza.

Sono legati da un amore profondo e da una lealtà estrema, che li rende una coppia nel lavoro e nella vita: non c’è Nero senza Zagara e non c’è Zagara senza Nero.

E, senza di loro, probabilmente il Medioriente sarebbe una polveriera ben più esplosiva di quello che è.

Volete accompagnarli nella prossima avventura?

GeC: Te lo dico francamente, ho da poco finito di leggere ‘Morte ad Ankara’ ed ho una voglia selvaggia di spoilerare a destra e a manca! Sì perché questo romanzo è veramente ricchissimo di sorprese e colpi di scena! Ritroviamo la nostra Zagara alla ricerca di Nero, che crede ancora vivo dopo che è caduto sotto il fuoco nemico. E’ un percorso ricco di insidie ma che affronta con una tenacia e una determinazione feroci e, tra l’altro, non sarà neanche sola perché molte persone sono debitrici nei confronti di Nero. Cosa puoi raccontarci di questo nuovo libro?

SB: Ah, che bello sentirtelo dire! Sei un lettore che dà moltissime soddisfazioni.

“Morte ad Ankara” è il secondo romanzo della serie di Nero&Zagara, un diretto seguito del primo, “Fuoco su Baghdad”, e del racconto “L’Artiglio del Falco” contenuto nella recente antologia “Big Wolf” dedicata a Sergio Altieri. Nonostante questo, è costruito per essere  letto anche come un romanzo stand alone.

Il titolo richiama il “Morte a Venezia” di Thomas Mann e, anche se il romanzo non ha certo la pretesa di paragonarsi a un capolavoro così sottile e tenebroso, ha moltissimi rimandi e citazioni interne. Vi sfido a trovarli tutti! La verità è che ho scritto questa storia in un momento personale piuttosto duro. Nero e Zagara mi hanno dato una grossa mano ad attraversarlo e scrivere la parola fine è stato come arrivare al termine della missione insieme a loro. Sono molto grata a entrambi e ho la speranza che, in qualche modo, possano infondere la stessa forza anche a chi leggerà “Morte ad Ankara”.

Cosa troverete nel romanzo? Zagara è ancora impegnata nella ricerca di Nero, scomparso ormai da tre anni, e si mette sulle sue tracce a partire dal porto di Istanbul, dove il mercenario è stato visto per l’ultima volta.

E’ pronta a tutto per ritrovarlo, ma si troverà coinvolta in qualcosa di decisamente più grosso rispetto a quello che si aspettava.

Chiunque deciderà di seguirla nella sua missione scoprirà segreti importanti sul passato di Nero, sul perché è così ricercato da mezzo mondo e voluto morto dall’altra metà. E farà luce sulle origini di Zagara insieme a lei, troppo giovane per ricordare quello che l’ha coinvolta nella prima infanzia.

Questa seconda puntata della serie è del tutto ambientata in Turchia, una terra che amo molto nonostante la situazione politica che la sta soggiogando, e che ho ricostruito anche attraverso i ricordi della mia visita sul posto, quando ero bambina. Spero di essere riuscita a evocare i colori, i paesaggi e i profumi che mi hanno fatta innamorare.

Ancora una volta, Nero e Zagara mi hanno offerto la possibilità di dare una voce al popolo curdo, che mi sta molto a cuore. Spero di averlo fatto nel migliore dei modi e con tutto il rispetto possibile. Tenendo conto di esplosioni, avvelenamenti e sparatorie, ovviamente.

GeC: Hai vinto due dei premi più prestigiosi in Italia per la narrativa di genere come il Gran Premio Città di Cattolica e il Premio Altieri, hai qualche aneddoto intrigante da raccontarci legato a questi due eventi importanti nella tua carriera di scrittrice? Come vivi in generale l’esperienza dei premi letterari?

SB: Entrambi questi premi che hai nominato vengono celebrati in una sera d’estate a Cattolica, in occasione dell’ultima notte del Mystfest, un festival dedicato alla letteratura di genere che ha un posto speciale nel mio cuore. E non solo per le due premiazioni.

