Oggi Parliamo Con...

Oggi parliamo con… Paolo Di Orazio

Intervista a cura di Marika Campeti

 

Buongiorno Paolo, e grazie di averci concesso un po’ del tuo tempo. Noi di Giallo e Cucina abbiamo letto alcuni dei tuoi racconti e siamo curiosi di conoscere più a fondo uno dei più importanti esponenti dell’horror italiano. Trent’anni di carriera, un’esperienza pari ad una vita.

Sei anche musicista e fumettista, parlaci di come queste tue passioni si intersecano con la scrittura.

Grazie a te, Marika, e a voi per l’opportunità, ovviamente. Se parliamo di tempo da dedicare a queste tre discipline, personalmente mi è necessario un tipo di impegno alternato. Non riesco a prendere un progetto di disegno e uno di scrittura contemporaneamente: ovvero, quando mi è capitato, lo stress mi va alle stelle. Come avere uno switch. Non mi è possibile fare due cose diverse nello stesso giorno, perché ognuna richiede uno stato mentale. Chiamatelo monotasking zen, se vi piace (a me sì). Quando devo sviluppare un progetto disegnato, mi occorre essere disegnatore fino a opera riuscita e azzerare il resto. Non posso disegnare e scrivere prosa nella stessa giornata, mi viene male. Sono tre aspetti differenti della mia stessa personalità, se penso anche alla musica. Quando scrivo, non posso ascoltare musica perché il ritmo è legato alle mie emozioni profonde e le cattura distogliendo la mente. Quando suono, il mio corpo è completamente immerso nella mente e nelle emozioni, quindi mi dimentico del resto e vivo la musica come se io fossi solo musica. Per i dieci anni on the road con i Latte e i Suoi Derivati, andando al sodo, ho scritto pochissimo. La mole infinita di impegni mi obbligava a tenere allo zenit il mio mood musicale. Perché così come non ti puoi improvvisare scrittore di fronte a una pagina vuota, non puoi fare musica di fronte a 500.000 persone su un palco o qualche milione davanti alle telecamere di Sanremo e stare sulle spine per l’urgenza di tornare a casa e scrivere. Ogni tipo di performance manda in apnea l’altra. Ciò significa che io mi sento di appartenere alle tre arti, sì, amandole tutte, ma non preferendo nessuna rispetto all’altra.pdo

 

Hai al tuo attivo un corposo numero di pubblicazioni, raccontaci da dove trai ispirazione per i tuoi romanzi e tuoi racconti, se nei tuoi personaggi ti rispecchi attraverso le sfaccettature del tuo carattere e della tua creatività.

In trent’anni ho prodotto tanto, ma non abbastanza, per le mie ambizioni. Ho pubblicato racconti, fumetti e romanzi con i maggiori editori d’Italia: Acme, Granata Press, Castelvecchi, Mondadori, Aurea, Rizzoli, Cosmo, Cut-Up Publishing, Independent Legions, Kipple, e l’americana «Heavy Metal». L’ispirazione mi viene da circostanze che mi colgono di sorpresa o immagini spontanee pop-up nella testa, specialmente quando sono distratto. Le cose più potenti mi sono nate nella testa puntualmente fuori casa e senza un taccuino su cui appuntarle. Prendere annotazioni vocali e scritti sul telefono mi ripugna. La saga di Debbi mi è venuta in mente prendendo in braccio per la prima volta un coniglio. Ho provato una sensazione inedita, di dolcezza assoluta. Questa sensazione profonda mi ha ispirato in un istante un mondo alla Lewis Caroll ovviamente infernale. Il fumetto Cadaveri & Polpette (Cut-Up Publishing) da una mia vecchia storia sentimentale un po’ difficile, naturalmente rielaborata in chiave zombi-humour. Sì, nei miei personaggi, in tutti, c’è sempre alla fine un pezzo di me che io dono, ma non mi dico quale così che io lo dimentichi e loro lo facciano proprio. Negli ultimi romanzi sto riversando molta della mia carica ironica, satirica e erotica. Non è tutto horror quello che cola.

Paolo, hai iniziato prima a scrivere o a suonare? Ci sono stati momenti in cui hai perso l’ispirazione e la musica ti ha aiutato a colmare il vuoto di parole? O viceversa, le parole ti hanno riempito le orecchie di una musica che non arrivava?

