Oggi Parliamo Con...

Mirko Zilahy

Abbiamo il piacere d’incontrare per giallo e cucina Mirko Zilahy in libreria con il suo romanzo ‘’Così crudele è la fine” e il suo protagonista Enrico Mancini.

Benvenuto!!! Tanto per iniziare parlaci, per chi ancora non lo conoscesse, di questo personaggio, da dove è venuta l’ispirazione e inoltre quali sono  suoi pregi e i suoi difetti?

Enrico Mancini è il frutto di un disegno su un’agendina e un’idea che mi portavo dietro da anni. Avevo insegnato all’università di Dublino, fatto l’editor e il traduttore, scritto centinaia di recensioni ma confrontarmi con la forma del romanzo non era nei miei progetti. E invece… quando ho iniziato a mettere insieme i pezzi della mia Roma e del commissario mi sono reso conto che poteva venire fuori qualcosa di nuovo. Un thriller sui generis ma, secondo me, necessario.

Enrico Mancini è un profiler nato a Roma ma istruito a Quantico (Mindhunterdocet). Nella mia trilogia si trova a che fare, prima ancora che con i serial killer, con la scomparsa della moglie e con le nevrosi scatenate dal mancato ultimo saluto sul letto di morte. Il commissario è infatti in America quando Marisa tira l’ultimo sospiro, e da allora lui indossa di continuo un paio di guanti di pelle per non avere più contatto con gli altri, con il mondo. È il suo modo di dire “no”. Ma, in È così che si uccide la caccia a uno spietato seriale, che si fa chiamare l’Ombra, lo tira dentro l’indagine.

 

Inoltre come mai hai scelto un personaggio che nasconde bene la sua fragilità interiore e i suoi lati deboli? Possiamo affermare che Enrico Mancini può essere simile a tanti di noi, magari che nascondono dentro se stessi le loro sofferenze e i loro stati emotivi e affrontano la giornata come se indossassero una maschera?

Non parlerei di maschere. Ognuno di noi ha un proprio sistema di difesa dal dolore che viene da dentro (memoria, solitudine, lutti) o dall’esterno, dal mondo, dalla cosiddetta realtà. Mancini indossa i suoi guanti di pelle, che piano piano, di romanzo in romanzo, si trasformano in altre nevrosi. Ma i guanti sono un simbolo fisico che ricorda a lui e al lettore che c’è stata un’interruzione, una cesura che va rimarcata. I guanti sono il segno tangibile della fine di una vita e dell’inizio di un’altra. Li sceglie per mettere un ostacolo, un muro tra sé e il mondo, tra il sé di prima e quello di adesso. Tutti abbiamo oggetti a cui siamo legati, e a volte li usiamo per difenderci, nasconderci o semplicemente per urlare silenziosamente i nostri dolori al mondo.

Possiamo affermare che nei due romanzi che si sono succeduti, fino ad arrivare a “ Così crudele è la fine”, il personaggio di Mancini prende sempre più consistenza trovando la giusta dimensione, rispetto a “ Cosi è che si uccide” che è il tuo primo romanzo?

La costruzione del personaggio tocca tre punti fondamentali, la caduta (e la paralisi dei sentimenti e della vita) in “È così che si uccide”, lo smarrimento e la trasformazione (di se stessi e dei propri sentimenti man mano che si torna alla vita) ne “La forma del buio” e il tenace tentativo di ricominciare a vivere in “Così crudele è la fine“. Direi che una giusta dimensione non esiste. Nel primo romanzo Mancini era nel pieno della crisi, della paralisi emotiva, involuto anche come professionista e perciò meno “a fuoco” rispetto ai due romanzi successivi che raccontano la trasformazione e il tentativo di risalita. Ma questo accade anche per i tre serial killer e per i coprotagonisti, la squadra del commissario.

 

Come mai i tuoi serial killer tendono a spettacolarizzare la scena del crimine, sono persone che conoscono la luce fioca delle tenebre?

I miei tre seriali sono perturbanti della società, tolgono ogni certezza e levano forza ai concetti che ogni giorno ci animano: giustizia, realtà e identità. Uccidono e lasciano le proprie vittime disposte sui palcoscenici di Roma collocati in modi particolari (non facciamo spoiler), questo avviene perché, ad esempio, il killer può voler comunicare con il mondo attraverso il modo in cui ha ucciso e la scena che si lascia alle spalle. Oppure no. Lo fa per se stesso. Ma in ogni caso l’assassino lascia tracce, volute o involontarie, che raccontano qualcosa. Il killer segna il corpo, segna la scena: il killer scrive la sua storia. La scena e la vittima sono il suo libro. E il commissario Mancini è il lettore, quello che deve riuscire a svelare la personalità dell’assassino “leggendo” la sua opera. Che ovviamente è un’opera “oscura” e dolorosa.

 

Roma è la città dove sono ambientati i tuoi romanzi, ma mi diresti la differenza di come appare la città agli occhi di Mirko Zilahy quotidianamente e invece di come la città si trasforma nelle tue storie?

In realtà sono la stessa città. Io aggiungo la deformazione del mio sguardo letterario. Obliquo. Roma ha sempre avuto una doppia anima, il bello e il sangue, insieme. Pensiamo al più celebre e celebrato dei suoi monumenti, il Colosseo, la bellezza e il fasto, milioni di persone che si scattano foto e selfie di fronte all’anfiteatro. Chi non lo ha fatto? Eppure nessuno, mentre lo fa, pensa alle migliaia di persone uccise lì dentro per il divertimento degli imperatori e del popolo. Ecco, il Colosseo è il simbolo più perfetto dell’anima di Roma e dei suoi monumenti. La bellezza e il sangue, appunto.