Con il passare degli anni, il Mystfest è diventato un punto di riferimento importante per tutti i lettori di genere, ma anche per gli scrittori che ci gravitano attorno. Anni fa venivano organizzate lezioni fantastiche tenute da antropologi forensi, criminologi e altre figure legate alla risoluzione del crimine nella vita reale, nell’ultimo periodo si sono privilegiati incontri con scrittori e artisti che il crimine lo frequentano più nella fiction, ma il risultato è sempre piacevole. Ho la fortuna di incontrare ogni anno un gruppo di amici che è si è stretto sempre di più attorno a questa manifestazione e, più in generale, alla letteratura di genere: tra lettori, editor e un nutrito gruppo di scrittori, le giornate da passare al festival di Cattolica sono sempre una festa.

Aspetto questo appuntamento ogni anno per ritrovare Luca di Gialleonardo, Liudmila Gospodinoff, Flavia Imperi e Beppe Roncari che sono stati miei colleghi per i Sette re di Roma. Ma anche la traduttrice Lia Tomasich, poi Diego Lama, Massimiliano Giri, Diego di Dio e Andrea Franco. Al Mystfest ho conosciuto Andrea G. Pinketts e Franco Forte, che negli anni per me è diventato un insegnante prezioso, un amico e una guida.

Quest’anno, dopo la premiazione del nuovo Premio Altieri Scarlett Phoenix, ovvero Claudia Zani, c’è perfino stata un’improvvisatissima riunione di quasi tutta l’Italian Legion di Segretissimo Mondadori, è stato bello ritrovarsi così.

Sono sempre serate fantastiche. E tu Massimo ne sai qualcosa, no?

GeC: Come nasce un’opera di Scilla Bonfiglioli? Dove trai spunto per le tue storie, come organizzi la stesura del testo e come affronti le eventuali ricerche necessarie per approfondire la trama?

SB: Ogni storia ha una genesi a se stante, è difficile trovare un comune denominatore nella creazione di un intreccio o di una trama. Di solito parto da un’idea che mi tormenta e che non riesco a levarmi dalla testa. Nell’ultimo lavoro che ho appena portato a termine (e di cui ancora non posso parlare, mannaggia) ho lavorato di tessitura intorno a un evento particolarmente scuro, vivido e mostruoso accaduto realmente agli inizi del Novecento, una storia che non mi dava pace e che dovevo far rivivere a ogni costo. E che ha previsto un’enorme fase di studio e di ricerca, per essere messa su carta, ma questo credo sia imprescindibile per qualunque tipo di storia. Se un romanzo non prevede una ricerca storica, di dati o di materie specifiche, si può stare certi che necessita comunque di un grande lavoro di studio su noi stessi o sugli altri. Il lettore rimane indifferente, se non lo si porta in profondità da qualche parte, e non c’è nessun posto in cui portarlo se chi scrive non ha scavato prima.

I romanzi di Nero&Zagara passano attraverso la necessità di raccontare una solitudine straziante, quella di un popolo abbandonato a se stesso, quello curdo, così come la sconfitta mai accettata dei protagonisti che combattono in una guerra che non può vederli vincitori. E’ una storia di hybris e di lotta contro gli dei, tradotta nelle immagini di deserti senza fine, metropoli luccicanti e bassifondi che puzzano di pesce marcio, colpi di mortaio e coltelli tirati fuori nella notte.

“Non si uccidono i dodi”, il racconto che ha vinto il Premio Gran Giallo Città di Cattolica, ha il titolo preso da una scritta su un muro nel quartiere universitario di Bologna.

Qualunque sia il modo in cui nasce una storia, comunque, ho capito una cosa: racconto sempre di mostri. Spesso a metà della storia mi rendo conto che più sono terrificanti, più devono essere portati alla luce per essere amati. Possiedo un sacco di mostri e ho moltissimo lavoro da fare con ognuno di loro.

GeC: Ti sei cimentata in diversi generi letterari: giallo, horror, spionaggio, romanzo storico, fantasy sia in racconti che in romanzi, dando sempre prova di grande versatilità e, personalmente, ho avuto l’impressione che ti trovassi sempre e comunque a tuo agio. Qual è la forma e il genere narrativo in cui ti senti più realizzata, dove senti di dare veramente il meglio di te?

SB: Non so dirtelo, con sicurezza. Mi interessano più le storie, che i generi a cui appartengono e questo per me vale come lettrice sia come autrice. Ogni genere ha degli stilemi e delle regole che necessitano di essere padroneggiati, per scrivere una storia che gli appartenga, quindi di volta in volta ho studiato e ho cercato di fare mio quel determinato pacchetto di principi. Anche solo questa sfida rende il gioco incredibilmente emozionante.

