Oggi Parliamo Con...

Oggi parliamo con… Daniele Grillo e Valeria Valentini

Ospiti di oggi sono Valeria Valentini e Daniele Grillo, intervistati da Alessandro Noseda. Leggiamo insieme cosa ci raccontano!

 

 

Valeria e Daniele, confesso che siete la prima coppia del giallo che mi capita di intervistare.

D: spera piuttosto che non sia anche l’ultima!
V: ma smettila. Lo perdoni, ma quando intervistano la sua parte noir escono frasi un po’ così…

Confesso un’altra cosa…

V: dica.

Che quando mi avete invitato a casa vostra per l’intervista, indicandomi un quartiere periferico e industriale, m’immaginavo tutt’altro panorama. Invece da casa vostra si apre un mondo intero…

D: siamo sempre voluti rimanere qui, dove siamo nati. E sempre ci rimarremo. Scegliendo le alture di Sestri Ponente abbiamo realizzato il sogno di abbracciarla tutta, questa città-quartiere. E così oggi da casa nostra osserviamo le ferite delle cave sul monte del santuario, guardiamo gli aerei alzarsi dall’aeroporto e le gru della Fincantieri rimanere immobili in attesa di un po’ di lavoro.

È venendo ad abitare in questa casa che avete realizzato di dover raccontare un po’ della vostra Sestri?

V: forse sì. Però il nostro ultimo giallo, “Il dolore del fango”, descrive una serie di cuori che soffrono.
D: Sì, l’idea era quella di raccontare la città tutta in uno dei momenti più neri della sua storia. Genova ne ha passate di ogni, ma due alluvioni in due anni, 2010 e 2011, rappresentano una punizione troppo importante, per passare inosservata.

Così avete deciso di raccontare la Genova del fango.

V: la storia si svolge nell’anno che separa le sue alluvioni. Per l’esattezza inizia con l’alluvione di Sestri e termina con quella che ha colpito l’area attorno al Bisagno e al Fereggiano. In due anni, sette vittime. Il libro non poteva che essere dedicato a loro.

Questi eventi hanno un ruolo importante nel racconto?

D: No, diciamo che rimangono sullo sfondo. Costituiscono la scenografia storica di una vicenda totalmente inventata, senza riferimenti. È un po’ il nostro marchio di fabbrica, diciamo: storie verosimili su uno sfondo reale, appartenente al recente passato dalla nostra città.

Non mi avete ancora detto cosa cucinerete per me. Vedo ingredienti poveri. Azzardo: pane?

V: quasi. Si chiama focaccia, e nessuno al mondo la saprà mai imitare.
D: un chilo di farina, 500 d’acqua, 100 grammi d’olio extravergine, un cubetto di lievito da 25 grammi e 20 grammi di sale fino. Ah, e poi serve questo: amore.

Ecco, lì volevo arrivare. Serve amore anche per scrivere gialli insieme?

V: serve non tirarsi i coltelli nella schiena, più che altro. Devo dire che in quest’ambito non succede mai. Non so perché, ma mentre su mille cose non la pensiamo alla stessa maniera, sulle idee di un romanzo c’è piena sintonia.
D: C’è sintonia perché almeno qui comando io, Valeria. È l’unico ambito. Me lo tengo stretto.

Ma come vi è saltato in mente di scrivere un romanzo giallo?

D: è iniziato tutto prima che ci sposassimo, sarà stato tipo il 2006 o giù di lì. Già allora amavamo intervallare il normale alternarsi di sdolcinatezze e progetti con qualcosa di ugualmente costruttivo anche se diverso.
V: capitava che progettassimo viaggi insieme o che ci avventurassimo in gite fuori porta con panorami mozzafiato. Oppure che aprissimo il mio vecchio Toshiba portatile per lavorare al nostro primo libro.

L’Isola delle Chiatte, vedo, pubblicato da Frilli Editori nel 2012. Come è nata questa collaborazione?

D: prima di proporre il manoscritto a Marco Frilli “lavammo” il testo ben bene, facendolo anche radiografare da un autore che pur essendosi rivolto ad altri generi letterari aveva già diversi romanzi noir al’attivo proprio con i Frilli, Andrea Casazza. A lui dobbiamo gran parte del coraggio che servì a fare il passo in più: proporlo all’editore.
V: Va detto che a sua volta Marco ci fece le pulci chiedendo di modificare il romanzo in più di un punto. Lo ripulimmo ancora, e lui lo pubblicò.

E come è andata?

V: oggi ci chiedono dove poter acquistare L’Isola delle Chiatte, ma non se ne trova più una sola copia in giro. Eppure i Frilli lo stamparono in due diverse edizioni. Non si tratta di un risultato scontato, per un esordio.
D: se non fosse andata bene, in tutta franchezza, ti dico che avremmo rinunciato. Ma non stavamo parlando della focaccia?

Aspettavo solo che intavolaste l’argomento.