 

Siamo nello spazio dedicato alla cucina, quale sarebbe il piatto che Mancini si cucinerebbe oppure il suo piatto preferito, invece quello preferito di Mirko, e se non è troppo ci diresti come si cucina?

Mancini è un lupo solitario abituato a spizzicare durante le lunghissime giornate di lavoro, direi che un piatto per lui potrebbe essere uno spaghetto aglio, olio e peperoncino. Io sono un amante del cibo e tantissimi anni fa ho avuto un piccolo pub in cui cucinavo piatti molto semplici. Ce n’è uno che amo molto, anche questo facile facile. Spaghetti (il filo di pasta che mi unisce a Mancini ;-)) agretti. Non sono con gli agretti, la verdura che a Roma si mangia con le alici. Si fanno con due grossi pomodori verdi tagliati a fettine sottili e poi battuti ancora. Si buttano in padella con olio e una testa d’aglio rosolata e si fanno andare aggiungendo un po’ di pepe finché non cambiano colore. Il tutto deve diventare una salsa quasi gialla. Si aggiunge un poco di parmigiano e gli spaghetti. Si mescola tutto a fuoco basso aggiungendo alla fine ancora pepe e parmigiano.

 

La cosa sorprendente dei tuoi romanzi è la cura per i dettagli, ad esempio nel secondo romanzo “La forma nel buio”, il killer dà quasi lezioni di anatomia, c’è un lavoro certosino da parte tua, ce ne parleresti? Nasce magari da qualcosa in particolare?

In generale credo che i dettagli, architettonici, anatomici, ecc. siano il cuore della letteratura. Il lettore che ama esclusivamente il rapido movimento della trama e odia i troppi particolari o la scrittura atmosferica, che secondo lui “rallenta”, ecco, quel lettore di solito non mi ama. Io non scrivo per intrattenere, ma per distrarre, che sono due cose molto diverse. E per far questo devo studiare moltissimo. Manuali di anatomia, consultare criminologi, psicoterapeuti, studiare minuziosamente i monumenti di Roma e i loro segreti. E soprattutto rendere tutto, tradurlo, nella scrittura. Creare, attraverso essa, un’atmosfera unica, un universo.

Parliamo del terzo romanzo ”Cosi crudele è la fine”. Chiuderà la trilogia dedicata a Mancini? Quando un personaggio sta per arrivare al capolinea, l’autore si chiede cosa ha potuto lasciare ai lettori e soprattutto cosa ha lasciato a se stesso?

Così crudele è la fine chiude la trilogia dedicata a tre momenti della vita di Mancini, a tre luoghi di Roma e a tre temi che vi ho trattato: giustizia, realtà, identità. Il commissario mi ha lasciato la sensazione di aver fatto qualcosa per lui, e forse per me, rileggendo tre passaggi fondamentali della mia vita assieme a lui. Raccontando paralisi, trasformazione e rinascita di un uomo brillante (con un lavoro particolare come il profiler) investito dalla scomparsa della donna amata. E credo che ci siano molte similitudini anche con il mio mestiere di scrittore. Queste milleduecento pagine spero che abbiano aperto porte emotive e mentali nel cuore e nella coscienza dei miei lettori. Con me l’hanno fatto, rivelandomi spazi interiori che non conoscevo o che avevo chiuso a chiave. E di questo sarò sempre grato al commissario Enrico Mancini.

 

In ‘’Cosi crudele è la fine” si parla di identità che è il tema essenziale del romanzo. Per Parmenide era l’intrattenimento dell’essere con se stesso, mentre per Mirko Zilahy cos’è l’identità e come si sviluppa? Si ha bisogno di uno specchio come nel caso del romanzo per concepirne meglio il concetto o quanto meno rafforzarlo?

L’identità è una creazione necessaria che ha inizio durante l’infanzia e va avanti per l’intera esistenza. Non riguarda i dati anagrafici sul documento. Riguarda le storie che raccontiamo agli altri di noi, quello che ci costruiamo attorno e a cui finiamo per credere. Il resto, quello che fonda e forma l’io, resta sepolto da una serie di strati di sovrastrutture sociali e automenzogne. Nel romanzo il serial killer mette le proprie vittime di fronte all’unico momento di sincerità disponibile, quello subito precedente alla morte. Chiude le sue vittime da qualche parte, e aspetta, ascolta quell’attimo di sincerità finale.

Quali sono le letture di Mirko Zilahy ? Inoltre mi indichi due scrittori, uno italiano e l’altro straniero che vorresti scoprire e non ne hai ancora avuto occasione?

Leggo tutto quello che mi capita a tiro, ma soprattutto sono un rilettore famelico. La lettura dà sensazioni di scoperta, la rilettura fa innamorare di un autore, insegna, svela passaggi in ombra. Ed è l’unica maestra per la scrittura. Nelle riletture dei grandi autori si imparano trucchi, strategie, giochi retorici che “fanno” lo scrittore. Per i contemporanei posso dire che ne leggo tanti e che ne ho talmente tanti da scoprire che farei torto a qualcuno…

Siamo in cucina cosa potrà bollire in pentola per il futuro? Ci daresti una piccola anticipazione?

Sto scrivendo, è un progetto nuovo per me, e molto ambizioso ma… è top secret!

 

Grazie per la bella chiacchierata, come da tradizione ti chiedo di salutarci con una citazione che ami particolarmente!!!

Ad astra per aspera!!!

Altre interviste...
mghigi
Giancarlo Caracciolo

Intervista a cura di Massimo Ghigi   Oggi è con noi di ‘gialloecucina’ uno scrittore che ha esordito con un libro intitolato ‘Internet ha ucciso

Leggi Tutto »

Lascia un commento