GeC: Se dovessi dire un solo titolo ad un lettore che si volesse avvicinare alle tue pubblicazioni quale consiglieresti e perché?

SB: Consiglierei sempre l’ultimo che ho scritto, perché è quello più vicino a me nel momento del consiglio. Sotto con “Nero&Zagara – Morte ad Ankara”, allora!

GeC: Scarlett Phoenix, fresca vincitrice del Premio Altieri 2022 ha detto di te: “È stata proprio Scilla Bonfiglioli a ispirarmi e a darmi il coraggio di buttarmi in questa avventura; quindi, è suo il merito di avermi aperto la strada.  E l’ho apprezzata maggiormente perché è una donna di una delicatezza e una competenza leggendarie, eppure ha saputo maneggiare perfettamente il suo affilatissimo personaggio.” Come ci si sente ad essere fonte di ispirazione per altri scrittori e qual è lo scrittore che più ti ha ispirata?

SB: Scarlett Phoenix mi ha detto queste stesse parole di persona giusto quest’estate, riuscendo a farmi diventare di un interessante color prugna. Questo non mi ha comunque impedito di arrossire di nuovo adesso e di esserle grata per tanta considerazione.

Non sono sicura di meritare l’onore di cui mi ha investito Scarlett Phoenix, ma se Nero&Zagara l’hanno convinta a partecipare al Premio Altieri sono solo felice: l’Italian Legion si è arricchita di una validissima autrice.

Lo scrittore che più di ogni altro ha ispirato a scrivere me è un vecchio inglese che non ho mai conosciuto di persona. Avevo sette anni quando Roald Dahl mi ha convinto con i suoi libri che scrivere storie poteva essere una delle attività più belle da svolgere su questo pianeta. Al momento, ho molti colleghi e amici scrittori che mi ispirano con il loro lavoro quotidiano. Una su tutti è Oriana Ramunno, con cui mi confronto su lavoro e studio quasi giorno per giorno, che mi vuole bene, di cui mi fido e che mi fa da specchio nel mostrarmi forza e debolezze.

GeC: Parlando di scrittori alle prime armi, in base alla tua esperienza, quali consigli ti senti di dare e quali sono secondo te, gli errori assolutamente da evitare?

SB: Non avere fretta. Uno degli errori che si fanno più di frequente è quello di cercare di dare in pasto al pubblico il proprio lavoro il prima possibile, come se avessimo il diavolo a soffiarci sul collo. E’  comprensibile e per una marea di ragioni: a volte si tratta di una scadenza da rispettare, altre volte è l’emozione di condividere o di toglierci di dosso un’incombenza di cui non ne possiamo più: le storie sanno diventare pesanti come macigni. Altre volte siamo solo orgogliosi del nostro lavoro e accecati dall’amore per quello che abbiamo fatto. Vogliamo che tutto il mondo provi lo stesso.

Ma ho sperimentato sulla mia pelle (e ho visto sperimentarlo ad amici e colleghi) che quasi mai la fretta premia. E che ci sarebbe piaciuto tornare su un testo altre dieci volte, ma solo dopo averlo consegnato, ovviamente.

GeC: Quali sono le attività che più ti appassionano al di fuori della scrittura?

SB: A fine settembre ho festeggiato il ventitreesimo anno di pratica di aikido, un’arte marziale giapponese di bellezza sconvolgente. Tecniche a mano nuda, con la spada, con il bastone e il pugnale. E’ sicuramente una delle cose che amo di più e che mi aiutano a rimanere centrata. “Dov’è la mia mente durante la pratica?” diceva il Maestro Morihei Ueshiba: “Neanche i demoni sanno dov’è.”

GeC: Ho avuto il piacere di constatare come ci sia molto cameratismo tra gli scrittori italiani, grande supporto e partecipazione nei premi letterari o nelle presentazioni, c’è sempre sostegno e voglia di condividere la propria esperienza con i colleghi. Tu personalmente ti senti parte di una scena, di un movimento o pensi che, comunque, l’esperienza dello scrittore sia soprattutto vissuta in solitaria?