Non per fare l’enfant prodige, ma ho imparato a leggere all’età di 4 anni, grazie alla pazienza infinita dei miei genitori, comunque impegnati a lavorare sodo. Tra fumetti, libri di fiabe, enciclopedie, ispirato da mia sorella che amava disegnare e ascoltare dischi, ho imparato a farlo, costruendo poi i miei personaggi su imitazione di Jacovitti, Topolino, Super-Eroi e fumetti dell’orrore, scrivendo le mie storie scopiazzando e abbozzando fumetti. La musica è arrivata quando mi fu prestata una batteria. Avevo dieci anni, e di lì a mettere in piedi una band coi miei amici del quartiere è stato un attimo. Ci davamo giù come ossessi, studiando i dischi, cercando di capire le strutture, gli arrangiamenti, il suono, grazie anche alla lettura di manuali e riviste specializzate. Volevamo essere o bravi o niente. Abbiamo scartato il niente. Il nostro primo contratto discografico arriva nel 1985 quando ancora ero al liceo, grazie a una casa discografica britannica. Ma poi, a disco pubblicato, la band si disperse per… ingenuità di fondo, diciamo così. Non ho smesso di suonare, ma neanche di scrivere e disegnare. Nel 1986, entro in una società di servizi editoriali e mi viene affidata la scrittura di 11 mensili porno per adulti. Cicciolina, Moana Pozzi e il porno biz americano di fine ’80. Nel 1989 si passa alle pubblicazioni meno ludiche e pubblico il mio primo libro di racconti, Primi Delitti, che mi ha reso famoso fra gli addetti ai lavori e gli appassionati del genere splatter-horror, con un’accusa parlamentare di istigazione a delinquere. Quanta pubblicità regalata!

 

Vampiri, streghe, zombie… sono tutti archetipi horror che trovano ampio spazio nelle tue storie ricche di altrettanti elementi simbolici. Sono figure che provengono dal tuo passato alle quali sei rimasto legato in qualche modo? Quanto le fiabe “noir” hanno influenzato la tua scelta di legarti nella scrittura al genere horror?

Sì, confermo che questo bagaglio di archetipi, io le chiamo “maschere” tipo quelle greche (che poi lo siano anche in gomma per Halloween e Carnevale tutto torna), fa parte delle mie passioni di infanzia. Devo dire di non averne ancora sfruttato appieno il potenziale, dal momento che le ritegno un prisma infinito di possibilità narrative. Le fiabe nere mi hanno influenzato tantissimo, prevalentemente alcune pubblicate su uno dei tomi della famosa enciclopedia “I Quindici”, in particolar modo Zio Lupo, fiaba di Italo Calvino ispirata a una leggenda orale romagnola. Tra film, fumetti e fiabe, mi è rimasta la fascinazione della storia che partorisce elementi fantastici, anche se grotteschi e talvolta sanguinari, come chiavi di un mondo incomprensibile ma prossimo al nostro.

 

Raccontaci un episodio particolare legato a uno dei tuoi libri, sfatando il mito dello scrittore horror maledetto, vogliamo conoscere un episodio divertente del quale sei stato protagonista.

Be’, il più eclatante risale alle mie prime interviste rilasciate in occasione dello scandalo parlamentare del 1990, per cui un’interrogazione trasversale al premier Andreotti, che accennavo prima, coinvolti tutti i partiti, tacciava il mio libro di racconti Primi Delitti e la rivista a fumetti «Splatter» di istigazione all’omicidio. I giornalisti che mi intervistavano erano stupiti dalla mia personalità. Quello che veniva riportato era il favoloso adagio «… eppure Di Orazio è un ragazzo tranquillo e sorridente!». Ma tu pensa!

Altri episodi di meritevole risalto si ascrivono all’effetto che questa mia area narrativa produce all’interno delle relazioni affettive. Molte donne che si sono avvicinate a me in trent’anni hanno sempre cercato il movente nascosto di questa mia passione, temendo di essere fatte a pezzi e finire nel frigorifero. Troppo complesso narrare caso per caso le multiformi prove tecniche di diagnosi psicologica, ma che ricordo con un sorriso, senza alcun rancore. «Io devo capire se sei pazzo, perché tu quelle cose le pensi, prima di scriverle» (una frase su tutte). Sono prossimo a compiere 54 anni, ma sempre disposto a dimostrare che sono bravo in cucina, non mangio carne cruda, e il mio frigo è come una di quelle mostre d’avanguardia dove si contempla lo spazio vuoto e una luce ipnotica.

 

Raccontaci della tua evoluzione da scrittore, dal primo romanzo, dai primi racconti, la tua tecnica come è cambiata? Il tuo approccio alla scrittura come si è evoluto? Hai degli scrittori ai quali durante questi 30 anni hai fatto riferimento?

Ho iniziato con due libri di racconti (Primi Delitti e Madre Mostro, Acme 1991). Il mio primo romanzo vero e proprio, Prigioniero del Buio (Granata Press, 1992), arriva come prova di racconto lungo che insiste sul fantastico come la raccolta che lo ha preceduto. Da qui, fino al 2010, tra racconti e romanzi, il tenore delle storie è a ironia zero. Con Vloody Mary del 2011 (editato ora da Independent Legions Publishing) mi consento un’apertura offrendo al protagonista Alfredo Vanacura (ex maresciallo sensitivo) una verve decisamente umana, un mix fra il commissario Maigret televisivo interpretato da Gino Cervi e il tenente Colombo. Mi ha aiutato la location romana, anche descrivendo i luoghi e gli angoli meno conosciuti della mia città. Un necessario neo-realismo, quindi, mi spinge a un registro più ironico, ma solo se parlo di Roma. Il morso dello sciacallo ne è il trionfo, mettendo a fianco di Vanacura un personaggio rapito dalla realtà, con la sua carica ironica e dissacrante, ovvero Orieth, l’anatomopatologa sogno proibito dell’Arma dei Carabinieri.