D: allora, come vedi ho preso una planetaria, e ci ho messo dentro l’acqua, cento grammi d’olio e il lievito.
V: bisogna creare una sorta di composto spezzettando e sciogliendo il lievito. Alla fine, però, bisogna ricordarsi di mettere da parte un bicchiere di questa miscela, che servirà più avanti.

Elia Marcenaro ama la focaccia?

D: certo, il commissario ne è ghiotto. Ma tra le sue manie c’è quella di non ungersi neppure un dito, mentre la divora in questura. Per questo, da casa, ogni giorno, si porta sette pezzi carta assorbente da cucina. Devono essere sempre sette, e perfettamente ripiegati nel taschino interno della giacca. Non mi chiedere perché. È fatto così.
V: intanto come vedi ho versato la farina nel contenitore e ho iniziato a impastare. Tieni conto che con queste dosi Elia, che oltretutto è un discreto cuoco, ci sfamerebbe l’intera Mobile.

Quello cos’è, sale?

V: sì, ci versi i 20 grammi e continui a impastare. Poi… Ecco, a un certo punto tiri fuori il composto “magico”, quello nel bicchiere, e ce lo versi dentro.
D: ora puoi lasciare il “pane” della focaccia a riposare, o meglio a lievitare. Venti minuti.

Un romanzo, nella vostra gestazione, richiede la stessa pazienza?

D: sì, certo. E alla fine dovresti avere sei “editor”, per non seminare lo stesso errori nel testo. V: per fortuna noi abbiamo Michela Volpe, che da sola vale per almeno 2-3.

Ma quanto ci mettete a scrivere uno dei vostri gialli?

D: L’Isola delle Chiatte è frutto di ritagli di tempo, ma se guardiamo la linea del tempo parliamo di anni, almeno 2 o 3. Col secondo ci siamo forse impadroniti meglio delle tecniche, e l’abbiamo scritto in 3-4 mesi.

Elia Marcenaro è il solito commissario di polizia, permettetemi di dirlo con un pizzico di provocazione… Cosa lo differenza dalle decine di suoi colleghi di altri romanzi?

V: ci siamo resi conto subito che non si trattava di un’idea particolarmente originale, ma ci interessava più che altro concentrarci sulla storia e sullo sfondo della città che cambia.
D: però poi a un certo punto ci siamo resi anche conto che Elia funzionava. Nel senso, tra i commenti che i lettori ci riportano più spesso c’è quello relativo all’interesse suscitato dal protagonista. Così, piano piano, abbiamo iniziato ad affezionarci anche noi a lui.

Nel frattempo sono passati i venti minuti?

V: sì, ecco. Vedi, ora stendo metà dell’impasto su una teglia unta d’olio, e con le dita lo allunghiamo fino a farlo aderire ai bordi. Bisogna schiacciarlo con le dieci dita, così da lasciare le caratteristiche impronte dei polpastrelli.
D: a questo punto, però, serve un altro tocco magico: in un bicchiere pulito metti in parti uguali un goccio d’olio, un pizzico di sale e una piccola quantità d’acqua. Con questo composto bagni in maniera uniforme la focaccia stesa, e la lasci lievitare per altri 15 minuti.

State già lavorando al terzo romanzo?

D: abbiamo qualche idea…

Nel dolore del fango esce fuori questo terribile serial killer degli animali. Si concentrerà sulla ricerca di questo personaggio, Elia?

V: chissà. Non è detto che riuscirà a prenderlo. Non ancora. Ognuno ha la sua croce, nella vita. Elia ne ha diverse, però professionalmente parlando quella del Veterinario è la più ingombrante. Soprattutto se ha deciso di risalire lungo la catena evolutiva e passare ad altro tipo di animale…
D: di certo possiamo anticipare che dopo aver dato spazio alla parte più noir di alcune periferie, le indagini torneranno a concentrarsi prevalentemente sul centro città.

Vicoli?

D: non siamo particolarmente interessati dalla Genova abusata del centro storico. Ma, prima o poi, dovremo forse finirci anche noi. Non credo che sarà in questa puntata.

Mentre vedo che finalmente la focaccia va in forno… A proposito, quanti minuti?

V: 25-30 minuti a 180 gradi. Ma se alla fine non vi viene, non prendetevela con noi.
D: già, la ricetta l’abbiamo impunemente rubata a Ivano Ricchebono, nostro amico e chef “stellato”. Trovate il suo tutorial su youtube.

Concludendo, e attendendo di assaggiare questo spettacolo di focaccia, avete un sogno nel cassetto, da scrittori?

V: ci piacerebbe semplicemente continuare a raccontare quello che ci passa per la testa, e magari sì, essere tradotti all’estero.
D: l’idea che un nostro romanzo possa finire nella mani di un lettore di un altro posto del mondo ci farebbe sorridere molto. Nel frattempo, continuiamo a divertirci come possiamo.

Buon divertimento, allora!

V e D: e buon appetito!

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