SB: Non penso che si possa parlare di un movimento, anche se di sicuro si sente sempre di più la necessità di fare rete tra scrittori e di supportarsi. Chi si mette in testa di provare a fare questo mestiere è spesso allo sbaraglio, manca la compattezza che esiste tra autori americani, inglesi o francesi, a quanto pare. In Italia la fiducia è ancora sdrucciolevole, come se gli stessi autori avessero paura a concedere troppo appoggio ai colleghi nel timore di perdere terreno, in qualche modo. Ma da quello che vedo, nel mio piccolo, questa tendenza si sta invertendo, stiamo imparando ad appoggiarci gli uni agli altri. Non solo durante le premiazioni o i premi letterari, ma nelle cose che servono davvero: leggerci tra di noi, pubblicizzarci, consigliarci l’un l’altro nel caso di prodotti di merito, certo, non per il solo fatto di essere amici. Questo crea un terreno condiviso che aiuta anche i lettori a fidarsi di più e a leggere con più voglia. E coinvolge anche gli editori, quando vedono che il pubblico risponde con entusiasmo alle proposte degli autori italiani.

Qualche anno fa uno scrittore della guardia più vecchia della mia mi chiese con autentica sorpresa come mai pubblicizzassi e parlassi di altri autori, chiedendomi tra le righe se fossi sincera e se non stessi facendo favori in cambio di favori o qualcosa del genere. La sua domanda ha sorpreso me: il punto è che molti degli autori che vengono pubblicati adesso, anche nella grande editoria, sono tutti scrittori che conosco e ho conosciuto dai loro primi passi. Siamo cresciuti insieme, ci siamo letti negli anni e ci siamo visti crescere artisticamente e professionalmente. Entusiasmarci per successi reciproci, per ottimi romanzi che vediamo arrivare dai computer alle librerie diventa naturale, a questo punto. Ma mi sembra di capire che sia una cosa relativamente nuova, qualcosa che sta cominciando a succedere adesso e che dipende molto dalle persone coinvolte. Forse in futuro diventerà più concreta, gli autori saranno disposti a concedersi più fiducia e a farsi più forza, sarà più naturale.

La scrittura è senza alcun dubbio un lavoro solitario, ma non è detto che non possa essere bello e producente lavorare in solitaria al fianco di qualcuno.

GeC: Qual’è il libro che hai sul comodino in questo momento e quali sono i libri che non possono assolutamente mancare nella libreria di un lettore?

SB: Le librerie di ogni lettore sono una faccenda piuttosto intima, non mi permetterei mai di dire cosa dovrebbe o non dovrebbe esserci. Nella mia ci sono una marea di cose sconvenienti, questo è poco ma sicuro.

Sul comodino ho più di un libro (mi capita, talvolta, di cadere dentro all’oscuro tunnel delle letture multiple): in questo momento sto leggendo “Adriatico” di Raffaele Nigro, alternandolo all’inedito di un caro amico. E a piccoli morsi procedo quasi quotidianamente con l'”Ulisse” di Joyce, dopo pranzo, mentre bevo il caffè.

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GeC: C’è un libro che hai letto e che ti ha fatto pensare: “Uaho! Questo avrei voluto scriverlo io!”?

SB: Una marea. Mi capita spesso e con libri diversissimi tra loro, per i motivi più disparati. Il libro più folgorante che mi ha fatto questo scherzo è “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov. Ci sono dentro moltissime cose che mi appartengono e che Michail mi ha rubato. La tragedia è che lui non lo ha mai saputo e io non posso dirglielo.

GeC: Domanda ‘classica’ e spesso fonte di dibattito, dovendo scegliere, meglio una storia notevole o meglio un personaggio memorabile? C’è un personaggio letterario che ha lasciato in te un segno profondo, una piacevole sensazione a lettura ultimata?

SB: E’ un dibattito a cui cerco sempre di non partecipare e tu sei riuscito a mettermi con le spalle al muro! Non riesco a prendere una posizione perché per me è molto difficile dirti dove finisce il personaggio e inizia la storia o viceversa. Nutro l’assurda idea che una storia non possa esistere senza i personaggi che le danno vita e che di conseguenza una storia valida sia costruita su validi personaggi. Una trama solida con personaggi scialbi perde mordente. Allo stesso modo, ottimi personaggi dentro una storia che non va da nessuna parte, alla fine, che personaggi possono essere?

GeC: Tu sei nata a Bologna, che rapporto hai con la tua città che, come è noto, è da sempre protagonista della scena noir italiana, ti capita di frequentare qualche collega nel tempo libero?

