Oggi Parliamo Con...

Alessandro Reali

Intervista a cura di Dario Brunetti

DB- Diamo un caloroso benvenuto su Giallo e Cucina ad Alessandro Reali, in libreria col suo romanzo edito Fratelli Frilli. Sul Naviglio si uccide così, e partiamo subito con la prima domanda, questa nuova serie dedicata al commissario Caronte è ambientata nella Milano anni 60 dove prende piede la criminalità organizzata, specializzata soprattutto in furti e rapine, ci descrivi questo personaggio e che ricordo hai di quegli anni seppur eri piuttosto piccolo, ci sveleresti qualche aneddoto?

A R- Buongiorno e grazie dell’invito, a te e a a tutti gli amici di Giallo e Cucina. In effetti io, essendo nato nel 1966, non posso ricordare direttamente il periodo storico di cui parlo. La decisione di raccontare quella Milano, però, è dovuta all’interesse che ho sempre avuto, sia per la città che per il periodo storico. Interesse dovuto prima di tutto ai racconti di mio padre, scultore, che frequentava Brera, ai dischi di Gaber, Svampa e Jannacci che ascoltava, ai libri che in seguito ho letto, in particolare il Ponte della Ghisolfa di Testori (da cui Visconti ha tratto il magnifico Rocco e i Suoi Fratelli, dramma di una famiglia povera proveniente dal sud) prima di incontrare il grande Scerbanenco con le sue storie nere milanesi. Caronte nasce in questo contesto. L’idea l’avevo in testa da molti anni. Il personaggio doveva essere un figlio del popolo vagamente somigliante a Jean Gabin, burbero e deciso, appassionato di calcio, frequentatore di giornalisti eccentrici in osterie e cabaret, con amici nella vecchia malavita meneghina: la ligera, quindi in antitesi con l’immagine classica del poliziotto (soprattutto nell’Italia di allora), in contrasto perenne con i suoi superiori. A fargli da specchio, in un certo senso, c’è la sua fidanzata, Luisella, libraia elegante e colta, figlia della buona borghesia progressista milanese, che fin dall’ottocento ha significato molto per lo sviluppo della città e non solo.   

DB Sul Naviglio si uccide così è ambientato nella Milano anni 66 dove si sviluppa la microcriminalità nelle zone di Lambrate, Giambellino, Quarto Oggiaro che le sarà attribuito il nome di Ligera, inoltre vi è la prostituzione nelle case di tolleranza e la protagonista di questa storia è Betty, una ragazza caduta nel mondo della droga, hai tratteggiato alla perfezione questo personaggio che emozione hai provato nel raccontarci questa storia che appartiene a una delle tante pagine della cronaca nera?

AR- Per scrivere questa storia (come faccio sempre) mi sono documentato sui giornali dell’epoca e sui libri riguardanti il tema. Se, nel Giallo della valigia di Piazzale Lodi, mi ero concentrato sui movimenti politici che hanno segnato tragicamente gli anni 60 e 70 del 900, qui mi dedico alla criminalità che muta irreversibilmente. La figura di Betty possiamo avvicinarla a certi personaggi di Scerbanenco. E’tragica e disperata al tempo stesso. Persevera nei suoi errori perché sopraffatta dal dolore mentale, da cui fugge attraverso la droga. Spero di averla raccontata nel tono giusto. In quegli anni, in seguito alla legge Merlin, le case chiuse ufficiali sparirono, ma ovviamente non smisero di esistere. Le professioniste si riversarono in strada, oppure in appartamenti privati spesso gestiti dalla nuova malavita. Molte ragazze provenienti da ambienti diversi, negli anni del boom, si dedicarono al mestiere più antico del mondo pensando di fare fortuna in fretta, finendo spesso in gorghi da cui non sarebbero più uscite.

DB un altro personaggio ben caratterizzato è la figura di Rita Perbellini, una donna molto bella dalla doppia identità, un’altra figura enigmatica che troverà la morte. Ci descriveresti questo personaggio?

AR- Rina, con il barbiere di porta Ticinese, è il personaggio da cui parte l’idea del racconto. Quasi sempre inseguo idee relative ai “personaggi”, poi viene la trama. Rina è molto bella e sensuale, decisa e priva di scrupoli. E’cresciuta, perdendo presto il padre, in una famiglia umile del dopoguerra. La vita l’ha messa a dura prova e lei ha reagito in modo spietato, cercando di raggiungere i propri obiettivi sfruttando l’avvenenza fisica, il sesso, senza preoccuparsi di ferire coloro che la circondavano. E’anche lei una figura tragica, senza la fragilità di Betty. La sua miseria è diventata rabbia, una sorta di corazza contro il mondo di cui non si fida.

DB Politici, imprenditori della Milano bene cosiddetti uomini insospettabili che io definirei invisibili ingaggiavano queste prostitute per allietare le loro serate anche facendo uso di droga, quanto questo romanzo è vicino alla realtà di oggi soprattutto anche con l’insediamento della criminalità organizzata proveniente dal Sud?

AR- Il punto centrale, a livello storico, è proprio quello che hai toccato. La grande immigrazione degli anni 60, in città come Milano o Torino, ha portato, con tanta brava gente arrivata a lavorare nelle fabbriche, insediandosi nei palazzi che crescevano rapidamente in periferia, anche una nuova criminalità che, mescolandosi a quella autoctona, muterà radicalmente il volto delle città. A Milano, di li a pochi anni, inizieranno le epopee sanguinarie di personaggi come Vallanzasca, Epaminonda, Turatello. La vecchia ligera, molto meno violenta, sarà soppiantata da bande che terrorizzeranno i cittadini. Il numero dei morti ammazzati crescerà a dismisura. Comincia l’epoca dei sequestri di persona. Anche il cinema “poliziottesco”, come sai bene, dedicherà molte pellicole a questo fenomeno terribile. Determinante, a mio parere (e questo nel romanzo è chiaro), è stata la scelta dello Stato di trasferire a Milano, in soggiorno obbligato, influenti criminali mafiosi. Questi boss hanno sfruttato molto bene la situazione, inserendosi con le loro pedine nei ricchi mercati della prostituzione, del gioco d’azzardo e della droga.