Il mio approccio forse adesso è più ragionato, rispetto agli esordi. Cerco di inserire spessore storico e psicologico. Sto meditando comunque una metamorfosi verso uno stile più grottesco e meno sanguinario. Tutto da vedere.

I miei scrittori di riferimento, senza distinzioni di genere: Manzoni, Verga, Pirandello, Foscolo, Oliver Sacks, Stephen King, Clive Barker, Maxence Fermine, Lansdale, Poe, Lovecraft.

 

Oggi emergere come scrittore è molto difficile, hai un consiglio da dare a chi vuole intraprendere la carriera di scrittore? Cosa diresti a chi ha un romanzo nel cassetto?

Il consiglio è: determinazione e studio dei grandi autori. Analizzarli. Capirli. Nonché passione e amore per la parola, per la grammatica e l’armonia, per la meditazione. Nonché per le relazioni sociali, conoscere altri autori, crearsi un’immagine che sia rispondente alle capacità e non all’ego. Le capacità restano e si potenziano, l’ego invecchia come il corpo. Gli ingredienti sono infiniti e, purtroppo, una risposta sola non basta. I romanzi nel cassetto vanno mandati all’aperto. Fatti leggere a quattro persone e scendere a patti con le loro osservazioni, apponendo le opportune modifiche, tagli o aggiunte. Bisogna tenere a mente che il testo non è NOI, o meglio nostro, ma un figlio che sì discende da noi ma che ha una propria vita e deve essere ceduto in sposo al mondo.

 

Horror tutta la vita? Come vedi il Paolo Di Orazio tra qualche anno?

Per tutta la vita non credo. Ormai ho scritto horror a fumetti, in forma di racconto, strisce e romanzo per 30 anni. Penso di avere detto tutto quel che mi premeva col prossimo romanzo in uscita. Mi vedo fra qualche anno autore di romanzi di formazione.

 

Ti piace curare i rapporti con i tuoi lettori? Sapere personalmente cosa pensano dei tuoi scritti, interagire con loro durante la lettura?

Ho iniziato a interagire con i lettori 30 anni fa, tramite la rivista «Splatter». Le lettere arrivavano in redazione, indirizzate a me. Un’emozione indimenticabile. Ho imparato molto, dai lettori, ho imparato nell’era pre-internet la delicata arte della comunicazione globale instaurando un dialogo fatto di scambio e ascolto. Ho traslato tutto nella comunicazione social, grazie a quei lettori che ancora oggi mi raggiungono da quei tempi lontani, dopo avermi cercato. E’ inevitabile che ora, durante l’acquisto, o in piena lettura dei libri mi scrivano le loro impressioni. E’ la mia unica bussola. Io vado a istinto: non scrivo per compiacere me stesso, ma per offrire uno spettacolo avvincente e diverso ogni volta.

 

Parlaci dei tuoi progetti a breve termine.

Sto per pubblicare un romanzo horror grottesco con l’editore Watson di Roma, dal titolo Spaghetti Western Freak Show, ispirato ai fenomeni da baraccone, una buffa odissea grand-guignol tra le Marche e l’America di fine ’800. Ci ho messo di tutto: cazzotti, pistole, mostri e una non proprio velata ironia sul tema dell’intolleranza razziale e della follia medico-scientifica di chi si crede un dio. Argomento piuttosto scottante, di questi tempi. Poi sto recuperando una serie di racconti che ho pubblicato nel 1989-’90 sulla serie a fumetti «Cattivik» e li accorpo a una vecchia raccolta perduta Che hanno da strillare i maiali? per un antologico che intitolerò Il dannato libro di Zio Tenia o qualcosa del genere. Con questo intrattenitore da me fumettato autocaricaturale che commenterà le singole novelle, omaggio a un mio amore assoluto d’infanzia, ovvero il noto Zio Tibia. Sto scrivendo il sequel di Primi Delitti e la conclusione della trilogia Debbi, che spero di pubblicare entro quest’anno. O con un editore, o con qualunque altro mezzo.

Il tuo sogno di scrittore ancora non realizzato è quello di…?

Scrivere un film.

 

Grazie per la bella chiacchierata. Ora, come tradizione di Giallo e Cucina ti chiediamo di salutarci con una citazione ed una ricetta che ami!

Grazie a voi. La mia citazione preferita è da una vignetta di Tullio Altan, che per anni ho attribuito a Woody Allen, altro mio riferimento assoluto: “Mi chiedo chi sia il mandante delle cazzate che faccio”.

Una ricetta che amo da impazzire: fiori di zucca ripieni di mozzarella e alici, fritti nella pastella.

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