SB: Amo molto Bologna, soprattutto di notte. E’ una città che è stata protagonista di tanta letteratura e posso solo augurarmi che possa continuare a esserlo in futuro. Non solo letteratura gialla, non solo noir, ma di qualunque tipo. E’ una città fatta di storie e per le storie.

E’ anche una città di gente che le storie le racconta o che li ospita volentieri: si creano spesso occasioni di incontri piacevoli. Come ti dicevo, lavoro a stretto contatto con Oriana Ramunno, spesso incontro il traduttore e scrittore Davide de Boni, ovvero il David Bones di Segretissimo. Con il Premio Urania Francesca Cavallero ho brindato a gin tonic proprio l’altra sera. E’ possibile incontrare spesso Gianluca Morozzi o trovarsi con Catia P.Bright. Da queste parti girano anche Luca Mazza e Jack Sensolini, non ci si fa mancare niente. Da qualche tempo, sotto l’egida del gruppo facebook “Scrittori da Sfamare”, ogni scusa è buona per trovarsi a occupare un tavolo da qualche parte. Se volete venire, fate un fischio!

GeC: Mi spiace ma… anche tu sei finita sull’isola deserta (oh comunque è piuttosto frequentata per essere deserta quest’isola!) e hai potuto salvare con te un solo libro, un solo CD e un solo film, quali sono e perché?

SB: Questa è una scelta impossibile! Come faccio? Prendi questa risposta come se potesse cambiare domani. Come libro sceglierei “La storia infinita” di Michael Ende, perché è il romanzo che ha plasmato la mia infanzia. E perché cambia ogni volta che lo leggi, no? Così è sempre nuovo.

L’album che porterei con me è “Nine Lives” degli Aerosmith, il film “La città incantata” di Hayao Miyazaki.

Che sudata. Hai idea di quanto tempo mi ci è voluto per rispondere a questa domanda?

GeC: Hai già qualche nuovo progetto editoriale nel cassetto? Quale sarà, se puoi dircelo, il prossimo genere a cui ti dedicherai? (Ti ricordo che c’è qualcuno che si aspetta di trovare il proprio nome associato ad un villain di quelli cattivi cattivi eh! ah ah ah!)

SB: C’è un progetto a cui tengo moltissimo e di cui ancora non posso anticipare niente, ma spero di potervene parlare il prima possibile. Posso dire che si tratta di un romanzo storico, ma la definizione potrebbe uscire un po’ dai bordi, in effetti. Di sicuro, vi prometto i migliori brividi che io possa avere fabbricato per voi.

Per quanto riguarda la promessa fatta al mio malvagio villain, non l’ho certo dimenticata: il terribile mercenario Max Ghigi potrebbe comparire nella prossima avventura di Nero&Zagara, chissà.

Ti ringraziamo tantissimo per la tua disponibilità Scilla, è stato veramente un piacere fare questa bella chiacchierata con te! Normalmente, in chiusura di intervista, chiediamo di salutarci con una ricetta ma, dato che ci hai confessato in passato di essere una frana in cucina, ti chiediamo semplicemente una citazione che, in qualche modo, ti definisca (però mi raccomando applicati di più tra i fornelli… per la prossima intervista ti tocca! eh eh eh!):

SB: Sono io che ringrazio voi per questo spazio e l’opportunità che mi avete dato di raccontarmi ancora una volta. Il lavoro di GialloeCucina è sempre straordinario.

Ma come niente ricette? Mi ero preparata, avevo studiato la magnifica tradizione culinaria turca in omaggio a “Morte ad Ankara” da portare sul blog!

Vorrà dire che me la terrò per la prossima volta, così sono sicura di tornare sulle vostre pagine.

Vi saluto allora con le parole di Andrzej Sapkovski:

“Gli uomini amano inventare mostri e mostruosità. Così hanno l’impressione di essere loro stessi meno mostruosi. Quando bevono come spugne, imbrogliano, rubano, picchiano le loro donne con le briglie, fanno morire di fame la vecchia nonna, colpiscono con la scure una volpe presa in trappola o riempiono di frecce l’ultimo unicorno rimasto sulla terra, amano pensare che più mostruosa di loro c’è sempre la vecchia Mora che si intrufola nelle casupole all’alba. Allora si sentono in qualche modo il cuore più leggero. E trovano più facile vivere.”

Un bacio a tutti voi.

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