DB Gli anni 60-70 saranno gli anni del cambiamento, di una svolta storica anche dal punto di vista musicale, nel romanzo c’è un confronto di una generazione che si sta trasformando proprio come avviene nella figura dell’immortale Bob Dylan, se tu fossi seduto in un bar assieme a quei due ragazzini che citi nel romanzo e che parlano del passaggio del folk al folk-rock vedendolo come una sorta di tradimento, poniamo che fossi un loro amico, come interverresti nel loro dibattito?

AR- Gli anni 60 sono stati davvero rivoluzionari, in ogni senso, spesso nel bene e qualche volta nel male. Se citi Bob Dylan, sai benissimo, caro Dario, di ottenere da me solo una possibile risposta. Credo che il suo passaggio alla musica elettrica, sconvolgente per i puristi del folk, sia stata una scelta inevitabile e geniale. In un momento di grande fermento intellettuale, il grande Bob ha dato una svolta decisiva, per stesso e soprattutto per i cantanti successvi, coniugando per la prima volta testi poetici e rock and roll.

DB Siamo su Giallo e cucina e non può mancare la domanda su questo irresistibile connubio, a tal proposito ti chiedo quale sarebbe il piatto preferito di Caronte?

AR- Caronte ama la schietta cucina milanese, quella dell’osteria del Tenaglia, sulla Ripa di Porta Ticinese. Quindi insalata di nervetti, trippa, risotto con lo zafferano, bottaggio di verze e maiale (cassoela)… quando cena a casa di Luisella in via Torino, lei, ottima cuoca, lo delizia con risotto e ossobuco e bolliti misti. Comunque sai bene che anche l’autore è buon gustaio…

DB Sai quanto amo Alessandro questo nuovo personaggio e sono molto affezionato proprio come lo ero con il commissario Arrigoni di uno dei maestri del giallo italiano, Dario Crapanzano, Caronte ne sembra proseguire il cammino e ne sembra quasi un passaggio del testimone che ricordo hai di questo meraviglioso personaggio e del suo creatore che purtroppo ci ha lasciato qualche anno fa?

AR- Grazie per le belle parole dedicate al mio personaggio. Credo che la tua riflessione sia, pur nelle inevitabili differenze, appropriata. Sinceramente mi lusinga molto, perché stimavo Dario Crapanzano, bravo scrittore e persona colta e molto educata, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente.

DB Accantoniamo definitivamente Caronte, sperando di ritrovarlo in questo 2023, e andiamo sulla strampalata coppia di investigatori Sambuco-Dell’Oro, nel romanzo Dalle finestre del borgo ci sveli un po’ come nasce questo fatidico incontro, con questo rapporto di amore e odio proprio perché sono uno il contrario dell’altro, ti chiedo quando e come nasce l’idea di formare questa strana coppia e quando li ritroveremo?

AR- L’idea risale ormai a molti anni fa. Sambuco e Dell’Oro sono arrivati alla loro decima avventura e, credo, nel giro di un paio d’anni, arriverà in libreria l’undicesima. Uno degli scopi de Le Finestre Del Borgo era proprio svelare la genesi del primo incontro, come è nata realmente l’agenzia investigativa. Dopo nove libri mi sembrava giusto informare i miei lettori. Nel 2009, quando scrissi il primo, avevo già in mente la possibilità di una serie (al caro Marco Frilli mandai i primi due in una volta sola), anche se non pensavo di arrivare a dieci. Sambuco e Dell’Oro li ho immaginati subito agli antipodi. Sambuco in principio era una figura molto solitaria, angosciata a causa del dramma famigliare terribile che lo aveva colpito. Elegante, di buona cultura e innamorato dei vecchi cantautori italiani come Endrigo, Ciampi, Tenco e, soprattutto, Paolo Conte. Nel tempo è cambiato leggermente, come cambiamo tutti noi invecchiando. Dell’Oro era un mezzo delinquente con amicizie pericolose, gran bevitore, fanatico del sesso e traditore seriale della moglie…  e tale, grosso modo, è rimasto…capisci che con due personaggi così differenti c’era spazio per un bel po’ di storielle…

DB Grazie Alessandro per lo spazio dedicato alle interviste del blog Giallo e Cucina e per essere stato nostro ospite, come sempre mi piace lasciare l’autore con la solita domanda di rito. Mi diresti TRE libri a cui sei particolarmente legato?

AR- Grazie a te, Dario, per l’attenzione competente che dedichi al mio lavoro. Di libri da citare, come puoi immginare per lettori accaniti come noi, ce ne sarebbero tantissimi. Vado con il cuore pensando alla gioventù e ti dico “Uomini e Topi” di Steimbeck, che scoprii nella biblioteca di mio padre e amai infinitamente. “Sulla Strada” di Kerouac, perché a sedici anni, in epoca “paninara anni ottanta”mi offrì uno sguardo molto diverso sul mondo, descrivendo il viaggio come esperienza spirituale, cosa che non mi ha mai del tutto abbandonato. “L’Uomo che guardava passare i treni” del mio amatissimo Simenon, uno scrittore a cui devo molto.

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